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24 maggio 2021

Intervista su Sapereambiente (maggio 2021)

La versione originale dell'intervista è QUI sul sito Sapereambiente, a cura di Dafne Crocella

Venerdì 21 maggio è stata inaugurata nel quartiere romano di Valle Aurelia, nella parte Nord della Capitale, la sesta scala appartenente al progetto Pop Stairs dello street artist Diavù. È un omaggio a Gigi Proietti, commissionato dal centro commerciale Aura, costruito nel 2018 in una zona chiamata dai romani “Valle dell’Inferno” e posizionata tra San Pietro e il Borghetto dei Fornaciari, all’uscita della metro della Linea A, Valle Aurelia.

  

David Vecchiato, in arte Diavù, durante la realizzazione della sua opera a Valle Aurelia (Foto:Dafne Crocella)

Tra Papato e Fornaci

La Borgata dei Fornaciari, tuttora esistente e da poco riqualificata, ha una storia identitaria ben definita: qui, a fine ‘800 si insediano i fornaciari, professionisti del mattone, della ceramica, dei laterizi. Il senso di identità e di appartenenza a una classe sociale prima ancora che a un territorio è molto marcato. Il territorio si contraddistingue con i tratti specifici legati al lavoro operaio dei suoi abitanti: 18 fornaci di mattoni laterizi da costruzione attive giorno e notte. Abitano il borgo immigrati del centro e sud-Italia ma anche veneti e romani, uniti nel lavoro e con chiare connotazioni socialiste. Nel 1887 nascono i primi scioperi, in cui cariolanti, livellatori, impastatori rivendicano i propri diritti, tanto da far nascere la leggenda di un Lenin ammirato da questo quartiere modello in cui il lavoro e la quotidianità si mescolano. Delle 18 fornaci oggi resta solo la Fornace Veschi con la sua lunga ciminiera e la struttura circolare, circondata dalle scale del centro commerciale che in parte la ingloba ricordando la storia del quartiere. Oggi è proprietà del Comune ed è stata ristrutturata dalla stessa ditta che si è occupata della costruzione del centro commerciale, sicuramente meriterebbe di aprirsi ad arte e cultura, ma versa in triste stato di abbandono.

 

La Fornace Veschi, a pochi massi dal centro commerciale Aura e non lontana dalla stazione di Valle Aurelia (Foto:Dafne Crocella) 

Non di solo shopping

L’idea, racconta il direttore Fabrizio Di Bella, è stata sin da subito che Aura potesse essere una sorta di agorà, e non solo un luogo di shopping: «Il nostro obiettivo è fare di Aura un polo che non sia solo shopping. Si tratta di un centro commerciale diverso da altri, senza luce artificiale o areazione forzata, in stretto rapporto con il territorio, in cui si può venire a piedi per una passeggiata e un incontro tra amici. Vogliamo che questa sua caratteristica di luogo di incontro aperto si vada declinando con una connotazione culturale». Già l’estate scorsa il centro ha offerto alcune proiezioni di film e per quest’anno hanno in cantiere l’idea di utilizzare la zona dell’anfiteatro all’aperto per una rassegna cinematografica e una teatrale. L’idea di chiedere a Diavù la realizzazione di una delle sue Pop Stairs, sulle scale del centro commerciale, nasce prima del lockdown e vuole dare alla struttura un’impronta culturale chiara. «Con Diavù, autore tra l’altro delle vicine scale del Mercato Trionfale dedicate ad Anna Magnani, è stato fatto uno studio sul territorio e sui personaggi del mondo dello spettacolo che lo hanno interpretato. Tra i papabili c’era anche Nino Manfredi che qui ha girato Brutti Sporchi e Cattivi. La scomparsa di Gigi Proietti ha poi fatto propendere per un suo ritratto».

Il Teatro nel Teatro per il Teatro

Diavù ha quindi preparato due bozze proponendo due personaggi interpretati da Proietti che fossero in qualche modo collegati con il territorio: Gaetanaccio e Tiberinus. È stata poi organizzata una votazione sui canali social del centro commerciale e ne è uscito vincitore Gaetanaccio, al secolo Gaetano Santangelo burattinaio di strada nella Roma ottocentesca a cui Luigi Magni ha dedicato una commedia musicale, La Commedia di Gaetanaccio, interpretata dal giovane Gigi Proietti nel 1978. Il personaggio ritratto sulle scale è dunque un inconfondibile Gigi Proietti nelle vesti di Gaetanaccio che a sua volta mette in scena i suoi personaggi: il burattino del papa nella mano destra e quello del diavolo nella sinistra. Una narrazione che si radica sul territorio e lo racconta nella sua contrapposizione tra la bianca Cupola di San Pietro sullo sfondo e i probabili fumi che non vediamo più, delle fornaci che hanno fatto guadagnare al quartiere il nome di Valle dell’Inferno. Gaetanaccio viveva nel quartiere di Borgo ai piedi del “Cuppolone”, come i romani chiamano la Cupola di San Pietro, ed era un discreto frequentatore delle carceri papali in quanto, come artista di strada, era personaggio scomodo. L’opera teatrale, scritta da Luigi Magni proprio per Gigi Proietti, è ambientata nell’anno 1825, anno giubilare, in cui come per le pandemie, venivano chiusi tutti i teatri. Gli attori quindi facevano la fame e Gaetanaccio continuava a fare dentro e fuori dalle prigioni proprio perché si ribellava a questa imposizione. Il tema è un chiaro allaccio alla situazione attuale. In una visione del tempo circolare il teatro di Gigi Proietti racconta, attraverso il teatro di strada di Gaetanaccio, l’attuale situazione dei lavoratori del mondo dello spettacolo.

Gaetanaccio, oggi

In un momento storico in cui è stata imposta una scala di valori che ha permesso, in piena pandemia, alle chiese di restare aperte mentre i teatri venivano chiusi, la voce di Gaetanaccio con la sua pancia vuota e la sua bocca piena di storie e denunce, torna a farsi sentire con incredibile attualità. Diavù riporta questa storia sulle scale di Aura, mettendocela sotto i piedi, e rendendoci inevitabilmente parte della narrazione, così come dell’opera. «È un’opera che, come le altre del progetto Pop Stairs, si relaziona con la città introducendo un cambio di prospettiva», racconta l’artista. «Le mie Pop Stairs sono opere concettuali e il concetto è proprio la trasformazione di una scala in un monumento. Il concetto è l’anamorfosi, la simulazione. Voglio riportare l’arte all’illusione». E proprio di un’illusione si tratta: un’opera spaesante capace al tempo stesso di radicare. Un’opera che, mentre si scendono le scale non c’è, proprio come le illusioni. Se ci si ferma nel mezzo della scalinata invece ci si ritrova ad essere parte dell’indecifrabile. Quando si prendono le giuste distanze si comprende il disegno. 

 

L’opera di Diavù dedicata a Gigi Proietti presso la scalinata del Centro Commerciale Aura di Valle Aurelia (Foto:Dafne Crocella)

Dal Muro al Gra, passando per le scale, l’arte feconda la città

Diavù è oggi una firma della street art riconosciuta a livello internazionale, oltre ad essere artista è anche curatore e creatore di diversi progetti. Ha fondato nel 2010 MURo, il Museo di Urban Art di Roma, nel quartiere Quadraro. «L’ho creato con l’intento di renderlo un progetto pilota. Le prime mura erano piccole, niente palazzoni. Siamo nati con il mio lavoro Art Pollinates Quadraro, l’arte feconda il Quadraro: un ovulo fecondato da spermatozoi, una dichiarazione di intenti, il desiderio di fecondare un quartiere con l’arte.  L’idea era di abituare le persone alla street art, quindi è stato un lavoro fatto con uno stile diverso dal mio, un po’ cartoon, non troppo grande, un primo passo nel quartiere, per ascoltare le risposte degli abitanti. La street art deve mantenersi rispettosa». Nell’estate 2015 è nato il progetto Pop Stairs con la realizzazione delle prime tre scale dedicate ad attrici del cinema che hanno interpretato ruoli collegati al territorio. L’anno successivo è partito il Progetto GRA per ANAS patrocinato dal MiBACT, che comprende una serie di murales lungo il Grande Raccordo Anulare, la strada statale che circonda la Capitale. «È stato un’evoluzione dell’idea che aveva dato origine al museo  MURo. Il mio ragionamento è stato: se Roma è un libro che ha tremila anni, facciamogli la copertina!». Tutti questi progetti hanno in comune una specificità territoriale condivisa con gli abitanti del luogo. Ogni lavoro, anche quelli di street artists provenienti dall’estero, si inserisce nella storia dei luoghi raccontandola e potenziandola.

Un lavoro a più mani

Oggi Diavù ha una tecnica consolidata e una firma riconosciuta. «Lavoro con diversi collaboratori che mi aiutano sia nella parte artigianale che con specifiche conoscenze tecniche, come ad esempio restauratori e chimici. Per me questo è normale, sono artista devo conoscere i materiali oltre alla storia di un territorio. L’idea che l’artista sia solo un fricchettone non corrisponde alla realtà. Un bravo artista è una persona molto preparata sia dal punto di vista tecnico che da quello concettuale». La realizzazione delle scale ha visto quindi il lavoro di più mani, oltre a quelle di Diavù anche quelle dei suoi assistenti Antonio Caricchia e Giorgio Silvestrelli ai quali si è unita la giovane artista iraniana Maryam Mahmoudiseraji.

Tecnica e visione

Oltre alle conoscenze tecniche e allo studio storico, sociale e antropologico di un territorio per poter realizzare progetti del genere bisogna anche sapersi barcamenare tra le istituzioni, i bandi e i committenti. «I committenti e le amministrazioni hanno bisogno della visione. Abbiamo politici che non hanno più una visione, sono attori in una realtà simulata. La visione spesso ce l’hanno gli artisti: dovrebbero servire anche a questo. Quando lavoro su un territorio lo studio sotto varie angolazioni e poi traduco la mia visione attraverso sistemi di renderizzazione il più veritieri possibile. Qui ad Aura vedranno la scalinata esattamente come il rendering che ho fatto. Ho scelto di essere didascalico nella spiegazione prima, in modo da potermi risparmiare di doverlo essere nella realizzazione delle opere dopo. Quindi con me i committenti sanno esattamente quello che avranno». Dopo la firma dell’opera e la posa della targa con il codice QR che racconterà la storia legata alla scala, la mattinata di inaugurazione si è chiusa con un’improvvisazione musicale: Stefania Placidi alla chitarra ha cantato insieme a Diavù la Ninna Nanna Senza Cena scritta da Proietti insieme a Piero Pintucci proprio per il Gaetanaccio.

 

 

23 settembre 2020

Intervista su Saperambiente (settembre 2020)


 La versione originale dell'intervista è QUI sul sito Sapereambiente, a cura di Dafne Crocella

Abbiamo ripercorso le scale del Cupolone con il loro potere simbolico di ascesa verso i cieli e rinascita, interrogandoci sul rapporto tra mondo terreno e mondo celeste nella Città Eterna. Ma la vita che scorre con ampi slalom tra i simboli di Dio e Cesare, la vita con il sangue nelle vene che brulica da millenni tra vicoli, piazze e mercati usa altre scale, sale e scende gradini nel quotidiano. Ci sono scale che passano inosservate, semplici collegamenti tra livelli che non hanno pretese simboliche, né velleità artistiche, ma che, forse proprio per questo, riescono a raccontare gli alti e bassi del popolo romano nel suo incessante passaggio.

Popstairs

Diavù, al secolo David Vecchiato, l’ormai noto street artist romano scelse proprio le scale per la manifestazione dell’estate Romana 2015 Ossigeno – Popstairs: un laboratorio di riattivazione culturale urbana mosso dall’idea di rendere l’arte accessibile a tutti. Niente di più ovvio se si vive a Roma, dove tra rovine e monumenti l’arte straborda da musei e gallerie e invade le strade. Tanti gli scrittori e i registi che hanno raccontato il fascino della nostra Capitale legando il quotidiano ai grandi monumenti.

 

 

Ma la scelta di Diavù non è una  sottolineatura dell’importanza dell’incontro tra creatività e quotidianità, quanto piuttosto il riconoscimento poetico di una tessitura che sa collegare forme narrative diverse, dal cinema alle arti visive. Sappiamo bene che spesso è proprio il cinema, che, nel raccontare il romanzo della vita di tutti i giorni, rende poeticamente famose piazze e fontane. Una su tutte la fontana di Trevi, bella, imponente, ma probabilmente capace di arrivare al cuore e all’immaginario sognante di mezzo mondo grazie a Federico Fellini che nel 1960 l’ha raccontata ne La Dolce Vita, più che a quello di Nicola Salvi e Giuseppe Pannini che l’hanno costruita nel 1762.

Scale per le stelle

Lo sguardo dei grandi registi sa che, per dirla con Umberto Saba il «pensiero si fa più puro dove più turpe è la via». Così Roberto Rossellini abbandona il centro storico scegliendo strade poco note, spingendosi fino a Primavalle per ambientare il suo Europa’51 (1952). Da questa suggestione parte il lavoro di Diavù, L’idea iniziale era legata a tre scalinate collegate a tre volti femminili del cinema italiano: Ingrid Bergman in via Flamignano, Michèle Mercier a Corso Francia e Elena Sofia Ricci in via Ugo Bassi. A queste nel 2016 si è aggiunta l’intramontabile Anna Magnani sulle scale del mercato Trionfale di via Andrea Doria.

David Diavù Vecchiato,"Michèle Mercier - Il Gioved 

David Diavù Vecchiato,”Michèle Mercier – Il Giovedì”, via Ronciglione, Roma. Dipinto su scalinata, Luglio 2015. Per il progetto di Diavù PopStairs Project, Ossigeno 2015 Festival (Foto: Oscar Giampaolo)

 Una narrazione urbana ipertestuale che dalla polvere della strada raggiunge il grande schermo, per poi tornare tra il frettoloso calpestio quotidiano. Forse in questi giorni di limbo in cui in molti siamo tornati turisti delle nostre città,  possiamo riappropriarci dei dettagli di Roma e riscoprire, tra un film e una passeggiata, volti e trame che l’arte ha saputo legare al nostro quotidiano.

Questo il parallelo che ha mosso la ricerca artistica di Diavù: le scale come metafora di ascesa verso i propri sogni, proiezione verso l’alto, lungimiranza e caparbietà, tutti ingredienti essenziali nelle carriere delle quattro grandi attrici.

Da San Pietro a Primavalle

Oltre a ricollegarci simbolicamente con il valore della determinazione nelle proprie scelte, il progetto di Diavù inevitabilmente ci porta verso una riflessione storico urbanistica. Nel 1931 Mussolini decise di liberare il Centro Storico della Capitale dalle classi operaie più povere che lo abitavano da generazioni e ne avevano caratterizzato l’anima.

Tra il 1927 e il 1938 nascono così le cosiddette 12 “borgate ufficiali”. Tra queste Primavalle, insieme al Trullo, Val Melaina, Pietralata, Quarticciolo, Tor Marancia, dove furono ridistribuite le famiglie del centro storco. In particolare Primavalle fu popolata dalle famiglie che abitavano i vicoli intorno a San Pietro e che subirono la demolizione delle loro case, che permise al regime di ottenere la maestosa via della Conciliazione. Cosa avrebbe pensato Michelangelo nel vedere distrutto l’intreccio di vicoli che improvvisamente si affacciava sul Colonnato, è una domanda che molti di noi romani o abitanti dell’Urbe, ci poniamo quando passando nel traffico di Lungotevere  ci ritroviamo sulla destra l’imponente vista di San Pietro.

Gentrificazione ante litteram

Ma più viva e inquietante è la domanda di cosa abbiano vissuto le famiglie del Centro Storico quando sono state trasferite nelle borgate perché ritenute indegne del cuore di Roma. Sappiamo che il cuore non risiede nella pietra dei grandi monumenti ma nel petto di chi li vive quotidianamente, così, mentre il centro si è ritrovato cassa toracica senza cuore, le borgate sono diventate un cuore ferito fuori dal petto. Questo indubbio processo di gentrificazione ha mosso l’interesse di artisti e registi e da questa sofferenza parte la prima scalinata di Diavù, quella dedicata a Ingrid Bergman e alla sua interpretazione in Europa’51, pellicola neorealista girata da Rossellini proprio tra la gente di Primavalle.  

La scala è oggi uno scorcio che si coglie rapidamente percorrendo via Trionfale e che ci lascia con la sensazione di una ricchezza territoriale fatta di storie ancora da scoprire nascoste nel pulsare delle periferie. Seguirono la scalinata in Corso Francia dedicata a Michèle Mercier e alla sua interpretazione ne Il Giovedì (1963) di Dino Risi, con l’ultima scena girata proprio su questa scala. A Trastevere possiamo invece trovare la giovane Elena Sofia Ricci nei panni di Cristina, l’eroina risorgimentale di In nome del Popolo Sovrano (1990) di Luigi Magni. Quasi a volersi ricollegare con la prima opera l’ultima è nelle vicinanze del cuore della via Trionfale e si può scorgere percorrendo via Andrea Doria, è la nostra Anna Magnani sulle scale del Mercato Trionfale, un efficace richiamo alla veracità del cuore di Roma spesso sostenuta proprio dalle donne che nelle loro pesanti sporte sanno portare pane e rose.

12 agosto 2019

Intervista su Wanted in Rome (agosto 2019)


 La versione originale dell'intervista, in inglese, è QUI sul sito web di WANTED IN ROME.

Come è nata la tua passione per l'arte, in particolare street art, e da quanto tempo stai dipingendo in strada?
Da bambino disegnavo sempre quello che vedevo attorno a me, anche mentre guardavo la tv o leggevo fumetti copiavo tutto. Mi ricordo che fu la mostra “I love Paperino” a Palazzo Braschi nel 1984 a farmi scoprire che fumetto e pittura potevano convivere, grazie alle opere di artisti come Schifano e Ugo Nespolo a fianco a quelle di Andrea Pazienza, Jacovitti e ai paperi di Carl Barks.
A lavorare in strada ho iniziato nel 1992/1993, incollando poster coi miei personaggi disegnati. Poi mi sono dedicato a lungo a fumetti ed editoria, senza smettere mai di riempire sketchbooks e di dipingere grandi tele, e solo nel 2009 sono tornato a fare opere in strada. Dal 2010 ho iniziato a fare murales sempre più spesso perché dipingere tra le persone e negli spazi vissuti da tutti è come una dipendenza. Se l'arte è relazione la Street Art è relazione all'ennesima potenza.

Puoi descrivere il tuo stile e la tua più grande fonte di ispirazione?
Non mi interessa che un mio lavoro sia immediatamente riconoscibile, graficamente parlando, e infatti uso tecniche e segni diversi a seconda del tipo di disegno o di dipinto che devo fare. Credo che, malgrado ciò, il mio modo di disegnare sia facilmente riconducibile a me.
La mia più grande fonte di ispirazione è la realtà che si nasconde dietro alle apparenze. Nelle mie opere cerco di rappresentare il vero, che non è ciò che vediamo ma ciò che quella superficialità visibile nasconde. Per capirci, mi interessa di più catturare la luce dello sguardo di una persona che fargli un ritratto riproducendo le sue fattezze.

Sei il curatore di MURo Museo Urban di Roma e anche GRAArt, puoi dirci qualcosa di questi progetti?
Sono entrambi dichiarazioni d'amore verso la Città Eterna. Roma è come una nonna di tremila anni che ha infinite storie da raccontarci, e dipingere nelle sue strade è un po' come tatuare la sua pelle: non si può prescindere da quelle storie. MURo è un progetto che ho avviato spontaneamente dieci anni fa al Quadraro, chiamando colleghi artisti di tutto il mondo a raccontare attraverso i murales le storie del quartiere, e che poi si è allargato prima a Torpignattara e poi a tutta la città producendo negli anni decine di opere. GRAArt invece è nato già grande, nel 2016, grazie a una commissione di ANAS e ha finora realizzato 17 grandi murales attorno al Grande Raccordo Anulare che si relazionano con la storia dei luoghi di Roma dove sono dipinti e si propongono perciò di divenire dei simboli di quelle zone.

Sei noto a Roma per le tue opere di grande misure come i ritratti (PopStairs) dipinte sulle scale in zone della città come Trastevere e Trionfale - qual è la tua tecnica per realizzarli?
Sono opere dipinte sulle scalinate e dedicate alle donne, e ho iniziato a realizzarle perché credo che questa città abbia bisogno di più monumenti 'al femminile'. Ogni opera richiede almeno una settimana di lavoro e uno staff di 2 o 3 assistenti oltre me, tutti inginocchiati per più di 12 ore al giorno. Quindi la tecnica direi che sta tutta nella preparazione fisica!

Dove sono i tuoi lavori principali, e c'è una zona di Roma dove sono più concentrati?
Sono soprattutto nelle periferie perché lavorando su grandi dimensioni non è facile ottenere permessi per le facciate dei palazzi dei centri storici. Anche se ritengo che ad artisti di chiara fama e lunga carriera si dovrebbero concedere, perché le città sono vive anche grazie alla stratificazione delle opere d'arte prodotte nel corso dei vari secoli. A Roma comunque ho dipinto ovunque, sul sito diavu.com nell'area Outdoor abbiamo messo una mappa dei miei murales proprio per rispondere dove sono con esattezza.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
A ottobre parteciperò alla mostra collettiva alla galleria Rosso20Sette Arte Contemporanea "Da sketch a MURo" che chiuderà i vari eventi del primo MURo Festival e produrrà un catalogo che celebrerà i primi 10 anni del progetto MURo. Poi se ci riuscirò mi piacerebbe coniugare tre miei amori: street art, editoria e musica. Nel frattempo dipingerò tanti altri murales.

1 giugno 2019

Intervista su Artribune (maggio 2019)


Una manifestazione dedicata ai progetti di Arte Urbana e di Street Art realizzati a Roma e in Italia dall’Associazione Culturale MURo negli ultimi dieci anni, un’occasione per riflettere su come la Street Art, dal punto di vista teorico e pratico, sia cambiata ed evoluta in questo lasso di tempo. È questo in sintesi l’obiettivo del MURo Festival, in programma nella Capitale fino al prossimo ottobre con eventi e appuntamenti che coinvolgono diverse istituzioni della città. Per capire il senso del festival, bisogna fare però un passo indietro fino al 2010, anno in cui lo street artist David Diavù Vecchiato fonda il Museo di Urban Art di Roma (MURo). Si tratta si un museo diffuso di Urban Art, un progetto che mette in relazione gli artisti con il territorio e gli spazi su cui poi andranno a intervenire con le loro opere, nel rispetto dei luoghi e creando relazioni con gli abitanti. Tutti temi affrontati durante i diversi appuntamenti del festival attualmente in corso, e di cui abbiamo parlato con David Diavù Vecchiato in questa intervista.

10 anni fa fondavi il Museo di Urban Art di Roma, con l’obiettivo di mettere in relazione gli street artist con il territorio in cui realizzano le loro opere. Dal Museo di Urban Art, come nasce e si sviluppa poi l’esigenza di creare il MURo Festival? 
Dopo 10 anni dedicati alla produzione di tante opere e altrettanti progetti di arte urbana tra le strade di Roma e di tutta Italia, ritengo sia naturale sentire l’esigenza di fermarsi un attimo per confrontarsi su temi che periodicamente ritrovi sempre sul tuo percorso – e sempre irrisolti -, malgrado vorresti vederli superati e dimenticati. Per dirla tutta, non è certo per celebrare MURo o l’omonima associazione e il suo staff instancabile che stiamo realizzando questo festival, ma per dialogare con tante altre realtà e mettere a loro disposizione la nostra esperienza decennale in questo campo. Veder procedere ancora oggi a tentoni chi desidera occuparsi della cosiddetta “Street Art” e lo fa usando un approccio dilettantesco è deprimente.

In che senso l’approccio alla Street Art è “dilettantesco”?
Ci sono amministrazioni pubbliche di città importanti che affidano a organizzatori di eventi di intrattenimento il compito di contattare degli artisti per lavorare gratuitamente sulle pareti dei loro quartieri. Ci sono artisti che dipingono in tutto il mondo eppure non sanno minimamente cosa sia la tutela legale di un’opera “di ingegno”. E ci sono tanti sedicenti “curatori” che ti invitano in quanto artista, ti indicano un muro dicendoti “vai e dipingi quello che ti pare” e ti lasciano solo senza alcuna informazione sull’area in cui stai lavorando e senza supporto tecnico.


Alla luce di queste riflessioni, in che modo il MURo Festival può offrire occasione di dibattito?
Questi appuntamenti sono l’occasione per mostrare alcuni nostri lavori del passato, spiegando come sono stati realizzati, ma anche per porre domande a istituzioni come ANAS, Municipi, Ambasciate, Soprintendenza Capitolina e altri sulle loro posizioni nei confronti di quest’arte che è sempre meno illegale e spontanea e sta diventando sempre più la nuova Arte Pubblica. Il mondo dell’arte sta soffrendo di immobilità, diciamocelo chiaramente, però aumentano le commissioni di opere di “Street Art”. L’arte fino a ieri più vilipesa e denunciata è oggi la più richiesta dalle istituzioni dunque. Sembrerebbe una contraddizione, e in effetti lo è finché la si continua a chiamare in quel modo. È fin troppo evidente che ormai non si tratta più di “Street Art”. Dunque è arrivato il momento di farci i conti.


Quali sono gli obiettivi del Festival? Quali sono i personaggi, le istituzioni e i luoghi coinvolti?
Abbiamo iniziato l’11 maggio al museo Macro di via Reggio Emilia, spiegando il progetto GRAArt (www.graart.it) e raccontandone genesi ed intenzioni. Abbiamo proiettato i 10 documentari inediti che mostrano come dietro al murale di ogni artista invitato a dipingere attorno al Grande raccordo Anulare ci sia dietro uno studio sui miti e sulla storia del territorio in cui l’artista ha operato. Nella tavola rotonda In nome della Street Art si è discusso di come si stia passando dal fare Street Art al produrre una nuova forma di Arte Pubblica e si è parlato quindi dell’eventualità di conservazione delle opere in strada, mostrando diverse testimonianze in merito, dall’operato di tutela “sul luogo” dell’associazione internazionale di restauratori e chimici Yococu fino agli strappi di murales di Luca Ciancabilla & co. che scatenarono le reazioni di Blu a Bologna nel 2016, quando l’artista coprì col grigio le proprie opere in città.


Un incontro è stato dedicato anche al tema del diritto d’autore…
Sì, il 18 maggio durante l’incontro Le mani, i pennelli e gli spray sulle città abbiamo affrontato con due avvocati il tema del diritto d’autore e di lecito ed illecito nella Street Art (e nelle opere d’Arte in strada in genere). Il giorno successivo invece è stata la volta della Street Art vista dai grandi media, e il direttore di Sky Arte è stato tra gli ospiti dell’evento. Durante le due date è stata inoltre presentata una rassegna di tutti i documentari tv MURO, che io stesso ho curato per Sky, e degli Street Art Tour virtuali tra i murales di alcuni nostri progetti.


Quali sono i momenti topici del programma del Festival?
Oltre agli incontri di cui abbiamo parlato finora – occasioni di dibattito piuttosto rare nel nostro ambiente – ci saranno anche momenti più leggeri. Ad esempio venerdì 31 maggio alle 18 presentiamo il nostro ultimo progetto di Urban Art a Roma, che punta a trasformare il Mercato Menofilo di Quarto Miglio in una galleria di opere en plein air di artisti come Beau Stanton, Jim Avignon, Lucamaleonte e Nicola Verlato, dedicate a tematiche storiche di quell’area della via Appia. Ci vedremo proprio là al mercato assieme alla musicista Stefania Placidi, che le storie più divertenti dell’Appia ce le canterà.


In un incontro affronterete anche temi politici attuali…
L’ultima tavola rotonda del MURo Festival al Macro è Oltre il MURo, e si terrà domenica 9 giugno alle 16. In quell’occasione noi artisti faremo domande a chi si occupa concretamente di una tematica di cui riteniamo urgentissimo parlare: la libertà di espatrio, quindi le migrazioni in mare e il ritorno all’autoritarismo a cui stiamo assistendo in tutto il mondo e che a noi non piace per niente. Questo è un incontro che ho voluto personalmente e che modero assieme al musicista Pierpaolo Capovilla, nella piena convinzione che chi fa arte ha un ruolo politico e sociale a cui non deve sfuggire. Infine ci sarà la mostra del festival che inaugura il 5 ottobre alla Rosso20Sette Arte Contemporanea, e che vedrà la presentazione del primo catalogo dedicato al lavoro del MURo di questi 10 anni.

– Desirée Maida

QUI sul sito di Artribune la versione originale dell'intervista.

Video integrale della tavola rotonda "In nome della Street Art" tenutasi sabato 11 maggio 2019 al MURo Festival al MACRO

31 maggio 2019

Intervista su Secondo Piano Scala B (maggio 2019)


Ci puoi raccontare le ultime esperienze di cui ti sei occupato? Quali sono i progetti che segui attualmente?
In questi giorni ho terminato dei murales nel territorio del Municipio VII di Roma che fanno parte del MURo Festival, un progetto che prevede murales di artisti italiani e internazionali, 2 rassegne di documentari, 4 tavole rotonde e una mostra, in un calendario che va da aprile a novembre 2019. MURo (Museo di Urban Art di Roma) è il progetto di Arte Urbana che ho avviato nel quartiere Quadraro dieci anni fa e che si è poi ampliato in tutta Roma, dal quale è nata l’Associazione omonima che fa arte in tutta Italia e l’omonima serie di documentari TV sulla Street Art che ho curato per Sky Arte. Dopo tanti anni di produzioni artistiche a contatto con la strada – ovvero in relazione con la quotidianità delle persone – ci siamo decisi di affrontare pubblicamente alcune tematiche che ruotano attorno al fare arte negli spazi pubblici e condivisi, e abbiamo deciso di farlo coinvolgendo membri di istituzioni italiane e internazionali e vari studiosi tra storici dell’arte, restauratori, avvocati, ecc.


Facendo un passo indietro nel tempo, qual è stata l’urgenza che ti ha “mosso” in particolare verso la street art, rappresentando per buona parte il mondo del Cinema? Cosa ti deve colpire quando scegli il soggetto, quando crei un personaggio cinematografico o racconti una storia?
Verso la Street Art mi ha spinto l’esigenza di essere artista in modo differente dalla figura stereotipata degli artisti del Novecento. Non volevo insomma fare la mia arte da una specie di Olimpo distante dalla quotidianità delle persone comuni – comuni come lo sono anch’io – in cui l’artista-genio crea solo per frequentatori di gallerie e musei in grado di capire ed interpretare le sue produzioni. Più del mercato dell’Arte Contemporanea di prestigiose fiere e gallerie a me interessa che la mia arte sia alla portata di tutti, anche a costo di adattare la mia ricerca stilistica per andare incontro a una più semplice comprensibilità, perché credo fortemente nel potere politico dell’arte. E l’arte in strada può essere potente se un’opera diviene un simbolo. Per farti un esempio, ho iniziato a dipingere attori e registi in strada nel 2014, proprio quando un comitato di quartiere, a Torpignattara, ha chiesto a me e MURo di realizzare opere di Street Art in grado di stimolare la riapertura di un edificio enorme chiuso da decenni, lo storico Cinema Impero. Scelsi di dipingere Pasolini, Anna Magnani, Mario Monicelli e i fratelli Citti in un territorio che è stato il set urbano di molti loro film, e su un cinema oggi chiuso che molti di quei film li ha proiettati. Abbiamo così richiamato in strada giornalisti, amministratori locali e ci fu una diretta tv della Rai, e tutto ciò accese i riflettori su quel luogo aiutando a stimolarne la riapertura. Ora è un’importante scuola di Teatro, e presto riaprirà anche la sala cinema.


Cosa ti affascina maggiormente della street art? Perché è un linguaggio che cattura l’attenzione di persone e personalità molto diverse tra loro?
La Street Art è effimera, nel senso che negli anni scompare dal muro su cui è dipinta e non ne resta traccia. È impermanente, proprio come noi. Eppure viene continuamente fotografata e diffusa in tutto il mondo in modo capillare tramite web e social network. Questa apparente contraddizione mi affascina. Ma mi affascinano anche le reazioni delle persone di fronte alle opere, dalla sorpresa alle critiche, dalla curiosità alle lodi, fino alle contestazioni, c’è sempre molta vita attorno alla realizzazione dei murales. È un’arte che crea un dibattito pubblico che difficilmente altre pratiche ed espressioni artistiche riescono a provocare.


Hai lavorato e lavori con molti giovani universitari. Qual è il loro approccio verso l’arte, a tuo avviso?
Generalizzando direi che subiscono più il fascino della Street Art che dell’arte in genere, perché un artista che è sospeso a decine di metri su un palazzo a dipingerne la facciata o che agisce anonimamente di notte lasciando tracce di sé nelle strade della città , è un esempio di libertà che attrae la curiosità dei più giovani. Ma questo a volte è solo un elemento di attrazione e, in realtà, sono molto interessati anche alle diverse tecniche usate nell’arte urbana e ai diversi motivi per cui la faccio. Da parte mia cerco di lavorare il più possibile in progetti e contesti in cui sono coinvolti studenti di ogni età, perché credo che la formazione e la crescita stessa di un individuo non possano prescindere dall’acquisizione di un proprio senso estetico e dalla conoscenza dell’arte.


Parlando del film “Secondo Piano Scala B”, su quale media ti piacerebbe vederlo (cinema, TV, web) e perché?
“Il medium è il messaggio” dice la celebre massima di McLuhan, dunque se si ampliano i media di fruizione di un prodotto si rende più trasversale anche il messaggio di cui è portatore? Chissà, nel dubbio dovremmo poter vedere ormai i film su ogni mezzo tecnologico possibile, anche se io personalmente ti confesso che non amo gli schermi piccoli (smartphone, tablet…) perché mi piace essere avvolto dalle immagini più che tenerle in una mano. E forse anche per questa ragione dipingo grandi opere in strada. Dallo schermo del cinema a quello di un drive in, fino alla proiezione sulla facciata di un palazzo, ecco, questi sono i mezzi sui quali preferirei vederlo.


Ultima domanda: in cosa è stra-ordinaria la tua vita? Quale aneddoto o episodio o evento vissuto ti ha fatto pensare di aver raggiunto un traguardo?
In campo professionale penso di aver raggiunto diversi traguardi, ad esempio importanti committenti o collaborazioni prestigiose e soddisfacenti, ma siccome credo che l’arte sia fondamentalmente relazione, uno dei momenti più intensi del mio lavoro è stato quando nel 2013 ho conosciuto Sisto Quaranta, un uomo che fu deportato dai nazisti assieme ad altri 946 giovani e adulti del Quadraro il 17 aprile del 1944 e miracolosamente tornato vivo. Un paio di anni fa ho dipinto un murale con Sisto, a pochi mesi dalla sua morte. Per il resto non sono mai veramente soddisfatto nel lavoro, mi piace cercare di fare qualcosa di diverso in ogni nuova opera e progetto – soprattutto perché mi annoia ripetermi – quindi ad ogni opera cerco di spostare la mia ricerca un passo più in là, a costo di deludere chi si affeziona a una visione che ha di me e del mio lavoro, e vorrebbe appiccicarmela addosso come un’etichetta per vedere prodotto da me sempre quel tipo di immaginario. Ciò che rende davvero stra-ordinaria la mia vita però non è il lavoro, sono le persone che ho attorno e che amo.


QUI sul sito di Secondo Piano Scala B l'intervista originale.

9 maggio 2019

Fare arte è fare politica, sempre e comunque.

Fare arte è fare politica, sempre e comunque. 
E se quell’arte è in strada il potenziale politico dell’opera diventa folgorante. 

Con il progetto di arte pubblica GRAArt siamo andati a recuperare il senso di storie e miti identitari della nostra tradizione restituendoli in chiave artistica contemporanea ai rispettivi territori. 

Abbiamo dimostrato così che la nostra vera identità è legata all'intera umanità che ci ha preceduto e ha viaggiato nei millenni da un Continente all'altro mescolando usi e costumi di popoli diversi, e non solo a quelle zolle di terra in cui viviamo, che spolpiamo fino all'esaurimento e che definiamo "nostre".

Ecco un estratto dal documentario "Questo insensato desiderio di luce" che racconta com'è nato il mio murale "Enea, Anchise, e..." a Roma e che mostra come il mito di un'antica e lontana discendenza fosse ritenuto dai romani più dignitoso ed importante di una realtà storica vincolata al territorio di origine.


30 settembre 2018

Intervista su Artribune (settembre 2018)


Parola all’artista romano che ha fatto della Street Art un terreno di indagine dalle molteplici potenzialità. Mescolando arte urbana, musica e curatela.
David Diavù Vecchiato (Roma, 1970) è un artista, curatore e musicista tra i più noti e attivi street artist italiani ed è sulla scena editoriale e creativa dagli inizi degli Anni Novanta. Oltre ad aver pubblicato numerosi fumetti, copertine e illustrazioni (su La Repubblica, La Repubblica XL, Frigidaire, Blue, Il Cuore, Alias, Linus, Rockstar, Rumore), la sua prima partecipazione a una esposizione collettiva è del 1996 all’Happening Internazionale Underground di Roma e Milano, che gli ha dedicato la prima personale nel 2002.
Numerose le mostre in Europa, Asia e negli Stati Uniti. Ha realizzato una personale per La Triennale di Milano/OFF e, tra le collettive, ha esposto al Museion di Bolzano, al Madre di Napoli e in altri musei italiani e internazionali.
La sua più recente collaborazione con un museo italiano risale all’ideazione e alla realizzazione dell’opera Æquus Parthenopensis sulla scalinata del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Alterna l‘attività visual e curatoriale alla musica. È consulente di collezionisti privati e direttore artistico del progetto Mondopop, che promuove artisti di tutto il mondo vendendo opere e producendo mostre, performance, installazioni ed eventi live. Cura il Festival itinerante di Urban Art, Lowbrow e Pop Surrealism “Urban Superstar Show”.
Dal 2010 è curatore del progetto di Street Art MURo Museo Urban di Roma, museo a cielo aperto da lui ideato e dal 2015 collabora con Sky Arte.
Dal 2016 è ideatore e curatore del progetto GRAArt per conto di ANAS, progetto di Urban Art realizzato a Roma e patrocinato dal MiBAC.
Insegna Fenomenologia delle Arti Contemporanee all’Istituto Europeo di Design di Roma.


Partiamo dai tuoi ultimi lavori: ad esempio ti abbiamo visto impegnato a Napoli in Piazza Pignasecca con Urban Neapolis per presentare il murale Cucù…tetè e in collaborazione con l’Università Roma Tre ‒ DAMS per la realizzazione di dieci murales. Cosa ci puoi raccontare di queste esperienze?
All’Università Roma Tre ho dipinto dieci murales ‒ dedicati ad altrettanti film scelti da me e concordati col Dipartimento ‒ che sono in realtà un’unica opera “totale” e immersiva, visto che tutto il cortile, Aula Parco compresa, sembra ora un grande quadro nel quale si può fisicamente entrare. È la sensazione di trovarsi in un’altra dimensione che il cinema ha dato ai suoi esordi e che mi piace pensare di aver ricreato coi miei grandi dipinti su muro in un luogo dove il cinema si studia.


E a Napoli?
A Napoli in qualche modo è l’operazione opposta: camminando tra i vicoli della Pignasecca vedi spuntare all’improvviso la testa dipinta di un bambino gigante, come provenisse da uno spazio sovradimensionato e stesse gattonando tra i palazzi del centro. Quel bimbo si chiama Mattia Fagnoni ed è stato portato via ai suoi genitori all’età di 7 anni da una malattia rara nel 2015. Proprio con loro ho avviato il progetto Urban Neapolis nel 2016 curando due murales dell’artista polacco M-City e un documentario per Sky Arte e ora, dopo la mia, pensiamo di proseguire con altre opere in città per sensibilizzare le persone al tema delle malattie rare col fine di aiutare economicamente le famiglie colpite da simili drammi.


Qual è la tua definizione di Street Art?
Arte, io la definisco così. L’etichetta “street” le è stata affibbiata perché è in strada, ma è semplicemente arte. Questa pratica di produrre immagini liberamente realizzate nella dimensione pubblica scatena una serie di dinamiche interessanti e quelle sono la vera novità, l’arte di per sé no. Per capirci, un’opera che compri e metti in casa tua ‒ al di là dell’acquisto come investimento ‒ può essere un simbolo per te, può avere un preciso significato affettivo o politico, suscitare in te emozioni e riflessioni, e comunque tutto ciò avviene in una sfera privata. Realizzata in strada la stessa opera diventa arte per tutti e ci costringe a confrontarci con essa, sia esteticamente che intellettualmente. Ci poniamo delle domande che non ci saremmo mai posti: se ci piace o no quell’opera, se la sentiamo come un dono o come un’immagine “imposta”, se ci incuriosisce e ne comprendiamo il senso, se c’è un messaggio dell’artista e in tal caso se lo condividiamo o no, eccetera. L’arte è uno strumento espressivo potente, per questo in molti scelgono di non avere niente a che fare con l’arte nella propria vita. Ecco, la Street Art glielo impedisce, e fa benissimo.


Quali tecniche utilizzi oggi e quali sono le tue preferite?
Per le opere in strada quasi sempre faccio schizzi preparatori per inquadrare le figure nello spazio e definire le proporzioni. Questi mi chiariscono quali foto di riferimento cercare o scattare, poi con la tavoletta grafica al pc passo al bozzetto definitivo e poi, se si tratta di un dipinto, lavoro a pennelli sul muro. In alcune condizioni dal bozzetto preferisco realizzare gli stencil, quindi taglio le “maschere” su cartone e le uso per dipingere a spray sul muro. Nelle opere in studio, oltre a quelle citate sopra, uso le tecniche più disparate, dalla grafite alla china, dai pastelli a olio agli acquerelli, o al collage. Non ce n’è una preferita, è l’opera a scegliere la tecnica con cui vuole essere realizzata.


Come è cambiato il tuo messaggio rispetto agli inizi?
Non so se ci sia mai stato un messaggio. Sensazioni, emozioni e un senso in ogni opera che ho fatto, questo sì. Un significato se vuoi, ma più emotivo che razionale. I messaggi dentro l’opera in questa maniera diventano tanti e a ogni osservatore arrivano in modo diverso. Se intendi poi come sono cambiato io, beh sono un’altra persona rispetto agli inizi, quindi è cambiato il mio approccio al produrre opere che ora è forse più profondo di quando preferivo disegnare immagini dall’impatto più “trasgressivo”. Quello che resta forte e uguale è il legame tra la mia ricerca espressiva e il segno, la linea tracciata: vedo il disegno e la pittura quasi come forme di scrittura. Non sono la composizione verosimile o la prospettiva a guidarmi, quanto il senso e le linee in un’opera. Sono un drogato della linea, potrei tracciare segni per ore e ore, ma non dipingo opere astratte perché il senso è l’altra dominante nel mio lavoro e non voglio che l’immagine perda un proprio senso “comprensibile” per diventare soltanto segno. Soprattutto nell’arte in strada, il senso è ciò che può rendere i murales dei simboli forti, mentre il segno astratto viene per lo più preso per decorazione.


Come ti definisci rispetto alla Street Art? 
Uno sperimentatore di progetti e di linguaggi… o un outsider forse, perché faccio arte in strada, ma se per “street artist” si intende un busker dell’arte visiva allora non lo sono. Dipingo opere, certo, ma ho anche ideato e curato progetti di arte pubblica come MURo Museo di Urban Art di Roma, GRAArt e lo stesso Urban Neapolis. E questo non mi connota solo come curatore. D’altronde ho scritto e disegnato fumetti ma, pur avendo pubblicato su periodici importanti ogni mese per anni, non ho mai pensato di dedicarmi esclusivamente alla carriera di fumettista; ho scritto ed eseguito musiche e canzoni per vari progetti, ma ciò non fa di me un musicista o un cantante. E ho curato i 17 documentari della serie Muro sulla Street Art per Sky Arte, ma la tv non è il mio lavoro. Sono un artista e in quanto tale faccio una libera ricerca con qualsiasi linguaggio ritengo mi sia necessario.


Quanto le città in cui operi hanno influenzato e influenzano il tuo lavoro?
Le città sono come personaggi, con una loro anima e un loro carattere. Sono piene di storie, di segreti, di contraddizioni, e io sono tanto curioso, quindi in ogni luogo che visito cerco di cogliere con empatia e rispetto gli aspetti che mi permettono di conoscerlo e comprenderlo meglio. Questo influenza eccome il mio lavoro. Un progetto o un’opera che realizzo a Napoli è prima di tutto un progetto o un’opera per Napoli, poi un Diavù.


In che direzione va la Street Art? Cosa ti piace e cosa, invece, potrebbe essere ancora fatto?
Ti dirò prima cosa non mi piace della direzione in cui vedo andare certa Street Art. Non mi piace quando amministratori pubblici o committenti privati vogliono scegliere loro sia soggetti che significati delle opere che vanno realizzate, poiché essere artista o curatore richiede anni di lavoro e non è nelle loro competenze e perciò si finisce col trasformare delle potenziali evocative opere d’arte in decorativi motivi da carta da parati o in banali didascalici santini. Si perde così l’occasione di suscitare emozioni e sensazioni profonde e magari un dibattito pubblico, pur di non indisporre il cittadino, che non va invece trattato come fosse audience. Loro esprimano le loro esigenze, ma poi lascino che degli artisti e dei curatori capaci facciano il proprio lavoro. Mi piace invece che questa sia un’arte effimera e temporanea per quanto ci si sbatta a realizzarla al meglio e a lasciare un proprio segno, perché questa caducità la fa somigliare alla bava di una lumaca, o alla vita se preferisci, quindi anch’essa fa riflettere. Mi piacciono però pure quei restauratori che si impegnano nel conservare le opere a lungo anche con l’idea di restaurarle, perché le comunità potrebbero decidere di salvarne qualcuna per i posteri.


In che modo pensi che la Street Art possa aprire nuove opportunità, in ambito artistico?
Prendiamo un esempio vicino: l’Italia. Dopo la Seconda Guerra Mondiale sono stati edificati tantissimi brutti edifici, interi quartieri dormitorio, infrastrutture titaniche, in grigio cemento o con grandi pareti piatte, senza finestre né decori. Esteticamente sono tanti mostri che devastano i nostri panorami urbani che fino ad allora, grazie alla presenza dei piani regolatori, non avevano subito una tale quantità di orrori da palazzinari speculatori e privi di senso estetico, lasciati a briglia sciolta da politici e amministratori pubblici. Oggi questi sono tutti potenziali spazi per l’arte, che può donare una nuova vita, e questo chi è attento alle dinamiche delle città lo sa. Ma la Street Art non la si può relegare a reinterpretare le brutture delle periferie e basta. Ecco, dobbiamo augurarci che gli stessi costruttori e architetti comincino a prevedere spazi per l’arte nei nuovi edifici che progetteranno per il domani, o che delle leggi dello Stato li obblighino a farlo. Sarebbe un augurato ritorno alla collaborazione tra architetti e artisti visivi, una virtuosa dinamica che in passato ha dato origine ai monumenti e alle strutture antiche che oggi tanto apprezziamo. Architetti, azzardate di più e collaborate con gli artisti.


Che ne pensi delle collaborazioni con altri artisti?
Da parte mia tutto il meglio possibile. Sono più di venticinque anni che in tanti miei progetti includo altri artisti. Collaborare è un continuo confronto, crea stimoli, invita alla crescita e spesso è anche divertente. Certo non è semplice, perché l’artista ha una personalità complessa e la diffidenza o la competizione sono sempre dietro l’angolo, ma anche quelle possono essere utili per migliorarsi. E poi le cose troppo semplici mi annoiano.


A chi è più difficile spiegare ciò che fai e ciò che sei?
A chi conosce solo uno dei miei tanti progetti e mi immagina ancora fermo là, mentre a me interessa muovermi rapido in linguaggi e stili diversi. Ma a ben pensarci, così facendo sono io a rendere arduo il compito di etichettarmi, evidentemente perché non mi interessa. Che siano dunque le opere a “spiegarsi”.


I tuoi prossimi progetti?
Ho appena terminato i dipinti per due copertine di dischi che stanno per uscire, una dell’italiano Francesco Di Bella, ex-cantante dei 24 Grana, e una del musicista polistrumentista del Mali Baba Sissoko, per cui avevo realizzato un’altra cover qualche anno fa. Sto per dipingere due murales a Perugia all’uscita della E45, quasi un benvenuto a chi arriva in auto, e sto iniziando una serie di nuovi lavori su tela, dopo una lunga pausa dallo studio per privilegiare la strada. A Roma mi piacerebbe proseguire nella curatela di GRAArt, che fa dialogare Street Art, storia e arte classica su cui abbiamo girato dieci mini-documentari che ora capiremo come distribuire. Poi ho in testa tanti altri progetti ovviamente, tra cui proseguire Urban Neapolis a Napoli, ma per farli diventare concreti servono produzioni, quindi vedremo se scenderanno sulla Terra o no.


‒ Alessia Tommasini

QUI sul sito di Artribune la versione originale dell'intervista.

27 aprile 2018

Intervista sul blog Barbarapicci.com (aprile 2018)

Vorrei iniziare questa nostra conversazione chiedendoti del tuo rapporto con Roma visto il forte legame fra il tuo lavoro e la città. I tuoi progetti, a partire da MURo, Museo di Urban Art di Roma, aprono un dialogo con la città sia dal punto di vista storico-architettonico, sia dal punto di vista sociale nei confronti dei suoi abitanti.
Giusto, “ma Roma e i suoi abitanti lo vorranno questo dialogo con Diavù? O quando un artista in genere applica il suo immaginario visivo in uno spazio condiviso non sta facendo piuttosto un monologo?” verrebbe anche da chiedersi, no?
In fondo qualsiasi intervento nello spazio pubblico o condiviso non è mai frutto di unanime consenso, è anzi in qualche modo una prepotenza, ma l’intellettuale non è al consenso delle masse o alla rassicurante popolarità che deve puntare, bensì ad offrire la propria visione ai suoi contemporanei. Allora, per darti una risposta spero esauriente credo sia necessaria una premessa che spieghi le intenzioni che muovono alcuni dei miei progetti legati a Roma: io ho sempre cercato il collegamento tra le opere d’arte e la Storia dell’umanità. Non credo esistano poteri ‘buoni’, e per questo considero la Storia che studiamo a scuola la biografia dei grandi criminali del passato. O meglio, di quelli che hanno vinto guerre e battaglie e conquistato Stati e potere sterminando i loro contemporanei e che l’hanno scritta quella Storia, con le ragioni registrate tutte dalla loro parte. Perciò, più che la Storia in sé, mi interessano l’Archeologia, la Musica, la Letteratura, la Poesia, il Cinema, e l’Arte tutta, perché nelle immagini che questi linguaggi evocano, assai più sincere secondo me di molti aneddoti storici, si nasconde il vero spirito dell’umanità, là si respira la storia quotidiana della gente comune di epoche lontane, e in quelle opere non c’è ragione e non c’è torto a dominare la scena, ma giocano un po’ tutti sia i ruoli dei buoni che dei cattivi. In questo contesto Roma è la custode di un enorme tesoro, le innumerevoli opere che la civiltà occidentale ha lasciato a Roma e che, conservate oggi nei suoi musei ma anche visibili nelle sue strade, sono come le pagine di un libro che ti narrano 3 mila anni della nostra specie. Roma è dunque la grande vecchia, è come la nonna eterna che ti racconta le storie di un lungo passato, aprendo 1000 finestre nell’immaginazione di un artista o di chiunque abbia la sensibilità di ‘ascoltarla’. Per questo, se in qualche modo provi a risponderle con le tue opere e i tuoi progetti, quel rapporto con la città diventa un dialogo e non è più un monologo. L’amore che mi lega a questa città me la mostra come un’anziana bellissima donna che ha tanto da insegnare a tutti, ma che quasi nessuno più ascolta, presi come siamo a distruggerla, a renderla invivibile per i nostri infimi interessi. Sono pochi i romani e gli italiani che amano questa città-tesoro e che sanno rispettarla e condividerla, in molti ne associano il nome soprattutto a una squadra di calcio perché solo di quella vanno fieri, e quello è anche il massimo sforzo passionale che riescono a compiere nei suoi confronti. Ti direi infatti che, per la quantità e qualità dei suoi tesori culturali, Roma è un bene dell’umanità che dovrebbe essere gestito e amministrato, oltre che protetto, da un ente internazionale e non soltanto dall’Italia.
Aprire quei dialoghi di cui parli con la Città Eterna attraverso l’arte per me è un continuo privilegio, e per questo cerco di dare del mio meglio per rendere le “pagine” di quel libro più visibili. Il MURo – Museo di Urban Art di Roma – è uno di questi, nato nel 2010 come un esperimento frutto di questo amore, nell’intenzione di usare le opere d’arte urbana come delle armi da impugnare per conservare e difendere parte di questo patrimonio, arricchendolo così di nuove opere realizzate da artisti di tutto il mondo, perché Roma è il risultato di una continua stratificazione di opere d’arte che non deve fermarsi mai.


Vorrei citare un progetto presente che mi ha particolarmente incuriosito. Mi riferisco a GRAArt che hai ideato, curato e a cui partecipi come artista. Il riferimento è sempre alla città Eterna, in questo caso al suo mito interpretato in chiave contemporanea. Parlaci del progetto.
Ecco, se Roma è il grande libro millenario di cui stiamo parlando, GRAArt può diventare la sua copertina. Poter dipingere grazie ad ANAS dei murales sulle pareti esterne del Grande Raccordo Anulare che circondano la Città Eterna comporta un’assunzione di responsabilità di cui si deve essere il più possibile consapevoli per commettere meno errori possibili, e per questa ragione ho chiesto aiuto nell’esercitare la mia funzione di curatore alla scrittrice Ilaria Beltramme, che nei suoi libri sa raccontare Roma a tutti con parole semplici e coinvolgenti.
Dietro GRAArt c’è l’intenzione politica di restituire alle periferie dei simboli identitari che, in molti casi, gli sono stati tolti quando in passato sono state depredate dei reperti archeologici trovati poiché viste solo come terre di nessuno, oggetto di speculazione edilizia dove costruire più palazzine-dormitorio possibili, con un minimo di servizi pubblici e pochissimi luoghi di cultura. Questo ha provocato l’esistenza di due città distinte, una Roma centrale, monumentale, ricca di arte e cultura, e l’altra Roma periferica, spesso mal collegata al centro, esteticamente malconcia, e di cui quasi vergognarsi. GRAArt cerca di avvicinarle idealmente.
Ilaria Beltramme ed io perciò raccontiamo ad ogni artista da me convocato le storie e i miti che lei ha selezionato e che sono in qualche modo legate al luogo dove si trova il muro che l’artista dipingerà. Io cerco infatti di coinvolgere colleghi la cui sensibilità possa permettergli di donare un “simbolo identitario esatto” al luogo, cioè un’immagine che racconti in qualche maniera una storia in cui le persone che ci vivono o lo frequentano possano riconoscersi e dunque che possa trasmettergli la fierezza di vivere in quel luogo. Non si tratta di creare bellezza dal nulla chiedendo agli artisti di dipingere ciò che vogliono, come processo di pura estetica, ma di scavare concettualmente nel passato per recuperare la bellezza laddove è stata seppellita, come fuoco sotto la cenere.
È un processo empatico con il territorio che si innesca anche grazie al grande staff composto da persone magnifiche con le quali lavoro, tra cui Mirko Pierri e Giorgio Silvestrelli che sono sul campo ogni giorno con gli artisti e spiegano ogni volta ai cittadini cosa stiamo cercando di fare coi nostri murales e coi nostri progetti in genere.


Oltre alla pittura, ti diletti nella musica, nel fumetto e nella scrittura. Addirittura nella realizzazione di documentari come nel caso di MURo per Sky Arte. In che modo vivi questa pluralità di stimoli? Ci son punti di intergiunzione o viaggiano separati? E soprattutto qual è, se c’è, la disciplina che preferisci?
Ciò che faccio non è poi così visibile credo. Benché alcuni miei progetti – come documentari, rubriche scritte, fumetti, illustrazioni e collage – sono usciti su periodici nazionali e in tv, forse ciò che più si nota del mio lavoro sono i dipinti, soprattutto la produzione in strada, e i progetti di Urban Art. Almeno questa è la mia percezione. La musica addirittura la vivo come una passione segreta da esercitare in intimità, pur avendo registrato colonne sonore per corti e lungometraggi, qualche featuring e un disco molti anni fa. E forse è proprio la musica che mi fa stare meglio. Comunque, uso varie discipline per dire ciò che ho bisogno di dire soprattutto perché credo che l’esistenza sia soprattutto relazione, e che relazionarsi con gli altri ed in genere con il mondo di ieri, di oggi e anche di domani attraverso le proprie opere, possa richiedere linguaggi differenti, linguaggi che trovo stimolante sperimentare. Mi ripugna sentirmi rassicurato da una formula che ‘funziona’, ovvero usare un unico linguaggio e cercare di fissare per forza un codice in ciò che faccio (che in genere punta ad essere quello che riceve più commissioni, più click e più consensi) e dunque ripetere quel codice all’infinito per aumentare man mano il mio ‘pubblico’. Per intenderci, vi piacciono le scalinate con dipinte sopra delle attrici perché avete deciso che mi vengono bene e vi interessa associare il nome “Diavù” soltanto a quelle? Mi spiace, ma non saranno i complimenti, né tantomeno i soldi, a farmi decidere di dipingere soltanto scalinate nella vita, perché mi romperei a farlo, sia le palle che le ginocchia. So che questo è un atteggiamento demodé, dal momento che gli stessi intellettuali negli ultimi decenni hanno assunto i comportamenti dettati dal mondo dell’intrattenimento, sottostando alle regole della popolarità e confondendo la propria figura con quella dei mattatori e delle soubrette, ma questo è il mio caratteraccio.
Un artista non può venir meno al ruolo scomodo di colui che deve rimestare nella coscienza e nel pensiero del proprio tempo, scavando profondamente e gettando in faccia alla società ciò che trova. Io non sono qui per intrattenervi, insomma, ma anzi per rompervi i coglioni. Questo è un intellettuale e dunque anche un artista. Quello che faccio io non lo penso per un pubblico, cioè per una massa, ma per le singole persone, ovvero per i tasselli che formano una società. È come un dialogo con ogni singolo osservatore delle mie opere.
La cosa più difficile è trovare il tempo necessario per fare tutto ciò che vorrei fare, perché si tratta di discipline che vanno esercitate con impegno, tanto studio e anche del coraggio, al di là dell’attitudine di buttarsi a farlo, che è indispensabile ma da sola fa di te soltanto un improvvisatore, spesso mediocre.
Tu porti come esempio la serie di documentari MURO per Sky Arte, nati raccontando nell’episodio pilota l’esperienza del progetto omonimo al quartiere Quadraro di Roma e poi proseguiti con altre due stagioni (presto andrà in onda la seconda tra l’altro) in cui artisti noti girano l’Italia per realizzare ognuno un’opera di Urban Art in una città diversa.
Ecco, la tv è un media diverso dagli altri, che intrattenimento e cronaca hanno impoverito fino a fargli toccare il fondo con programmi brutti, concettualmente ed esteticamente, che umiliano ogni giorno l’intelligenza di chi li guarda. È un linguaggio pieno di regole noiose, difficili da infrangere, che però ti fa sentire come il capitano Achab, che però non deve uccidere Moby Dick ma cavalcarla, addomesticarla ai suoi voleri. Un’impresa che puoi intraprendere in modo significativo solo se hai idee molto chiare e una grandissima sintonia coi tecnici che lavorano con te. Oppure una posizione di assoluta superiorità su di loro.


Il tuo percorso artistico parte dalla fine degli anni ’90, vent’anni in cui, oltre ad aver coltivato la tua ispirazione artistica, hai anche ideato e curato festival sostenendo altri artisti e promuovendo progetti di riqualificazione di zone di degrado. Come convivono queste due anime?
Se la tua ricerca, come ho accennato prima, va oltre le tradizionali tecniche e linguaggi artistici e ti spinge a immaginare di poter fare degli interventi che possano incidere nella società e ad avere idee lungimiranti che vorresti trasformare in progetti concreti di dimensioni rilevanti, ma al tempo stesso ti manca il budget per realizzarli, allora cosa fai? Esci dalla dimensione egocentrica tipica a volte dell’artista e cerchi collaborazioni con altri artisti. La ragione per cui io sono diventato curatore di mostre, di Festival, di progetti di arte urbana, è perché me li ero immaginati esattamente come avrei voluto vederli realizzati e avevo dunque l’esigenza di concretizzarli. Sono andato a cercare chi avrebbe potuto finanziari, ma dove non l’ho trovato non mi sono mai perso d’animo e sono riuscito a realizzarli lo stesso, perché vengo dall’autoproduzione, dalle fanzine, dai manifesti stampati in proprio e incollati in strada di notte, e sono un autarchico che non ha paura di fare tutto il lavoro da solo pur di realizzare un progetto. A Roma si chiama ‘tigna’.

Nasci nel mondo, o col mondo, dei graffiti però hai sempre usato il pennello e non hai mai fatto tag. Nonostante questo, il tuo lavoro ne ha subito l’influenza. Qual è il tuo rapporto con questo mondo e come vivi questa ambivalenza?
Se mi chiedi cosa penso del Writing ti dico che per certi aspetti è come il cubismo: stilisticamente è una ricerca estetica che modifica le forme note rendendosi difficilmente comprensibile, fino a divenire un codice. A me è sempre interessato, l’ho sempre rispettata come forma artistica, e mi ha sempre divertito il fatto che il mondo dell’arte non è mai riuscito davvero ad assimilarlo perché di writer ce ne sono fin troppi nel mondo ed è un fenomeno accessibile che vediamo ovunque, quindi il mercato dell’arte quando lo ha accolto nelle gallerie ha sempre fatto fatica a smerciarlo ai prezzi che avrebbe voluto. Non riesci facilmente a quotare a costi vertiginosi qualcosa di così comune e simile ad altro.
Io ne ho subito il fascino perché sono cresciuto artisticamente in mezzo ai writer, anche se non avevo interesse per la scrittura in sé e nemmeno per il concetto di marcare il territorio, che ritengo poco interessante. Mi è sempre interessato di più stilisticamente, perché sono un malato del segno, della linea grafica da lasciare su un foglio o su una tavola di legno, su una tela o su muro. L’enfasi romanzesca del ghetto e del giovane ribelle che si riscatta scrivendo il suo nome sui muri non mi riguarda, e non è certo quello l’aspetto che mi ha affascinato, ma è piuttosto la bravura e il coraggio dei writer, persone con cui dividevo le pareti del Forte Prenestino di Roma o del Leoncavallo di Milano negli HIU Happening Underground di 20 anni fa, sulle quali io attaccavo i miei dipinti e i miei fumetti e loro le foto dei pezzi che facevano sui vagoni delle metro e dei treni.


Mi hai parlato del progetto di uno studio- galleria aperto al pubblico al Pigneto. Di cosa si tratta?
Di cambiare un po’ rotta. Io finora – se escludi quando lavoro sui murales in strada – ho sempre dipinto in solitudine. Metto le cuffie, disegno, dipingo, e non voglio rotture di palle attorno. E mi piace perché, malgrado mi impegni ad essere più socievole che posso grazie alla curiosità che mi spinge verso i miei simili, ho tendenzialmente un carattere da orso. Eppure sono certo che quando dipingo ‘disturbato’ dalla gente attorno produco cose migliori. Per questo in primavera aprirò uno studio in cui si potrà venire a vedere le opere in progress, proprio come se la strada entrasse nel mio atelier, e si potrà anche acquistare. Inoltre basterà seguire i miei profili social e si vedrà ogni giorno cosa sta succedendo nel Diavù Studio.

Cosa dobbiamo aspettarci dal futuro? Altri progetti che ci vuoi segnalare?
Nessuno dei progetti futuri, perché se ve li racconto mi passa la voglia di farli.
Ti dico però che, mentre i miei fumetti di Macaco & Piteco sono esposti nella mostra “XL Comics, Fumetti in grande stile” alla WeGil di Roma ed editi sul librone della Panini “XL Comics” e la seconda stagione dei documentari che dirigo artisticamente “MURO” dovrebbe partire a breve su Sky Arte, io ho appena finito il mio 2° murale per GRAArt a via di Boccea, sto seguendo il montaggio del documentario che racconta l’intero progetto GRAART e sto per iniziare a dipingere un’opera totale, ovvero vari murales nel parco di un’istituzione che ha per me un forte significato simbolico. Una cosa a cui tengo molto, ma di cui non posso ancora parlare.


QUI sul blog barbarapicci.com la versione originale dell'intervista.

10 aprile 2017

Intervista su Corriere.it (aprile 2017)

Roma è una, quella del centro monumentale come quella della grigia e maltrattata periferia. Quelli del centro e quelli della periferia sono romani allo stesso modo ed entrambi hanno diritto ad essere circondati di arte e di bellezza.
E se Roma ha sempre accolto cittadini da tutto il mondo è perché i romani nascono dove gli pare.
Prima di essere romanisti impariamo ad essere romani, ad andare fieri dei tesori di questa Città Eterna unica al mondo, e a mostrarli con spirito di ospitalità. 


Proprio con questo spirito nasce il progetto di Arte Pubblica GRAArt, che ho ideato e diretto per ANAS e che l'Associazione MURo ha curato, con la preziosa consulenza storica della scrittrice Ilaria Beltramme:




QUI su corriere.it l'intervista video originale.

27 giugno 2016

Diavù on the rocks a Matera


Ho appena lasciato dietro di me la splendida città di Matera, dove ho realizzato questo murale qua in alto per lo Urban Street Art Matera Festival nel mercato Le Botteghe del quartiere Piccianello e dove ho la mostra in corso "Diavù on the rocks" fino al 30 luglio alla Momart Gallery, in piazza Madonna dell'Idris 5/7, tra i Sassi.

Il Festival è a cura di Monica Palumbo e la mostra è a cura di Damiano Laterza, il quale ha scritto il testo critico che segue e mi ha fatto l'intervista in chiusura.

Pubblico tutto qui, ringraziando Monica e Damiano della meravigliosa ospitalità e tutte le persone meravigliose conosciute e ritrovate a Matera.


DIAVÙ AIUTACI TU!
Testo critico di Damiano Laterza


Quando la direttrice artistica della Momart Gallery e dell’Urban Street Art Matera Festival, Monica Palumbo, mi ha chiesto un parere su quale profeta dell’arte pubblica portare nella Città dei Sassi onde impreziosirla coi fermenti visivi più attuali – e all’insegna di una fruizione davvero partecipata degli stessi – non ho avuto dubbi: Diavù!
«Se penso a Matera, mi viene in mente il passo di Carlo Levi quando dice che la città ha la forma di un imbuto rovesciato, simile a quello che a scuola immaginavamo essere l’inferno di Dante. Questa descrizione mi ha molto stimolato. Non ci sono mai stato e non vedo l’ora di venirci!» così dichiarava l’artista accettando immediatamente, e senza esitazione alcuna, l’invito a venire a creare a Matera, che gli era stato testé rivolto.

"Diavù on the Rocks" è il titolo della personale/work in progress che David Vecchiato detto Diavù terrà in galleria mentre sarà contemporaneamente coinvolto nella realizzazione di un murale altamente evocativo, nel degradato quartiere di Piccianello. Uno sdoppiamento, per questo artista‐macchina, pop nel DNA, social oltre ogni schermo, touch perché puoi toccarlo – e modificarlo – biz perché se puoi permettertelo, puoi comprarlo e appenderlo in casa. O puoi fare un investimento. Un sicuro investimento.


Ecco perché “On The Rocks”. Perchè è tra le rocce, dentro i Sassi – sulla trafficatissima Via Buozzi e a ridosso della Piazza mozzafiato di San Pietro al Caveoso, location della ipogea MOMART Gallery – che l’opera di Diavù si svelerà per mezzo di tavole iconiche riproducenti i suoi lavori outdoor più famosi. Oppure no, visto che c’è anche una tela inedita, un lavoro per strada non ancora eseguito o che non verrà mai realizzato. Uno studio. Un capriccio. Chicche di culto, nelle viscere dell’imbuto di cui sopra.

“On The Rocks”, poi, è un drink di sicuro rinfrescante. “Cool” si diceva fino a poco tempo fa. Cioè nuovo. Matera è come una verginella inesperta e assetata di tutto, in questo momento. La grande arte può solo aiutarla a risorgere ancora più splendente e a rinforzare l’autostima, in vista del debutto in società, previsto nel 2019, quando entrerà nella modernità come modello d’insediamento umano e culturale da imitare.


“On The Rocks”, inoltre, perché nello slang degli street artist newyorkesi significa “be in trouble” cioè “mettersi nei casini”. Ed è quello che sta facendo Diavù, venendo a Matera. La bellezza straordinaria di questa città è causa di turbamenti negli artisti. Per fortuna sappiamo che in questi esseri speciali lo scompiglio è generativo – la RESILIENZA è un cluster verriano che amo molto – quindi sarà un inferno e Matera avrà nutrito ancora la civiltà della sua essenza. La missione sarà dunque compiuta.
Non vi resta che venire a vedere da vicino la discesa agl’inferi dello street artist romano più famoso, colui che di sali e scendi per le scale ne sa qualcosa, visto il suo straordinario progetto anamorfico in corso nella Città Eterna. Scalinate anonime che diventano il pretesto per raffigurazioni incredibili di femmine fatali della storia del cinema che forse le percorsero, forse no. Il tutto a partire dall’utilizzo di una proiezione chiamata anamorfosi ‐ che crea l’abbaglio della terza dimensione. Oggi la chiamiamo “3D Art”, ma è la stessa che nel ‘700 (e pure prima) si usava per decorar soffitti e creare inganni architettonici. “Trompe l'œil”, dicono i francesi. Tra i re‐inventori di tali incanti ottici c’è Kurt Wenner, architetto americano ed ex illustratore della NASA. Dice di ispirarsi a un certo Andrea Pozzo (1642‐ 1709) architetto, decoratore e teorico dell’arte, cantore del tardo barocco illusionistico e membro laico della Compagnia di Gesù.



Con questa tecnica è possibile trasformare luoghi quotidiani in scene fantastiche: squali in eruzione da marciapiedi, voragini e bisettrici suburbane, strade e corsi d’acqua a cascata che attraversano quartieri anonimi. Diavù, però, è andato oltre. Nell’illusione da lui creata, infatti, la scala non è più reale ma regredisce quasi in 2D, si trasforma in schermo per la proiezione di un fotogramma che, quando sali o scendi i gradini, scompare decisamente per lasciar spazio a incomprensibili pennellate. Poi, quando ci si allontana e si conquista il giusto punto d’osservazione, l’immagine ricompare in tutto il suo splendore. Miracolo!


Infine, perché Diavù in galleria? La risposta è semplice: perché l’arte è di tutti e non è di nessuno, anzi, è bene che ogni tanto sia di “qualcuno”. Nel senso che il mercato fa bene all’arte. In questo caso le opere di Diavù sono in vendita. Il ricavato serve a permettere all’artista di realizzare sempre nuovi e più entusiasmanti progetti di arte pubblica, i quali sono sacrosanti ma molto difficili da far finanziare e spesso autofinanziati ‐ persino Christo, il più grande Land Artist vivente, si è pagato da solo la realizzazione della sua ultima straordinaria opera galleggiante, la passerella sul Lago d’Iseo, costata 15 milioni di dollari.


Ecco, adesso potrete permettervi un Diavù tutto per voi, da mettere in salotto, in bagno o dove preferite. Un’occasione più unica che rara da non lasciarsi sfuggire.

INTERVISTA A DIAVÙ CIRCA IL MURALE PER PICCIANELLO

Dell’Urban Street Art Matera Festival, superfluo ribadirlo, Diavù sarà la gueststar. Abbiamo raccolto qualche sua prima suggestione e qualche spunto utile a capire il lavorò che andrà a eseguire.
Ci racconti qual è il concept del murale?
 «Verrà ritratta una diavolessa con il volto di Dahlia Lavi».

Quindi è corretto definire questa tua venuta a Matera come “una discesa agli inferi”?
«Al di là dell'ironia su Diavù che va per la prima volta all'inferno, ci sono trascorsi illustri di demoni donne nell'arte classica e mi sono voluto ispirare a diverse opere rinascimentali, anche se dal 'tono' medievale».

Tipo il famoso “Diavolo di Mergellina"?
«Esatto. L'opera di Leonardo Grazia da Pistoia che si trova nella chiesa di Santa Maria del Parto di Napoli ed è del 1542, che ha generato tra l’altro l’espressione partenopea “sei bella come il diavolo di Mergellina” ‐ e il perché lo narra benissimo Benedetto Croce in “Miti e Leggende Napoletane” ‐ racconta delle pene di una donna che non tollera il rifiuto dell’uomo di cui è follemente innamorata. Se ci pensi bene è la trama del film di Brunello Rondi “Il Demonio”, ovvero una sorta di “Esorcista” ante‐litteram, girato proprio a Matera!»


Allora, par di capire, che ti farai guidare anche qui dal binomio cinema‐bellezza femminile già sperimentato con successo nelle tue ultime opere romane?
«Esatto. Matera, come capitale del cinema non ha rivali e può benissimo stare alla pari dell’Urbe. Infatti il volto della diavolessa che dipingerò sul muro è proprio quello di Dahlia Lavi, l'attrice protagonista del film "Il Demonio"!»

Altri demoni al femminile che hanno attirato la tua attenzione in questa ricerca?
«Di sicuro l’affresco della Madonna con le corna di Vincenzo Foppa, denominato “Miracolo della falsa Madonna”, del 1470. Si trova nella Cappella Portinari della chiesa di San Eustorgio a Milano, e racconta del diavolo tramutato in madre di Dio per ingannare San Pietro da Verona».

Mamma mia! Che brividi! Altri esempi?
«Mi ha colpito molto anche l’affresco che è nella chiesa di Treviso intitolata a Santa Caterina dei Servi di Maria e s’intitola “Sant'Eligio tentato dal diavolo” di anonimo veneziano (attribuito a Pisanello) della prima metà del 1400, perché anche in questo caso il diavolo è donna!»

L'opera di Diavù verrà realizzata con l'aiuto delle artiste locali: Simona Lomurno, Rossana Salvino e Giovanna Zampagni.