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2 dicembre 2020

狄阿乌 ovvero "Diavù" nero come il corvo e il David-Pinocchio di Chongqing (Cina) a prova di Covid-19

Chongqing è l'agglomerato urbano più grande del mondo, con circa 40 milioni di abitanti. 
Quando sono stato invitato a dipingere un murale e a tenere una mostra e un workshop là dal Consolato d'Italia e dall'Accademia di Belle Arti del Sichuan a Chongqing, in occasione della "XX Settimana della Lingua Italiana nel Mondo", non vi dico la curiosità che mi è presa di visitare questa immensa città.
Ma poi, il virus che sta cambiando le nostre vite non me l'ha permesso, e siccome credo che la distanza fisica non possa impedirci del tutto di avvicinarci umanamente tra esseri umani, allora mi è venuta un'idea per aggirarlo. Ho proposto a chi è stato così generoso da volere là me il mio lavoro, che avrei potuto realizzare il mio murale a distanza, con l'aiuto degli stessi ragazzi dell'Accademia di Belle Arti che mi avrebbero assistito nella realizzazione dell'opera se fossi stato fisicamente là. 
Si lo so, la "Street art a distanza" sembra un ossimoro, ma io ero certo che, di fronte al linguaggio potente dell'arte, ostacoli come la lingua o la distanza fisica siano superabili con un salto. Un saltello di 8mila km che non vedevo l'ora di fare.
 

Tra una serie di videolezioni girate e montate ad hoc, una chat superattiva su WeChat e gli incontri online con le classi degli studenti dell'Accademia coinvolti abbiamo così preparato il terreno per questo nuovo progetto, il mio primo murale a distanza. 

Finiti i giorni di workshop, ci siamo così messi all'opera sui due dipinti da realizzare in contemporanea, io a Roma con l'opera-esempio e loro a Chongqing sulla grande parete.




Il tema dell'opera da realizzare l'avrei voluto legare ai possibili rapporti della lingua e della cultura italiana con quelle cinesi, perciò ho iniziato una ricerca in quella direzione. 

Ho selezionato dei testi di vari scrittori che cercavano di descrivere la Cina e i cinesi agli occidentali, da Plinio il Vecchio al fantasioso Marco Polo, passando per Matteo Ricci e Giovanni di Pian di Carpine, o dai più moderni Carlo Cassola, Gianni Rodari, Alberto Arbasino, Curzio Malaparte. Un testo di Michelangelo Antonioni mi ha molto colpito, come se la voce del visionario regista volesse suggerirmi di lasciar stare la mia strana ricerca di elementi condivisi tra lingua italiana e cinese: «Per capire la Cina sarebbe forse necessario viverci molto a lungo, ma un illustre sinologo, nel corso di un dibattito, ha fatto notare come chi trascorre un mese in Cina si senta in grado di scrivere un libro, dopo qualche mese soltanto poche pagine e dopo qualche anno preferisca non scrivere». Ma non mi sono lasciato abbattere e la soluzione mi è venuta incontro attraverso una frase di Giorgio Manganelli che, di fronte a un albero in Cina, fece questa riflessione: «il mio occhio, tanto o poco, è stato cambiato, è stato bruscamente educato a scorgere la calligrafia di un oggetto, a eluderne il colore. [...] Basta una settimana di alberi di Cina, una settimana di quella pervasiva scrittura nera verde rossa gialla, ed un sospetto di scrittura si stenderà sugli alberi che troverete sulla strada consueta e povera della vostra vita europea, un presentimento di ideogramma, di simbolo... Un fastoso capriccio del destino mi ha spedito in questa biblioteca di alberi».  

Leggere la realtà attraverso i simboli dunque, più che attraverso le parole che la descrivono. Che è poi ciò che faccio abitualmente nel mio lavoro. Trovare un simbolo comune tra 'loro' e 'noi' è diventato a quel punto lo scopo della mia analisi. 

Sono partito dall'ideogramma dell'albero () e dalla sua evoluzione dall'età del bronzo a oggi, e l'ho disegnato più e più volte per 'comprenderlo': 

 

 

Ho trovato che era pressocché identico al primo simbolo dell'archetipo della vita (l'archetipo "e", o "he"), che è un omino ben ancorato a terra che tende le braccia verso l'alto. La posizione per cui il mio mio maestro di Taiji afferma che l'uomo è più simile all'albero che agli altri animali, che tendono ad essere paralleli al suolo.

Cos'è un archetipo? È il simbolo di un’azione o di un'idea che già gli uomini primitivi tendevano a rappresentare graficamente. Quello della vita è l’archetipo che da’ origine alla lettera "E" del nostro alfabeto ed è un simbolo di crescita e di fede, molto simile all'antico simbolo che ha generato l'ideogramma cinese dell'albero.

Continuando a studiare questi segni mi è apparso alla mente che anche nella struttura dell’Uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci, che è il simbolo dell’uomo e delle sue proporzioni in Occidente, troviamo lo stesso segno, la stessa idea primigenia:

 

 

Alla ricerca di un'altra figura-simbolo di uomo occidentale noto in tutto il mondo da proporre per il murale, ho pensato al David di Michelangelo, e ho pensato di affiancarlo concettualmente all’ideogramma cinese dell’albero. Ma c’è uno scrittore italiano che ha già realizzato questa operazione di affiancare uomo e albero in un’unica figura: Collodi con Pinocchio.

Pinocchio è il bambino nuovo, il bimbo che nasce da un pezzo di legno, che prende la sua esistenza da quella che era la vita del tronco - cioè dell’albero - che diviene da vita vegetale a umana.

Per questo il David è diventato nella mia opera David / Pinocchio, una figura di legno, e non di marmo, con un ramo per naso e delle radici ai piedi.

A quel punto c'erano abbastanza elementi per iniziare a realizzare il murale, lavorando distanziati fisicamente ma molto vicini artisticamente:

 

 

 


 

 


 

Ed ecco qui il risultato. Il mio David / Pinocchio - immerso nella "biblioteca di alberi" di Manganelli - è oggi il murale che accoglie studenti e visitatori all'Accademia di Belle Arti del Sichuan a Chongqing.

A supporto di questo workshop sono stati proiettati nei maxischermi del Campus dell'Accademia anche i 10 documentari della serie "GRAArt - Tutta la Street art porta a Roma", che raccontano il mio progetto di Arte Pubblica promosso da ANAS e patrocinato dal MIBACT che ha prodotto finora 17 murales di artisti provenienti da varie parti del mondo attorno al Grande Raccordo Anulare di Roma (e che potete vedere anche voi QUI).

Queste in basso, infine, sono alcune immagini della mostra che mi hanno gentilmente dedicato all'interno della galleria dell'Accademia di Belle Arti:

 




A Chongqing mi hanno ribattezzato 狄阿乌 che si legge "Dí ā Wū" e si può tradurre "nero come il corvo". Una curiosa coincidenza vuole che in Cina, la parola “graffito” (tuya), che si riferisce poi alla Street art in genere, venga dai versi del poeta Lu Tong (790-835) della dinastia Tang: «rovesciò all’improvviso l’inchiostro sulla scrivania, scarabocchiando i classici come corvi», e che sia composta dal carattere tu (da tumo, "scarabocchiare") e da ya (da laoya, ossia "corvo").

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Ringrazio di cuore il Consolato d'Italia a Chongqing, l'Accademia di Belle Arti del Sichuan a Chongqin, Francesca De Giuli, Zhang Ying/Giulia, il prof. Zeng Yue, Sqm/Michele, Harley, Mark, Chen Shutian, Zhao Yun e tutti gli studenti che hanno partecipato al progetto.

26 agosto 2019

Appia un pugno, Latina una carezza

In questi giorni sto terminando di dipingere le opere che saranno incluse nella mostra "Da Sketch a MURo" che si terrà alla galleria Rosso20Sette di Roma dal 5 ottobre al 16 novembre 2019 e che chiuderà il MURo Festival.

La mostra e il relativo catalogo si concentrano sulla fase di ideazione - oltre che ovviamente su quella della realizzazione - di alcune delle opere del MURo Museo di Urban Art di Roma attraverso i dipinti, gli schizzi e le immagini dei murales di una minima parte dei protagonisti del progetto MURo, ovvero cinque artisti selezionati tra quelli che hanno collaborato ai nostri progetti più recenti: Jim Avignon, Lucamaleonte, Beau Stanton, Nicola Verlato ed io.

Io, per le mie opere in mostra, mi sono concentrato sul concetto di Appia e Latina - che è anche il titolo del murale che ho dipinto qualche mese fa nel progetto MURo mARket per il Mercato Menofilo di Roma - perché mi sono accorto man mano che giungevo al disegno definitivo facendo schizzi, progettando la composizione e i suoi elementi e scattando foto a Serena - mia compagna di vita, di lavoro e anche modella di questa opera - che queste due antiche strade di Roma sono diventate per me i simboli di due differenti modi di esistere e di porsi verso l'altro: Appia è il pugno, Latina è la carezza.

 
Il murale "Appia - Latina" al Mercato Menofilo di Roma, presso il quartiere Quarto Miglio 

Abbiamo solo due comportamenti di fronte a ciò che ci coinvolge: limitarci a partecipare emotivamente, esaltandoci di fronte a ciò che istintivamente ci piace e opponendoci con rabbia a tutto ciò che disprezziamo o che non condividiamo, oppure decidere di comprendere - di prendere in sé - ovvero inglobare tramite il pensiero tutto ciò che ci interessa e ci coinvolge in una nostra visione più ampia della realtà.
Ci sarebbe una terza opzione: la noncuranza. Ma fregarsene di tutto ciò che accade nel mondo e attorno a noi - se davvero una persona, un evento o un'informazione ci ha colpito - non lo includo certo tra i comportamenti autentici. Quello è un limite auto-imposto di chi di solito vive intrappolato nella propria testa e sarà un argomento che affronterò magari in un'altra opera e in un'altra occasione.

Dunque, quest'immagine - e ciò sta diventando più evidente anche per me che l'ho dipinta - simboleggia la necessità di far incontrare due modi differenti di sentire la realtà. Illustra un tema che va affrontato con urgenza nel periodo storico che stiamo vivendo: non fatevi ingannare dalle apparenze, queste due donne sono in realtà una sola.

Mi spiego meglio.

La via Appia, cioè la prima figura a sinistra, rappresenta la reazione d'istinto, la conquista e la rabbia, la paura che si trasforma in odio. È l’umano che vuole prevaricare l'altro umano e ritiene ciò un inevitabile gesto di sopravvivenza, e prevarica così la Natura stessa. È l’intolleranza e il disprezzo verso l’altro, ovvero verso chiunque riteniamo diverso da 'noi', verso chiunque è fuori dal nostro rassicurante quanto piccino concetto di 'normalità'.
Appia è la paladina di tanti sentimenti negativi che sono emersi con crescente prepotenza in questi ultimi anni in Italia, in Europa, e in tutto il mondo. Appia è l'aggressiva, colei che si pone sempre e comunque contro, in guerra appunto. Appia è infatti un militare, obbedisce perciò al comando del capo senza il permesso, né la necessità, né tantomeno la libertà di metterlo mai in dubbio.
E, d’altronde, la Regina Viarum delle strade è un percorso che fu aperto in base a logiche militari, come tantissime infrastrutture, tecnologie e opere di ingegneria moderne e contemporanee sono state inventate e/o costruite per la guerra e poi adibite ad usi civili (a partire da Internet, ma anche le autostrade, il nucleare, e tanti altri prodotti dell'ingegno umano). È una strada ampia, diritta, che consente spostamenti rapidi per le truppe tra l'antica Roma e le sue conquiste, fino al porto di Brundisium (Brindisi), da dove ci si imbarcava per l'Oriente.
Ed è anche una via che, nei secoli, si è riempita di tombe.

La via Latina della mia opera - cioè la figura sulla destra - è invece il simbolo del sentimento di inclusione e di condivisione, è colei che accarezza la sua nemica perché sa che ha il suo stesso volto e che, malgrado le apparenze, i loro cuori battono all’unisono.
Lei è in grado di vedere che loro due sono uguali, e sa che entrambe sono una piccolissima parte di una totalità, quella che chiamiamo Natura e che è la nostra grande madre generatrice. La via Latina ha i sentimenti che dovrebbe avere ogni individuo adulto che ha guarito le proprie ferite e sciolto i propri traumi e può dunque andare incontro a tutto ciò che gli è estraneo e nuovo con sentimenti di curiosità e comprensione, quelli della persona matura che cerca di capire prima di decidere come agire di conseguenza.
A Roma la via Latina è infatti una via molto più antica della via Appia, risale all'età preistorica, ed è più sinuosa e di difficile percorribilità, ma molto più panoramica e ricca di bellezze naturali ed archeologiche.

Se si percorrono entrambe verso il centro di Roma queste due strade si uniscono dentro le mura della Città Eterna, all'altezza delle Terme di Caracalla. Se si percorrono verso l'esterno, si allontanano dalla città, formando un triangolo, visibile anche come sfondo della mia opera.
Provengono dunque da un unico punto di partenza, Appia è il cuore e Latina l'intelletto.
Quest'opera simboleggia dunque la loro eterna lotta, alla quale si può porre fine solo lasciando emergere in ognuno l'adulto che è in sé, ovvero quella forza di volontà capace di tenerli uniti come due facce di un'unità.

Che è quello che nei fatti, indiscutibilmente, sono.





Lavori in corso per le opere della mostra "Da sketch a MURo", dal 5 ottobre a Roma.

27 giugno 2016

Diavù on the rocks a Matera


Ho appena lasciato dietro di me la splendida città di Matera, dove ho realizzato questo murale qua in alto per lo Urban Street Art Matera Festival nel mercato Le Botteghe del quartiere Piccianello e dove ho la mostra in corso "Diavù on the rocks" fino al 30 luglio alla Momart Gallery, in piazza Madonna dell'Idris 5/7, tra i Sassi.

Il Festival è a cura di Monica Palumbo e la mostra è a cura di Damiano Laterza, il quale ha scritto il testo critico che segue e mi ha fatto l'intervista in chiusura.

Pubblico tutto qui, ringraziando Monica e Damiano della meravigliosa ospitalità e tutte le persone meravigliose conosciute e ritrovate a Matera.


DIAVÙ AIUTACI TU!
Testo critico di Damiano Laterza


Quando la direttrice artistica della Momart Gallery e dell’Urban Street Art Matera Festival, Monica Palumbo, mi ha chiesto un parere su quale profeta dell’arte pubblica portare nella Città dei Sassi onde impreziosirla coi fermenti visivi più attuali – e all’insegna di una fruizione davvero partecipata degli stessi – non ho avuto dubbi: Diavù!
«Se penso a Matera, mi viene in mente il passo di Carlo Levi quando dice che la città ha la forma di un imbuto rovesciato, simile a quello che a scuola immaginavamo essere l’inferno di Dante. Questa descrizione mi ha molto stimolato. Non ci sono mai stato e non vedo l’ora di venirci!» così dichiarava l’artista accettando immediatamente, e senza esitazione alcuna, l’invito a venire a creare a Matera, che gli era stato testé rivolto.

"Diavù on the Rocks" è il titolo della personale/work in progress che David Vecchiato detto Diavù terrà in galleria mentre sarà contemporaneamente coinvolto nella realizzazione di un murale altamente evocativo, nel degradato quartiere di Piccianello. Uno sdoppiamento, per questo artista‐macchina, pop nel DNA, social oltre ogni schermo, touch perché puoi toccarlo – e modificarlo – biz perché se puoi permettertelo, puoi comprarlo e appenderlo in casa. O puoi fare un investimento. Un sicuro investimento.


Ecco perché “On The Rocks”. Perchè è tra le rocce, dentro i Sassi – sulla trafficatissima Via Buozzi e a ridosso della Piazza mozzafiato di San Pietro al Caveoso, location della ipogea MOMART Gallery – che l’opera di Diavù si svelerà per mezzo di tavole iconiche riproducenti i suoi lavori outdoor più famosi. Oppure no, visto che c’è anche una tela inedita, un lavoro per strada non ancora eseguito o che non verrà mai realizzato. Uno studio. Un capriccio. Chicche di culto, nelle viscere dell’imbuto di cui sopra.

“On The Rocks”, poi, è un drink di sicuro rinfrescante. “Cool” si diceva fino a poco tempo fa. Cioè nuovo. Matera è come una verginella inesperta e assetata di tutto, in questo momento. La grande arte può solo aiutarla a risorgere ancora più splendente e a rinforzare l’autostima, in vista del debutto in società, previsto nel 2019, quando entrerà nella modernità come modello d’insediamento umano e culturale da imitare.


“On The Rocks”, inoltre, perché nello slang degli street artist newyorkesi significa “be in trouble” cioè “mettersi nei casini”. Ed è quello che sta facendo Diavù, venendo a Matera. La bellezza straordinaria di questa città è causa di turbamenti negli artisti. Per fortuna sappiamo che in questi esseri speciali lo scompiglio è generativo – la RESILIENZA è un cluster verriano che amo molto – quindi sarà un inferno e Matera avrà nutrito ancora la civiltà della sua essenza. La missione sarà dunque compiuta.
Non vi resta che venire a vedere da vicino la discesa agl’inferi dello street artist romano più famoso, colui che di sali e scendi per le scale ne sa qualcosa, visto il suo straordinario progetto anamorfico in corso nella Città Eterna. Scalinate anonime che diventano il pretesto per raffigurazioni incredibili di femmine fatali della storia del cinema che forse le percorsero, forse no. Il tutto a partire dall’utilizzo di una proiezione chiamata anamorfosi ‐ che crea l’abbaglio della terza dimensione. Oggi la chiamiamo “3D Art”, ma è la stessa che nel ‘700 (e pure prima) si usava per decorar soffitti e creare inganni architettonici. “Trompe l'œil”, dicono i francesi. Tra i re‐inventori di tali incanti ottici c’è Kurt Wenner, architetto americano ed ex illustratore della NASA. Dice di ispirarsi a un certo Andrea Pozzo (1642‐ 1709) architetto, decoratore e teorico dell’arte, cantore del tardo barocco illusionistico e membro laico della Compagnia di Gesù.



Con questa tecnica è possibile trasformare luoghi quotidiani in scene fantastiche: squali in eruzione da marciapiedi, voragini e bisettrici suburbane, strade e corsi d’acqua a cascata che attraversano quartieri anonimi. Diavù, però, è andato oltre. Nell’illusione da lui creata, infatti, la scala non è più reale ma regredisce quasi in 2D, si trasforma in schermo per la proiezione di un fotogramma che, quando sali o scendi i gradini, scompare decisamente per lasciar spazio a incomprensibili pennellate. Poi, quando ci si allontana e si conquista il giusto punto d’osservazione, l’immagine ricompare in tutto il suo splendore. Miracolo!


Infine, perché Diavù in galleria? La risposta è semplice: perché l’arte è di tutti e non è di nessuno, anzi, è bene che ogni tanto sia di “qualcuno”. Nel senso che il mercato fa bene all’arte. In questo caso le opere di Diavù sono in vendita. Il ricavato serve a permettere all’artista di realizzare sempre nuovi e più entusiasmanti progetti di arte pubblica, i quali sono sacrosanti ma molto difficili da far finanziare e spesso autofinanziati ‐ persino Christo, il più grande Land Artist vivente, si è pagato da solo la realizzazione della sua ultima straordinaria opera galleggiante, la passerella sul Lago d’Iseo, costata 15 milioni di dollari.


Ecco, adesso potrete permettervi un Diavù tutto per voi, da mettere in salotto, in bagno o dove preferite. Un’occasione più unica che rara da non lasciarsi sfuggire.

INTERVISTA A DIAVÙ CIRCA IL MURALE PER PICCIANELLO

Dell’Urban Street Art Matera Festival, superfluo ribadirlo, Diavù sarà la gueststar. Abbiamo raccolto qualche sua prima suggestione e qualche spunto utile a capire il lavorò che andrà a eseguire.
Ci racconti qual è il concept del murale?
 «Verrà ritratta una diavolessa con il volto di Dahlia Lavi».

Quindi è corretto definire questa tua venuta a Matera come “una discesa agli inferi”?
«Al di là dell'ironia su Diavù che va per la prima volta all'inferno, ci sono trascorsi illustri di demoni donne nell'arte classica e mi sono voluto ispirare a diverse opere rinascimentali, anche se dal 'tono' medievale».

Tipo il famoso “Diavolo di Mergellina"?
«Esatto. L'opera di Leonardo Grazia da Pistoia che si trova nella chiesa di Santa Maria del Parto di Napoli ed è del 1542, che ha generato tra l’altro l’espressione partenopea “sei bella come il diavolo di Mergellina” ‐ e il perché lo narra benissimo Benedetto Croce in “Miti e Leggende Napoletane” ‐ racconta delle pene di una donna che non tollera il rifiuto dell’uomo di cui è follemente innamorata. Se ci pensi bene è la trama del film di Brunello Rondi “Il Demonio”, ovvero una sorta di “Esorcista” ante‐litteram, girato proprio a Matera!»


Allora, par di capire, che ti farai guidare anche qui dal binomio cinema‐bellezza femminile già sperimentato con successo nelle tue ultime opere romane?
«Esatto. Matera, come capitale del cinema non ha rivali e può benissimo stare alla pari dell’Urbe. Infatti il volto della diavolessa che dipingerò sul muro è proprio quello di Dahlia Lavi, l'attrice protagonista del film "Il Demonio"!»

Altri demoni al femminile che hanno attirato la tua attenzione in questa ricerca?
«Di sicuro l’affresco della Madonna con le corna di Vincenzo Foppa, denominato “Miracolo della falsa Madonna”, del 1470. Si trova nella Cappella Portinari della chiesa di San Eustorgio a Milano, e racconta del diavolo tramutato in madre di Dio per ingannare San Pietro da Verona».

Mamma mia! Che brividi! Altri esempi?
«Mi ha colpito molto anche l’affresco che è nella chiesa di Treviso intitolata a Santa Caterina dei Servi di Maria e s’intitola “Sant'Eligio tentato dal diavolo” di anonimo veneziano (attribuito a Pisanello) della prima metà del 1400, perché anche in questo caso il diavolo è donna!»

L'opera di Diavù verrà realizzata con l'aiuto delle artiste locali: Simona Lomurno, Rossana Salvino e Giovanna Zampagni.

1 aprile 2015

2 cose da fare prima che muoia aprile

Oggi è iniziato l'aprile 2015.

A parte lo scherzo del pesce non si tratta di una ricorrenza particolare ma, personalmente, è motivo per un'annotazione: manca un mese circa al termine di due mostre romane dove potete vedere dal vero le mie opere (oltre quelle in strada chiaramente).

Ne parlo qui perché desidero ringraziare gli artisti, le curatrici e i galleristi che hanno realizzato con me queste due esposizioni. 



La prima è The End Is The Beginning, mostra (e murale) che ha preso il via al termine dello scorso anno, un progetto a cura di Rossana Calbi e Giulia Piccioni nato per la nuova galleria Sacripante, che Carlotta e Giorgia Cerulli con Alessandro Cattedra hanno aperto a Roma nel rione Monti il 6 Novembre 2014, dando proprio a me e a Lucamaleonte l'onore e la responsabilità di dare il nostro segno al battesimo di questo loro sogno.



Il tema della mostra prende spunto dal Diluvio Universale (e all'inaugurazione dio sa se diluviava!), gli animali ne sono perciò protagonisti e simbolo.
Quel giorno inoltre nasceva Lea, la figlia di Giorgia e Alessandro, nipotina di Carlotta e Wilma, e questo ha reso tutto molto più magico. 

Alla Sacripante il percorso parte dalla mostra delle opere, che Luca ed io abbiamo realizzato su tavole di legni usati e assemblati in modo da richiamare alla mente il pavimento di un'imbarcazione affondata, poi prosegue con una piccola sala dove tra le nostre serigrafie e tshirt potete bere cocktail o ottimi vini, e termina con la cripta, interamente dipinta a tema. 



Se non volete perdere queste opere visitate The End Is The Beginning (a cura di Rossana Calbi e Giulia Piccioni), nella galleria Sacripante, in via Panisperna 59, nel rione Monti a Roma.
Orari dal martedì al venerdì h 12,30 - 0,00, sabato e domenica 18,00 - 2,00.


La seconda esposizione nasce da un altro sogno.



Si tratta di "UAU, Urban Art Utopia", e il sogno, l'utopia delle curatrici, è quella di vedere le opere di tre artisti come Maupal, Solo e me, abituati a fare interventi artistici in strada, esposti in una delle gallerie storiche di Roma e dunque nelle case dell'alta borghesia e della nobiltà romana.


La galleria Ca' D'Oro è parte della storia dell'arte italiana degli ultimi 45 anni.
Fu fondata nel 1970 da Toni Porcella, che veniva dall'esperienza della galleria San Bernardo aperta nel 1945 da sua madre Pina Corsi Porcella con una mostra di Giorgio De Chirico, Mario Mafai e Sante Monachesi.

Oltre agli appena citati, questa famiglia amante dell'arte ha incrociato la sua storia con Guttuso, Manzù, Vespignani, Cagli, Attardi, Sughi e molti altri, ha esposto da Dalì a Warhol, e ha avvicinato all'arte grandi nomi della cultura e dello spettacolo italiani.



Dopo l'apertura delle sedi di Miami e New York a cura della sorella Gloria, ora Cristina, altra figlia di Toni Porcella, assieme all'amica Marta Ugolini ha intrapreso il coraggioso percorso di far entrare nella nobile storia di questa galleria anche la street art, ovvero l'arte che segue lei con passione ed attenzione. Lei e Marta hanno chiesto quindi a me, Mauro e Flavio, di esporre alla Ca' D'Oro quei dipinti che hanno come protagonisti gli stessi soggetti che abbiamo realizzato in strada.




Se non volete perdere queste opere visitate UAU (a cura di China Porcella e Marta Ugolini), nella galleria Ca' D'Oro, in via del Babuino 53, a Roma.
Orari dal lunedì al venerdì h 10,30 - 13,30 e 15,30 - 19,00. Sabato 10,30 - 13,30 e 15,30 - 18,00.



3 agosto 2013

Thanks Mr. Frank!


Ora userò questo blog per promozione personale (prendendoci anche gusto da buon egocentrico, già lo so).

Oggi, sabato 3 agosto 2013, alla Toy Art Gallery di Melrose Avenue, Los Angeles, inaugura la mostra collettiva Paul Frank's Julius Toy Art Show che presenta l'uscita dell'art toy Julius, il testimonial di Paul Frank, uscito in vinile. 


Ecco. Sono davvero fiero che la  Paul Frank Industries e la curatrice Hi Hi Caro mi abbiano scelto per interpretare a modo mio la più celebre scimmia del mondo, seconda solo a Cheeta. 
Unico artista italiano in mostra, espongo assieme a colleghi bravissimi come Frank Kozik, Anthony Ausgang, Boris Hoppek, Ciou, Brandi Milne, Naoto Hattori, MAD BARBARIANS ed altri davvero forti, e il commento pubblico dall'Instagram dei tipi della Paul Frank ai miei custom è stato: "These look RADICOOL!".

Le mie due scimmiette Before Julius (quando eravamo anfibi) e After Julius (quando saremo ossa) come potete vedere qua sotto sono eccitate e pronte per il debutto, se avete voglia di sbirciare trovate QUA, nel mio diavù-in-progress blog, qualche foto della vestizione.


Qualcuno tra voi magari ha visto mille volte la sua scimmia ma si starà chiedendo solo ora chi è 'sto Paul Frank? 
Mr. Frank Sunich è un artista statunitense che ha fondato la propria società di moda e accessori indipendente nel 1997 in California e che - con il giusto design e le giuste collaborazioni (tra cui Sanrio e Mattel, Nintendo e Lego, ma anche Radiohead, Mark Ryden e Obey) ha sfondato sul serio.
Ha prodotto di tutto, oltre la moda, da biciclette a poltrone, da vestiti per cani a occhiali, per capirci, ed ha anche scritto e illustrato libri per bambini.
Dal novembre del 2005 la sua società, omonima, non è più gestita da lui, che si occupa del marchio Park La Fun, disegnando personalmente tutti i prodotti.

Non mi resta che chiudere con un "grazie mille dell'invito, ragazzi!".