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13 maggio 2024

Murales o non Murales? Fai contare la tua opinione (che io qua faccio contare la mia)

La maggior parte dei murales del quartiere Quadraro di Roma, realizzati per il progetto MURo (Museo di Urban Art di Roma) tra il 2010 e il 2021 a opera di colleghi artisti, tra cui grandi firme dell'arte mondiale, li ho curati io. 

Sono artista e curatore, è grazie a questo che ho l'onore dell'amicizia di questi artisti, e sono felice di averla condivisa negli anni con molti cittadini del quartiere che li hanno conosciuti quando sono venuti a lavorarci.

Premesso ciò, sto scrivendovi ora questo post perché - come qualcuno di voi avrà già visto - dopo tanti anni in cui quasi tutti i murales di MURo sono sopravvissuti ai possibili interventi di 'sovrascrittura' di cui il panorama urbano è ovviamente oggetto (in quanto per sua natura è fortunatamente mutevole) quello che vedete in queste foto in basso è oggi lo stato di alcuni di questi murales dopo una notte in cui sono stati vandalizzati con delle scritte che contestano il progetto.
 

In molti non sanno che questo 'attacco' è andato a colpire i murales di MURo proprio mentre erano oggetto di un progetto di conservazione e restauro che stava già mostrando i suoi primi risultati sull'opera di @Ron English a via dei Pisoni. (Qui se volete potete saperne di più)
Avviato dall'Università della Tuscia in collaborazione con l'associazione MURo e col supporto di Ecomuseo Casilino ad Duas Lauros, questo restauro-campione ha visto protagonista Beatrice Stella, una studentessa e associata di MURo che in molti hanno conosciuto mentre lavorava al Quadraro in questi mesi, e che si è appena laureata con 110 e lode portando come tesi di laurea proprio questo test sul murale di Ron.


 
Le scritte sui murales accusano esplicitamente il progetto MURo (e alcune attività della zona) in particolare di "gentrificazione".
È una vecchia storia, è successo già in passato (purtroppo è successo anche altro, ma chi conosce i fatti spero comprenderà che desidero evitare di prendere qui quell'argomento per me spiacevole). 
Riguardo queste accuse non nuove nei confronti di MURo c'è anche un opuscolo del Comitato di lotta Quadraro pubblicato su Internet Archive nel 2019 in cui, tra le varie interessanti considerazioni generali sulle trasformazioni urbanistiche e sulle cause della gentrificazione, si scrive che «il progetto MURo - Museo di Urban Art di Roma - è stato l'emblema della speculazione artistica nei quartieri» e si accusa MURo, tra le altre cose, di provocare «tutto un indotto commerciale che si va a creare di conseguenza e che trae profitto da questo sistema». Poi lo si paragona a livello propagandistico addirittura all’organizzazione della Coppa del Mondo FIFA e delle Olimpiadi in Brasile, ma vabbè, là mi cascano le braccia.
Io ritengo che stiamo parlando di accuse senza un reale fondamento, e cerco ora di condividere con voi i perché ritengo sia così.
 
Per primo aprirei e chiuderei in poche righe l'argomento soldi, che dovreste credermi se vi dico che è il più insignificante in tutto questo discorso, ma lo affronto perché ritengo che chi ci segue e non lo conosce debba conoscerlo. 
Devo premettere che la gran parte di queste opere se fosse dipinta su supporti come tela o altro avrebbe un valore di mercato di oltre 100 mila euro ciascuna, poiché le quotazioni degli artisti che le hanno realizzate non sono affatto basse (e mi auguro che il fatto che alcuni di essi abbiano conquistato un proprio mercato dopo tanti anni di lavoro e spesso di rinunce non sia letta come una colpa, ma bensì come un merito). 
Ma al Quadraro, e per il Quadraro, sono venuti quasi tutti gratis per loro scelta, perché questo luogo e la sua storia fanno innamorare, e perché gli artisti sono molto spesso persone generose. 
Certo, chi ha piglio polemico o ha gli artisti in poca simpatia potrebbe rispondermi che lo fanno perché realizzare murales promuove la loro arte, ma per quello vi assicuro che si possono dipingere opere un po' ovunque. Quando si è scelto il Quadraro, o in alcuni casi la vicina Tor Pignattara, lo si è fatto per ben altre ragioni.
 
Ron English, 2013
 
Gary Baseman, 2012
 
 
Veks Van Hillik, 2014

Ho scritto "quasi tutti gratis" perché per alcuni è stato necessario cercare una copertura spese che siamo riusciti a trovare spesso ricorrendo all'autofinanziamento, altre volte anche grazie all'aiuto di cittadini del quartiere che li hanno ospitati e/o nutriti, poi grazie ad amici privati, associazioni e realtà di zona che ci hanno generosamente supportati in alcune occasioni come potevano, e a gallerie e progetti altrui che avevano invitato alcuni artisti già in Italia e/o a Roma. Fino a riuscire a trovare un paio di volte il contributo da Sky Arte, che ci ha permesso di produrre i murales di Ron English nel 2013 e di Nicola Verlato nel 2015, e che ha girato su quei murales due documentari proprio per l'importanza internazionale riconosciuta a questi artisti. 
Poi, nel 2015 abbiamo partecipato a un piccolo bando municipale che abbiamo vinto, e nel 2017/2018 e 2021 abbiamo realizzato gli ultimi lavori grazie a un paio di commissioni pubbliche. 
Ma, come ho scritto sopra, gran parte dei murales di Quadraro e Tor Pignattara realizzati da MURo sono opere donate dagli artisti al quartiere, e a Roma.
 
Chiariamoci da subito: arrivati a questo punto, se ritenete che essere artista sia una colpa invece di una professione e che dunque sia normale che gli artisti debbano lavorare gratis sennò sono chissà quali mostri (dei 'venduti'? Speculatori? Approfittatori? Boh...), smettete per favore di leggermi perché un tale pensiero è incompatibile con la mia esistenza tutta, e probabilmente anche il resto che scriverò ora non vi piacerà.

Vengo adesso anche agli Street art tour iniziati nel 2014 dalla nostra associazione, e ne scrivo perché si accusano anche quelli come parte del cosiddetto «indotto commerciale che trae profitto da questo sistema». A chi desidera partecipare a questi tour di MURo l'associato di MURo Giorgio Silvestrelli racconta in circa due ore e mezza di passeggiata ogni murale, dal concept di base al legame di questo con la storia del luogo, fino alle vicende legate alla sua realizzazione (poiché lui c'era, e a titolo di volontariato, in quanto assistente degli artisti). Il tour con lui lo si può fare con un contributo di 10 euro, e questo per chi viene da fuori perché Giorgio alle persone che vivono qui non si è certo mai negato di raccontare tutto. Però questi tour non vengono effettuati al Quadraro da sei anni, e Giorgio da dopo gli attacchi subiti nel 2017 e nel 2018 fa i tour solo tra i murales di Tor Pignattara. 
Per chi volesse visitare i murales del Quadraro sapendo qualcosa di più, noi sul sito web muromuseum.com abbiamo sempre fornito le informazioni necessarie per permettere a chiunque di farlo per conto proprio, ovviamente gratis. 
Certo, tante altre realtà associative fanno dei loro tour al Quadraro, io stesso che vivo il quartiere li vedo ogni tanto, ma questo è fin troppo ovvio perché i murales sono in strada e fortunatamente sono un patrimonio culturale che appartiene a tutti. 
Vogliamo impedirgli di entrare nel quartiere a vederli? 
Oppure vogliamo distruggere i murales perché non ci invada lo 'straniero' non quadrarolo? 
Boh, io non vi capisco regà, e non capisco che idea di diritti e di libertà del singolo abbiate.

Uno Street art tour con una scuola, 2014

Sperando di poter chiudere qui finalmente l'argomento soldi (che forse l'avete capito che non se ne fanno, e che non si ha intenzione di farne, al contrario di ciò che taluni millantano), vorrei concentrarmi sul fatto che noi di MURo vorremmo capire assieme a voi che mi state leggendo se siamo davvero causa di gentrificazione, o se si tratta di un'accusa che nasconde altro. 
 
Chi non fosse avvezzo al termine "gentrificazione", si tratta di quel fenomeno per cui, man mano che il centro di una città si spopola e le persone si spostano a vivere verso alcune periferie (scelte rispetto ad altre perché ben collegate, perché già meta di "movida", perché oggetto di qualche tipo di 'riqualificazione', o per qualche altra ragione che le pone al centro dell'interesse pubblico), i cittadini locali, meno 'abbienti' dei nuovi arrivati, sono costretti a lasciare le loro case i cui canoni d'affitto diventano proibitivi per spostarsi ancora più ai margini della città.
Wikipedia sintetizza: "imborghesimento di aree urbane un tempo appannaggio della classe operaia, la quale è progressivamente rimpiazzata non potendo più economicamente sostenere i nuovi standard qualitativi del luogo di residenza".
Prima si accusavano gli studi d'artista che aprivano nelle botteghe abbandonate di periferia, ma da qualche anno è l'arte urbana a venire spesso accusata di velocizzare questo fenomeno (se non addirittura di crearlo), perché i murales 'valorizzano' un luogo, lo promuovono culturalmente, dunque mediaticamente, e così facendo si ritiene che lo mettono automaticamente al centro dell'interesse speculativo di chi vuole comprare locali e appartamenti, ristrutturarli e rivenderli, o magari affittarli come B&B o locali notturni, tanto per farvi un esempio. 
Wynwood a Miami è un caso simile. Come Shoreditch a Londra, seguito poi da Brick Lane. O il cosiddetto "Ostiense district" a Roma.
Ma anche il Pigneto, e molti anni prima San Lorenzo, in parte Testaccio e prima ancora Trastevere, e questi non certo a causa dei murales, visto che non ne avevano ancora, e ciò si spiega secondo me dal fatto che la gentrificazione è in realtà causata da una liberalizzazione del commercio che non è costretta dalle amministrazioni pubbliche a rispettare più alcuna regola a tutela del cittadino, e non dai murales in sé, che ne sono a volte un'espressione, ma certo non la causa.
E, inoltre, sempre secondo me, con tutto questo discorso generale non c'entra proprio niente il progetto MURo.
Questo posso affermarlo perché prima di mettere mano al pennello per dipingere io stesso il primo murale qui al Quadraro 14 anni fa ho studiato, e con rispetto, il quartiere dei miei nonni materni dove vivo anch'io. 
 
Diavù, 2010
 
Il Quadraro aveva già canoni di affitto alti, metti per la vicinanza della metro A, metti perché prossimo a una delle vie commerciali più importanti di Roma, la Tuscolana. E metti soprattutto perché negli anni 90 è decaduto il progetto dello SDO (Sistema Direzionale Orientale) che prevedeva molti espropri e una trasformazione urbanistica che per fortuna il Quadraro non dovette subire mai. Ma, di conseguenza, arrivarono le agenzie immobiliari a comprare, ristrutturare e rivendere appartamenti e locali già a inizio anni 2000. Negli anni successivi sono arrivate anche le ristrutturazioni dai fin troppo evidenti aumenti di cubatura (e questo in un'area urbana che ha il sottosuolo praticamente vuoto, quindi il rischio crollo è sempre là).
Questo per dirvi che il Quadraro parzialmente gentrificato nel 2010 lo era già e per tutt'altre cause. E scrivo "parzialmente" perché, dal momento che gli affitti restano troppo alti, molti negozi al Quadraro vecchio rimangono chiusi, o si trasformeranno in abitazioni cambiando destinazione d'uso, come sta sempre più accadendo.
Se vi servisse una prova più tangibile del fatto che il progetto MURo non ha rapporti con una paventata gentrificazione del Quadraro questa è che in 14 anni di murales divenuti famosi nel mondo, che hanno promosso la storia del Quadraro a livello internazionale, il quartiere si sarebbe riempito di locali notturni ovunque. Invece personalmente sono felice che il nostro progetto abbia contribuito piuttosto a far conoscere di più alcune sue vicende per le quali abbiamo provato a realizzare alcuni murales-simbolo, tra cui la deportazione nazifascista di 80 anni fa. 
Che erano poi proprio questi i nostri intenti.
Per questo e per i motivi di cui sopra a me personalmente queste scritte mi sembrano solo un pretesto per mettersi in mostra, non sapendo forse farlo in altre maniere, distruggendo di fatto dietro a una nobile causa politica uno dei beni pubblici del quartiere.

Un'ultima cosa vorrei dirla a quei "compagni" che mi pare lottino a volte contro i nemici che a me sembrano quelli sbagliati: non vi siete accorti che questa non è più la città delle fabbriche, delle periferie operaie, dei sobborghi proletari e delle baracche del sottoproletariato? Davvero voi ci vedete ancora la città della solidarietà del quartiere o della classe sociale? 
A mio modesto avviso le nostre città si sono frammentate in ghetti funzionali ai cosiddetti "bisogni" delle persone. E a ogni funzione sono stati assegnati uno spazio e un tempo obbligati. Cioè, ci hanno detto che avevano inventato uno spazio e un tempo funzionali per soddisfare i nostri bisogni, ma quei bisogni - che è poi il potere stesso a creare - sono di fatto impossibili da soddisfare, e siamo noi in realtà a dover piuttosto soddisfare quelle funzioni. Siamo noi che dobbiamo consumare e che dobbiamo venire consumati. I centri storici sono ormai parchi-divertimento a tema a uso e consumo del turista mordi e fuggi, in cui lo spazio urbano si recinta e si privatizza sempre di più e dove tra un po' si dovrà pagare il biglietto pure per entrare in chiesa; il centro commerciale - o il museo e il cinema quando ci va bene - sono là per il nostro intrattenimento e tempo libero (che è diventato, in pratica, un altro lavoro da svolgere, consumando tutto il consumabile), e ogni luogo è diventato sempre più un ghetto. Per non parlare delle nostre abitazioni, dove a breve saremo tutti obbligati a installare quelle spie chiamate eufemisticamente "assistenti vocali", di Amazon, di Apple, di Google o di altri, che ci mettono la musica o le serie-tv consigliandocele loro stesse, in base a un algoritmo che è un'altra spia a sua volta. La casa come un altro ghetto dove tutti siamo soli, separati, e indifferenti agli altri. Basta comportarsi come si deve, cioè come dettano i modelli di comportamento dettati dai media, i social media in primis.
Ebbene, è proprio in sfregio a quest'ottica neoliberista spietata che sono nati MURo e i suoi murales, opere d'arte di proprietà pubblica di cui fruire tutti gratuitamente. 
Ma se non cogliete queste intenzioni regà, io non posso davvero farci niente. 
 

 
Non è privando i cittadini dell'arte che si tutelano i loro diritti sociali, anzi così vengono ulteriormente privati di un loro diritto fondamentale.
Io non ho mai parlato di "riqualificazione urbana" attuata attraverso dei murales, perché già solo il concetto mi fa schifo. E non ho mai parlato di "decoro urbano", perché la strada e le persone che la vivono non sono una questione di cerimoniale. E come si parla di "decoro urbano", nascondendo dietro questo concetto un'intenzione di aumentare il controllo e la repressione, mi fa altrettanto schifo. 
Io ho sempre parlato soltanto di arte.
E il grande rispetto che ho sempre avuto per il mio quartiere mi ha fatto chiamare artisti di dichiarata fama internazionale a dipingere qui, artisti che si sono prima lasciati informare sul luogo e poi ne hanno conosciuto gli abitanti personalmente. Questo perché il panorama pubblico e condiviso non è il mio salottino, dove posso far riempire i muri dei disegni degli amici miei, ma è e deve tornare ad essere sempre più di tutti. E anche l'arte serve a riprenderselo.

Oggi molti cittadini stanno chiedendo con urgenza a me e a MURo di intervenire, di cancellare queste scritte, di restaurare i murales.
Ma noi lo stavamo già facendo.
E, anzi, a brve avremmo presentato il progetto C.U.RA. e quello del restauro del murale di Ron English a tutto il quartiere in un'assemblea pubblica in presenza di esponenti dell'Università della Tuscia, della Sovrintendenza Capitolina, di Ecomuseo Casilino, di MuriLab e di tante associazioni e realtà di zona.
La questione resta però che per restaurare un'opera d'arte simile ci vogliono mesi e mesi di lavoro, e vanno investiti soldi per pagare ricerche, mezzi, materiali e restauratori, invece per danneggiarla bastano pochi minuti e pochi spruzzi di una bomboletta spray da 3 euro in mano a una persona che se ne frega che quell'opera è di tutti (o che magari ha problemi di socialità, e andrebbe aiutata più che accusata).  

Per questo io per prima cosa a questo punto inviterei a farci sapere cosa ne pensate voi, rispondendo al QUESTIONARIO che abbiamo pubblicato a questo link.
 
Vi ringrazio del tempo dedicatomi. 
Spero di essere stato esauriente con questo lunghissimo post, e di potervi promettere che non lo faccio più.


David Diavù Vecchiato
(Artista, curatore del progetto MURo)

17 aprile 2018

Gli eroi sempre giovani e belli

Quest’uomo che ho dipinto a Roma e che vedete in foto al mio fianco era un Eroe:

 
Particolare del murale a Roma in via Decio Mure nel quartiere Quadraro dedicato a Sisto Quaranta e alla deportazione nazifascista del Quadraro del 17 aprile 1944

 
Sisto Quaranta e Diavù nel 2013

Ventenne, all’alba del 17 aprile di 74 anni fa, fu svegliato dai soldati nazisti e strappato via dalla sua famiglia, deportato in un campo di concentramento prima a Fossoli e poi in Germania assieme ad altri 946 uomini e ragazzi del suo quartiere, il Quadraro a Roma.
Lui, che fu uno dei fortunati che riuscì a tornare, si chiamava Sisto Quaranta.

Sisto si è battuto con tenacia per far conoscere e ricordare la deportazione nazifascista del 17 aprile 1944 ed è scomparso 6 mesi fa.

Ho avuto il grande onore di conoscerlo, di ascoltare la sua storia e di raccontargli come avremmo conservato quelle preziose memorie assieme ad altre tramite i murales del progetto MURo (Museo Urban di Roma).
A lui piacevano. 
E oggi anche lui è tra loro.


 Altre immagini dell'opera

29 giugno 2014

Chi ha paura dell'Arte Pubblica?

Torno a scrivere di Arte Pubblica e in particolare del progetto MURo, il Museo di Urban Art di Roma di cui mi occupo come curatore, e lo faccio ispirato da una persona che in questi ultimi giorni lo sta attaccando, coprendo le opere murarie con le sue scritte. 
Si tratta di un ragazzo di quasi trent'anni (si è firmato come writer, ci sono voluti perciò circa tre minuti per capire di chi si trattasse) che tre anni e mezzo fa fu autore assieme ad altri writer di un bel gesto ben diverso nei confronti del progetto (questo, e ne parlo qui).


Il murale di Camilla Falsini  prima di venire ricoperto e dopo.

Ma facciamo una premessa.
Malgrado le opere d'arte realizzate in strada siano estremamente fragili quelle del progetto MURo al Quadraro sono rispettate da quattro anni. 
E questo a me è sempre sembrato un miracolo.

Sono rispettate forse proprio perché è del quartiere dove sono nate che parlano, della sua storia e della sua identità, di una Roma del Novecento tutta da raccontare, che al Quadraro resiste ancora nei discorsi dei tanti anziani e nei modi, nei gesti e nelle frasi di molti uomini e donne. 
È una Roma che da quei muri parla di guerra, fame, miseria, soprusi, di espedienti e di ogni forma di resistenza, di Q44 come di neorealismo e Cinecittà. 
Una Roma anche difficile se vogliamo ma proprio perché autentica, che tiene alle proprie radici pur cambiando rapidamente la cima, che si arricchisce di nuovi abitanti provenienti da ogni parte del mondo, e che saprà imparare a conviverci inventando nuove storie. 

L'Urban Art - che speriamo diventi sempre più l'Arte Pubblica di domani - questo percorso (inevitabile) di cambiamento lo può rendere più bello, più civile e soprattutto più ricco. Questo ho pensato io quando ho iniziato questo viaggio e l'ho sottoposto al quartiere dove vivo ora, dove è nata e cresciuta mia madre e dove sono arrivati i miei nonni da giovani, cacciati da casa dalle bombe degli aerei angloamericani.

I murales del MURo (Museo di Urban Art di Roma), con la loro estetica contemporanea, fanno ormai parte di questo cambiamento. Sono le opere di una collezione d'arte i cui proprietari sono tutti i cittadini del quartiere, una collezione che cresce e che manifesta il desiderio di diventare uno strato artistico e culturale urbano che si unisce a quelli preesistenti per tramandare storie di questo territorio ed emozioni a residenti e visitatori. 

Già, perché il MURo è un modello che intende accogliere visitatori appassionati d'arte da ogni parte del mondo, proprio per raccontargli questi luoghi e queste persone attraverso l'arte visiva pubblica.

In questo senso il MURo è un vero e proprio museo coi suoi percorsi critici, ma è un'idea rivoluzionaria di museo pubblico, urbano e mutevole, proprio come la strada. 

Non vuole cambiare radicalmente il panorama urbano del quartiere dove opera, vuole bensì agire su alcune aree di questo per fornirgli ulteriori chiavi di lettura culturali. 
Per questa forma di rispetto che devo alla storia e alla memoria, come curatore peso sempre con molta attenzione la scelta dell'artista in base all'intervento specifico che andrà a fare. 
Gary Baseman, figlio di ebrei polacchi sfuggiti all'Olocausto, era per me la persona adatta a trasmettere attraverso la sua opera con empatia la deportazione nazista degli uomini del Quadraro del 17 aprile 1944. 
Ron English, artista noto per le sue battaglie di guerrilla art contro multinazionali prive di qualsivoglia etica, era la persona giusta per finire nel documentario di Sky ARTE "MURo a Roma" che racconta su scala nazionale e internazionale un grande artista combattivo all'opera in un quartiere altrettanto combattivo. 

E così via, in una relazione continua tra luogo, concept dell'opera da realizzare e artista selezionato.

Ho già parlato altrove del valore politico che per me ha il MURo, ma lo ripeterò anche qui. 

Per me ha lo stesso valore che ha il fare Arte Pubblica da artista, ovvero, oltre a restituire l'arte stessa ai legittimi fruitori che beneficiano gratuitamente di questa ricchezza (culturale ed emotiva, non economica), restituisce gli spazi ai cittadini che tornano ad esserne i legittimi proprietari. La dipingi e quando vai via la dimentichi perché non è più tua.
E' dunque naturale che ci sia anche chi vandalizza le opere in strada, come c'è chi vuole conservarle e restaurarle dal tempo e dagli attacchi vandalici. Fa parte del gioco, sono loro i legittimi proprietari, e dunque anche un'opera di Street Art spontanea può stimolare discussioni e mettere alla prova la tanto agognata democrazia.
Quando scrivo di spazi restituiti ai cittadini mi riferisco soprattutto ad aree spesso lasciate al degrado, all'incuria e all'imbruttimento dalle stesse amministrazioni - quindi facili preda di singoli prepotenti che le recintano e le fanno proprie o di speculatori che, approfittando dell'abbandono di un territorio e dello stato inagibile di alcuni immobili, investono pochissimo nell'acquistare, per ristrutturare con poco e poi rivendere, ottenendo molto.

Il MURo è un progetto che, per fronteggiare queste logiche, fin dall'inizio si è voluto fare ispiratore di una rinnovata consapevolezza dello spazio pubblico e condiviso, e molti cittadini lo hanno percepito come stimolo per lavorare assieme per il bene comune e per difendere i propri diritti. 
Il MURo si è voluto fare inoltre ispiratore per la costituzione di una rete attiva tra le varie attività commerciali della zona in cui opera e per questo ha creato un'associazione no-profit i cui soci - e tutti possono diventarlo - avranno sconti e benefici in tutte le attività supporter del progetto. 
In questo modo il MURo si augura di riuscire a portare nuovi clienti a quelle attività, vista la depressione commerciale di un'area come il Quadraro vecchio in cui per ogni negozio o locale aperto ce ne sono 10 chiusi.




I murales di Diavù, Zelda Bomba, Malo Farfan, Dilkabear e Paolo Petrangeli colpiti dal responsabile dell'atto vandalico

E per quanto riguarda gli introiti del MURo? 
Vi spiego. 
Delle entrate economiche prodotte dai tour in bicicletta e a piedi, dagli aperitivi e dagli incontri che di rado organizziamo il MURo recepisce una minima parte, quando la recepisce (dagli aperitivi e dagli incontri non recepisce nulla, per capirci). 
Ad esempio, sui 20€ del costo del tour in bici alla cui organizzazione lavorano ben 4 realtà differenti tra pulizia dei murales, affitto delle bici, assistenza tecnica e guida critica tra i murales, ne entrano al MURo 5€, che usiamo in genere per l'acquisto di materiali utili alla realizzazione dei murales. 
Ci vogliono dunque 20 partecipanti per comprare un solo secchio di tinta acrilica. 
Questo per fare chiarezza sul nostro codice etico, che ci fa accettare donazioni e volontari, ma non ci permette di sfruttare il lavoro di nessuno, né di chiedere soldi pubblici destinati ad altri servizi, né di accettare sponsor che vogliono decidere le tematiche dei murales piuttosto che imporre loro artisti, o compromessi simili.

Ma veniamo ai fatti degli ultimi giorni, quindi all'argomento del post.
Da una settimana circa si aggira questo uomo a cui accenno sopra che sta deturpando i murales e che in questa maniera amareggia degli abitanti e dei frequentatori abituali del quartiere, ma che, suo malgrado, sta anche moltiplicando il valore sociale e politico del progetto. E non di poco.

Dopo essere stato identificato, per qualche giorno ha dichiarato lui stesso sotto nickname su Facebook le sue azioni di vandalismo, postando attacchi e commentando le immagini dei murales deturpati apparsi su varie pagine e, dichiarandosi acerrimo nemico della gentrification, ha tentato di farsi paladino di una battaglia contro la "pignetizzazione" del Quadraro, che il MURo porterà al quartiere secondo ciò che lui ha scritto. 
Ho tentato di capirlo all'inizio, ma quello che ho percepito erano dichiarazioni a senso unico, confuse e contraddittorie, accompagnate dal negarsi quando ho proposto di incontrarci per parlare degli argomenti a cui si riferiva, e da gesti violenti come il proseguire nel danneggiamento delle opere d'arte del quartiere (e non solo, ci sono episodi per cui uso il termine "violenti", di cui non sta a me trattare in questa sede).


Il murale di Dilkabear e Paolo Petrangeli dopo il danneggiamento.

Passare davanti ai 6 murales deturpati, come cittadino, oggi mi provoca due pensieri e una domanda.
Il primo è che il senso di quelle opere d'arte è ancora più forte e potente ora, mentre reagiscono mostrando la bellezza che traspare ancora sotto quella violenza che non è riuscita a cancellare il loro valore artistico e culturale (e ne ha anzi evidenziato il valore sociale e politico). Perché una violenza subita non può migliorarci, ma la nostra reazione può farlo, per questo a volte dovremmo essere grati ai nostri aguzzini. 
Quindi è grazie a questa persona che anche il MURo, come le sue opere, reagirà migliorando.

Il secondo pensiero va proprio ai nazisti, che il Quadraro purtroppo ricorda bene, che mandavano al rogo l'arte "degenerata", perché li spaventava, come fanno poi tutti i regimi autoritari contro chi li costringe a guardare alle proprie contraddizioni e crudeltà. Restano foto, documenti, e testimonianze che quell'arte c'è stata e ha portato un cambiamento, malgrado quella loro censura definitiva e infame. Resta la Storia, e i cambiamenti spaventano chi teme di finire fuori dalla Storia, chi non sa accogliere, né rinnovarsi. 

La domanda è: chi deturpa i murales, così come chi giustifica questo atteggiamento vandalico e ne condivide il metodo, si è forse sentito escluso da un dialogo in atto da quattro anni tra arte e territorio e per questo sta reagendo così? 
In tal caso deve essere consapevole che si sta escludendo da sé, perché MURo è un progetto per sua natura inclusivo, basterebbe parlarci tra noi per lavorare assieme. 
In quanto curatore del progetto MURo saprei infatti come coinvolgere il responsabile dei danneggiamenti, ma lui e chi agisce come lui sono davvero disposti a mettere in gioco i propri preconcetti e metodologie?

Partirei ad esempio dalla scritta a spray che questa persona ha fatto al Giardino dei Ciliegi, coprendo i dipinti che erano stati realizzati da 5 artisti per i bambini su precise domande dei bambini stessi («mi fai un animale?» «mi fai un mostro?», ecc.). 
Ha scritto coprendo i dipinti "ciao Dario" firmando "Gruppo Quadraro" e si riferisce a una persona scomparsa. Mi sono informato e mi ha detto un ragazzo del quartiere che la scritta in memoria di Dario è un gesto positivo perché è un ricordo, ma io non sarei così convinto che le persone a lui più care siano fiere che venga ricordato così, coprendo col suo nome i dipinti realizzati per dei bambini che ora quando passano di là chiedono «perché lo hanno rovinato?». 
Fossi morto io la mia famiglia non lo sarebbe affatto, ad esempio. Per quanto sia un gesto generoso, l'avrebbe visto più come una strumentalizzazione ai fini personali (o di un gruppo) e forse lo avrebbe anche detto all'autore della scritta.
Non sarebbe il caso di tirare fuori il coraggio di un gesto più umano e gentile ed andare a proporre alle uniche persone legittimate a parlare di Dario, magari le sue persone più care che ora lo stanno piangendo, l'idea di un lavoro da dedicare all'uomo con cui hanno diviso la vita ora scomparso?
Magari un lavoro alla cui realizzazione possano partecipare anche i suoi cari e persone a lui vicine, oltre al nostro writer deturpa-murales e ai suoi amici, e che piaccia a tutto il quartiere e a chiunque lo verrà ad ammirare, non solo a chi lo farà.
Io la penso così perché è solo così che vorranno tutti sapere la storia di Dario. 
Ed è così che infatti lavoro di solito.

P.S.: il nostro deturpa-murales ha oggi dichiarato con un commento nel gruppo Facebook "Residenti Quadraro Vecchio" che non ha coperto lui con la scritta "Brigate Zozze" i murales di via dei Lentuli. Volendo crederci non cambia la sostanza poiché quando si fa una dichiarazione d'intenti come quella di voler danneggiare un progetto artistico nato dal basso e finora rispettato come il MURo e si comincia a farlo davvero e con perseveranza, cercando inoltre di mettere altri writer contro il progetto e contro la Street Art (come lui ha fatto nei giorni scorsi sul profilo Facebook dei writer Dans La Rue), ci si deve prendere la responsabilità delle prevedibili ed ovvie conseguenze. Come quella di un assalto di terzi ai murales del Quadraro.
Anche il MURo in fondo non ha direttamente prodotto, né richiesto, l'intervento artistico del 2013 di Alessandro Sardella, artista abitante del Quadraro, in via dei Corneli, ma lo ha subito apprezzato, ringraziato e riconosciuto come parte integrante del progetto poiché Sardella si è mosso ispirato da questo e coi medesimi intenti.

25 novembre 2013

Urban Art Revolution a Roma

I giornali ogni tanto non mentono, ed è vero che il progetto di museo all'aperto MURo (Museo di Urban Art di Roma) nato nel quartiere Quadraro un paio di anni fa e di cui sono curatore, sta procedendo alla grande. 
Gli ultimi due interventi, realizzati lo scorso mese entrambi in via dei Pisoni, sono il murale della superstar dell'Urban Art (e del Pop Surrealism) statunitense Ron English e quello del bravissimo Beau Stanton, scelto non a caso da English come suo assistente.
Potete leggere del murale di Ron, e del documentario per Sky ARTE che ne racconta la storia QUA nel sito di MURo, alla rassegna stampa.

Murale di Ron English a via dei Pisoni a Roma, per il progetto MURo curato da me nel quartiere Quadraro

Ma dei murales di Ron e Beau in particolare parleremo più avanti, ora vi voglio raccontare cos’è il museo all'aperto MURo.

Anzi, vediamo prima cosa NON è.

MURo NON è un progetto illegale che punta a lasciare tracce provvisorie e stratificate di Street Art tramite interventi veloci e clandestini, come quelli che di solito gli artisti eseguono in strada, per capirci come quelli arcinoti che ha realizzato Banksy in questi giorni a New York e che vedete nell'Instagram dedicato.

Ma MURo NON è neanche un progetto istituzionale nato a tavolino in qualche assessorato del Comune di Roma. Non è figlio di una circolare sfornata da una Commissione Cultura del Comune di Roma o di qualche Municipio, o magari da una Commissione Politiche Sociali. 

E NON è neanche un'idea filantropica di qualche investitore privato. 
Magari averceli investitori privati e amministratori pubblici tanto illuminati.

MURo è un sogno ad occhi aperti, e come questi un po' ingenuo se mai, sognato da un artista.

Il murale "Art Pollinates Quadraro", realizzato da me nel gennaio/febbraio 2011, in via dei Lentuli all'ingresso del quartiere

L'ho sognato quando mi sono trasferito al Quadraro vecchio, nel 2004, quartiere popolare dove vivevano i miei nonni materni e a cui sono legati molti dei ricordi d'infanzia che amo di più.
Un piccolo storico quartiere a due passi dalla fermata metro Porta Furba e nascosto all'ombra dell'acquedotto romano, depositario di tante storie emozionanti che domandano di venire alla luce.

I miei ricordi personali di bambino sono particolarmente legati a Via dei Ciceri, e ancora oggi quando entro in quella strada mi sembra di risentire la frase magica «Nonna te compra 'na bella cosa», perché là c'era la tabaccheria di Gigetto dove trascinavo a forza di strattonate la Sora Bruna, mia nonna, a comprarmi le caramelle mou quando uscivamo assieme per fare la spesa all'alimentari di Costantino. Più avanti c'era il dottor Boglino, che quando mi visitava la diagnosi era sempre «a Sora Bru', il pupo sta benissimo», per paffuto com'ero, rimpinzato a carbonare e amatriciane. E gnocchi il giovedì.
I miei nonni vivevano al primo piano del primo dei cinque palazzoni di via degli Angeli. Ricordo come lo sentissi ora il fischio sulle scale di mio nonno, quando arrivava a casa all'ora di pranzo e donne e bambini di casa dovevano fare a gara a chi gli apriva la porta per primo. Evidente che er Sor Giovanni riteneva chiavi e campanello strumenti che un patriarca non avrebbe dovuto mai maneggiare. Dalle finestre di quella casa vedevo i ragazzini del quartiere giocare a pallone ogni giorno, ma io non andavo. Sempre stato insofferente nei confronti del pallone.
Trascorrevo piuttosto lunghi e silenziosi pomeriggi a disegnare sul tavolo della veranda, immerso nei profumi che provenivano dalle pentole di mia nonna, a guardare lei fare i suoi solitari a carte, o ad ascoltare i suoi discorsi con le amiche, per le quali amministrava la cosiddetta "società" (mettevano dei soldi in comune coi quali costituivano un fondo cassa per eventuali prestiti a quelle di loro che ne avessero avuto bisogno, e poi li recuperavano con gli interessi che si andavano a dividere, le balenghe!).

Poi tutto terminò, come un sogno appunto, all'inizio degli anni 80, quando lei lasciò l'appartamento a sua nipote, che non so neanche se ci abiti ancora.
Mio nonno era già morto da un paio d'anni, e con lui se ne era andata da me la speranza, anzi la fiducia, nell'immortalità dei migliori.

Nove anni fa, quando la malsana fantasia poco fantastica di accendere un mutuo mi ha posseduto e scaraventato a terra come fa il diavolo a Linda Blair, ho scelto di nuovo questo posto dei miei ricordi, e ho cercato una casa proprio al Quadraro. 
Lo so, è un epilogo lacrimoso in stile figliol prodigo o "torna a casa Lassie", ma è andata proprio così.

Certo, il quartiere è cambiato, non c'è più Gigetto, non c'è il bar Carfagna, non c'è più neanche un'osteria e tra queste vie non si incontra più Claretta il travestito, anzi colui che veniva definito "il primo travestito d'Italia", ché forse l'aveva frequentato pure Garibaldi.
C'è però ancora la scuola Pietro Mancini dove ho trascorso il mio primo anno di asilo e l'ho trascorso da raccomandato perché mi portava là Margherita, la bidella gobbetta amica di mia nonna che viveva nel seminterrato sotto di noi. 
E ora in quella scuola ha frequentato le elementari mia figlia Sofia.
C'è ancora Gino poi, il barbiere dei divi di Cinecittà, seconda occupazione: cantante. A cui ho fatto un ritratto di cui potete scorgere qua il work-in-progress. 

Un mio ritratto del barbiere-cantante Gino Scarano, stencil su carta

C'è Mariuccio, il nano più alto del mondo, e ci sono Sisto, Wanda, Ada, Marisa e gli altri testimoni della deportazione nazista di 947 cittadini che il Quadraro ha subito il 17 aprile del 1944 e che conserva come una cicatrice che sta scomparendo, purtroppo senza lasciare memoria nei libri di Storia (e sarebbe ora di mettercela!).
C'è insomma gente che è bello ascoltare appena apre bocca, perché qui incontri una forte identità popolare che tiene duro e sa di essere già scomparsa dagli altri quartieri di Roma.

Ecco, in questo contesto io ho immaginato MURo, museo a cielo aperto dell'Urban Art.

Ammetto di essere un tipo particolarmente lento ad acquisire suggestioni ed informazioni da ciò che mi circonda. Sono spesso concentrato nelle mie idee, nei miei pensieri, nel mio mondo. Sono di quelli che va a sbattere ai pali leggendo, tanto per capirci, e non vi dico quante volte ho inciampato nei nasoni, le fontanelle romane, immerso in chissà quali progetti. 
Ma poi, se la mia schiva attenzione viene rapita da qualcosa, quella diventa protagonista assoluta delle mie maniacali elucubrazioni e inizio a guardarla con curiosità quasi infantile. Così ho guardato queste strade e le troppe immagini di degrado, prima estetico e poi umano, che stonavano i miei ricordi del Quadraro e mortificavano la bellezza di questa identità popolare. 
Non diciamo stronzate, vedere già alle 9 di mattina persone che si ubriacano sdraiate sul marciapiede e che molestano i passanti non è proprio il massimo dell'integrazione né della civiltà, essù. Per intervenire bisogna prima partire dall'assunto che quelle persone stanno male, che hanno problemi che non riescono ad affrontare da sole e comprendere che nessuno le sta aiutando. Non puoi dichiarargli guerra, è disumano, ma non devi nemmeno ignorarle con la scusa della tolleranza, sfoderata spesso dai sedicenti politicamente corretti per giustificare la totale inadeguatezza delle istituzioni italiane di fronte ai disagi (e disastri) sociali.
Io ho pensato, se non proprio a una soluzione immediata che da singolo cittadino non sarei nemmeno in grado di fornire, a un lungimirante miglioramento delle condizioni che potevo offrire attraverso il mio lavoro. A un "risanamento estetico" del quartiere da attuare usando come mezzo l'Arte Contemporanea.
Costretto allo slalom tra escrementi di cani non raccolti e tra decine e decine di bottiglie di birra lasciate sui marciapiedi, sulle soglie dei negozi, nelle cassette della posta e della pubblicità, sopra le auto parcheggiate, le troppe auto lasciate anch'esse spesso sui marciapiedi, ho immaginato come cambiare qualcosa tramite un forte e deciso intervento d'artista. 

Ho immaginato di dipingere le pareti cieche di questo quartiere, di chiamare altri amici, noti artisti di tutto il mondo, a lavorare con me per renderlo un luogo che racconti se stesso anche attraverso l'arte visiva, magari in futuro una meta culturale e - perché no - turistica, un'oasi di arte e cultura contemporanee.
Questo perché la cultura le salva le persone, e se si può usufruire di cultura senza dover spendere un euro si salvano pure gratis.

Ho immaginato insomma il museo a cielo aperto MURo per donare ai cittadini la bellezza delle opere assieme alle riflessioni e al pensiero degli artisti, di cui potranno usufruire senza la necessità di andare in gallere d'arte e musei. Che magari poi, dopo aver conosciuto da vicino l'arte e gli artisti, gli viene pure la voglia di andarci. 

L'ho immaginato per abituare i più giovani a una visione della città e dei propri spazi pubblici propositiva, alternativa ed opposta a quella offerta dal degrado estetico e ambientale, che diviene poi degrado sociale, quindi noncuranza per i beni che sono di tutti - come una strada, un giardino pubblico o un muro - e si trasforma spesso in disprezzo e vandalismo per ciò che si considera di nessuno.

Ho immaginato MURo perché so che quando un bene, come un'opera d'arte in questo caso, è condiviso da più cittadini e questi imparano ad apprezzarlo e a difenderlo, si abituano anche a vedersi come una comunità coesa, e non più come un insieme di singoli, magari pure diffidenti ed ostili tra loro. 
 
E una comunità coesa che ha una propria idea del mondo che vorrebbe diventa un problema per chi gestisce il potere in modo iniquo, tenendoci tutti divisi e quindi impotenti ad intervenire attraverso critiche e azioni nella vita pubblica.

Il primo murale l'ho dipinto io a via dei Lentuli, tra fine 2010 e inizio 2011. H
o chiesto l'autorizzazione al Municipio grazie all'associazione di zona Punto di Svista e a Salvatore Salmeri, cittadino che ho conosciuto al  negozio di casalinghi della Signora Eva, mentre i materiali li ho acquistati facendo la colletta tra il ristorante del giordano Hassan, l'alimentari rumeno, lo storico caffè torrefazione Carra e la società di facchinaggio di Sergione, che in breve è diventato il mister Wolf risolvi-tutto del progetto MURo.

Primo murale di MURo, che ho realizzato a via dei Lentuli e al quale ha collaborato l'artista USA Joe Ledbetter, dicembre 2010/gennaio 2011

Il mese successivo ho lavorato ad un altro murale, visto che il primo è piaciuto ai cittadini (e visto che molti secchi di colore erano avanzati). E questo, dal titolo Art Pollinates Quadraro (l'Arte feconda il Quadraro) dichiarava le intenzioni del mio progetto.
A quel punto i writer di zona hanno inviato un messaggio di rispetto, che a me piace leggere come un riconoscimento del progetto MURo e una condivisione dei suoi obiettivi politici, posando una grande tavola di compensato completamente fitta di tag e scritte. Come a dire "noi potremmo ricoprire tutto, ma non lo facciamo". Questo mi ha incoraggiato a continuare.

Intervento di writer su una tavola di legno poggiata sul murale Art Pollinates Quadraro, 2011

Anche al Municipio nel frattempo si sono accorti che i murales non venivano danneggiati e loro avrebbero potuto quindi risparmiare i fondi del Decoro Urbano destinati alla pulizia dei muri. E sono diventati più disponibili nei confronti del progetto.

Dal 2011 a oggi altri 11 muri sono stati realizzati da altrettanti amici artisti. 
Nel frattempo abbiamo creato il blog dove scaricare la mappa dei murales, la pagina facebook e il gruppo facebook. E, tra i tanti servizi e articoli dedicati, Rai Educational Arte ha da poco realizzato un servizio ai murales di MURo che potete vedere qui.

Poi, lo scorso mese, il murale di Ron English e le riprese del documentario per Sky ARTE, completamente dedicato a Ron, e che io ho concepito come vero e proprio format, con lo staff di Mondopop, con Matteo Maffucci e con gli altri ragazzi della produzione video Level 33
Un format d'artista. 
Un programma/documentario che racconta quello che succede a noi artisti quando andiamo in una città a dipingere, come viviamo, come ci rapportiamo coi cittadini e come si diventa spesso amici. Un artista spesso ascolta, guarda, conosce e poi traspone in immagini le sensazioni ricevute. 
Lo immagino così questo programma perché non amo granché la tv e la sua apparentemente indispensabile falsità. Per questo ho pensato alla cosa più autentica che si possa mandare in onda parlando di Street Art.

Ron ad esempio ha vissuto giorni nel quartiere, ha conosciuto i sopravvissuti alla deportazione nazista del 1944, si è tagliato i capelli da Gino, ha fatto colazione da Hassan e da Barbara e Paolo, ha mangiato e bevuto al Grandma da Mariella, Marco, Lorenzo e Yari, ha assaggiato il vino casereccio e la pasta fatta in casa che gli hanno portato Mariella e Fabrizio, la porchetta del norcino Giuseppe, e così via. 
E tutti gli hanno raccontato qualcosa, delle loro vite e della storia del Quadraro.


Ron English guarda il murale "Art Pollinates Quadraro, ottobre 2013

E tutto questo potrete vederlo in quello che ho immaginato come puntata pilota di una serie di documentari. In onda su Sky ARTE il prossimo martedì 3 dicembre alle ore 22, resterà on demand per mesi, così potrete trovarlo là quando lo desiderate e, se non avete Sky, potrete andarlo a vedere a casa di amici e conoscenti.
Spero vi piacerà.

Grazie mille e buona visione.