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24 maggio 2021

Intervista su Sapereambiente (maggio 2021)

La versione originale dell'intervista è QUI sul sito Sapereambiente, a cura di Dafne Crocella

Venerdì 21 maggio è stata inaugurata nel quartiere romano di Valle Aurelia, nella parte Nord della Capitale, la sesta scala appartenente al progetto Pop Stairs dello street artist Diavù. È un omaggio a Gigi Proietti, commissionato dal centro commerciale Aura, costruito nel 2018 in una zona chiamata dai romani “Valle dell’Inferno” e posizionata tra San Pietro e il Borghetto dei Fornaciari, all’uscita della metro della Linea A, Valle Aurelia.

  

David Vecchiato, in arte Diavù, durante la realizzazione della sua opera a Valle Aurelia (Foto:Dafne Crocella)

Tra Papato e Fornaci

La Borgata dei Fornaciari, tuttora esistente e da poco riqualificata, ha una storia identitaria ben definita: qui, a fine ‘800 si insediano i fornaciari, professionisti del mattone, della ceramica, dei laterizi. Il senso di identità e di appartenenza a una classe sociale prima ancora che a un territorio è molto marcato. Il territorio si contraddistingue con i tratti specifici legati al lavoro operaio dei suoi abitanti: 18 fornaci di mattoni laterizi da costruzione attive giorno e notte. Abitano il borgo immigrati del centro e sud-Italia ma anche veneti e romani, uniti nel lavoro e con chiare connotazioni socialiste. Nel 1887 nascono i primi scioperi, in cui cariolanti, livellatori, impastatori rivendicano i propri diritti, tanto da far nascere la leggenda di un Lenin ammirato da questo quartiere modello in cui il lavoro e la quotidianità si mescolano. Delle 18 fornaci oggi resta solo la Fornace Veschi con la sua lunga ciminiera e la struttura circolare, circondata dalle scale del centro commerciale che in parte la ingloba ricordando la storia del quartiere. Oggi è proprietà del Comune ed è stata ristrutturata dalla stessa ditta che si è occupata della costruzione del centro commerciale, sicuramente meriterebbe di aprirsi ad arte e cultura, ma versa in triste stato di abbandono.

 

La Fornace Veschi, a pochi massi dal centro commerciale Aura e non lontana dalla stazione di Valle Aurelia (Foto:Dafne Crocella) 

Non di solo shopping

L’idea, racconta il direttore Fabrizio Di Bella, è stata sin da subito che Aura potesse essere una sorta di agorà, e non solo un luogo di shopping: «Il nostro obiettivo è fare di Aura un polo che non sia solo shopping. Si tratta di un centro commerciale diverso da altri, senza luce artificiale o areazione forzata, in stretto rapporto con il territorio, in cui si può venire a piedi per una passeggiata e un incontro tra amici. Vogliamo che questa sua caratteristica di luogo di incontro aperto si vada declinando con una connotazione culturale». Già l’estate scorsa il centro ha offerto alcune proiezioni di film e per quest’anno hanno in cantiere l’idea di utilizzare la zona dell’anfiteatro all’aperto per una rassegna cinematografica e una teatrale. L’idea di chiedere a Diavù la realizzazione di una delle sue Pop Stairs, sulle scale del centro commerciale, nasce prima del lockdown e vuole dare alla struttura un’impronta culturale chiara. «Con Diavù, autore tra l’altro delle vicine scale del Mercato Trionfale dedicate ad Anna Magnani, è stato fatto uno studio sul territorio e sui personaggi del mondo dello spettacolo che lo hanno interpretato. Tra i papabili c’era anche Nino Manfredi che qui ha girato Brutti Sporchi e Cattivi. La scomparsa di Gigi Proietti ha poi fatto propendere per un suo ritratto».

Il Teatro nel Teatro per il Teatro

Diavù ha quindi preparato due bozze proponendo due personaggi interpretati da Proietti che fossero in qualche modo collegati con il territorio: Gaetanaccio e Tiberinus. È stata poi organizzata una votazione sui canali social del centro commerciale e ne è uscito vincitore Gaetanaccio, al secolo Gaetano Santangelo burattinaio di strada nella Roma ottocentesca a cui Luigi Magni ha dedicato una commedia musicale, La Commedia di Gaetanaccio, interpretata dal giovane Gigi Proietti nel 1978. Il personaggio ritratto sulle scale è dunque un inconfondibile Gigi Proietti nelle vesti di Gaetanaccio che a sua volta mette in scena i suoi personaggi: il burattino del papa nella mano destra e quello del diavolo nella sinistra. Una narrazione che si radica sul territorio e lo racconta nella sua contrapposizione tra la bianca Cupola di San Pietro sullo sfondo e i probabili fumi che non vediamo più, delle fornaci che hanno fatto guadagnare al quartiere il nome di Valle dell’Inferno. Gaetanaccio viveva nel quartiere di Borgo ai piedi del “Cuppolone”, come i romani chiamano la Cupola di San Pietro, ed era un discreto frequentatore delle carceri papali in quanto, come artista di strada, era personaggio scomodo. L’opera teatrale, scritta da Luigi Magni proprio per Gigi Proietti, è ambientata nell’anno 1825, anno giubilare, in cui come per le pandemie, venivano chiusi tutti i teatri. Gli attori quindi facevano la fame e Gaetanaccio continuava a fare dentro e fuori dalle prigioni proprio perché si ribellava a questa imposizione. Il tema è un chiaro allaccio alla situazione attuale. In una visione del tempo circolare il teatro di Gigi Proietti racconta, attraverso il teatro di strada di Gaetanaccio, l’attuale situazione dei lavoratori del mondo dello spettacolo.

Gaetanaccio, oggi

In un momento storico in cui è stata imposta una scala di valori che ha permesso, in piena pandemia, alle chiese di restare aperte mentre i teatri venivano chiusi, la voce di Gaetanaccio con la sua pancia vuota e la sua bocca piena di storie e denunce, torna a farsi sentire con incredibile attualità. Diavù riporta questa storia sulle scale di Aura, mettendocela sotto i piedi, e rendendoci inevitabilmente parte della narrazione, così come dell’opera. «È un’opera che, come le altre del progetto Pop Stairs, si relaziona con la città introducendo un cambio di prospettiva», racconta l’artista. «Le mie Pop Stairs sono opere concettuali e il concetto è proprio la trasformazione di una scala in un monumento. Il concetto è l’anamorfosi, la simulazione. Voglio riportare l’arte all’illusione». E proprio di un’illusione si tratta: un’opera spaesante capace al tempo stesso di radicare. Un’opera che, mentre si scendono le scale non c’è, proprio come le illusioni. Se ci si ferma nel mezzo della scalinata invece ci si ritrova ad essere parte dell’indecifrabile. Quando si prendono le giuste distanze si comprende il disegno. 

 

L’opera di Diavù dedicata a Gigi Proietti presso la scalinata del Centro Commerciale Aura di Valle Aurelia (Foto:Dafne Crocella)

Dal Muro al Gra, passando per le scale, l’arte feconda la città

Diavù è oggi una firma della street art riconosciuta a livello internazionale, oltre ad essere artista è anche curatore e creatore di diversi progetti. Ha fondato nel 2010 MURo, il Museo di Urban Art di Roma, nel quartiere Quadraro. «L’ho creato con l’intento di renderlo un progetto pilota. Le prime mura erano piccole, niente palazzoni. Siamo nati con il mio lavoro Art Pollinates Quadraro, l’arte feconda il Quadraro: un ovulo fecondato da spermatozoi, una dichiarazione di intenti, il desiderio di fecondare un quartiere con l’arte.  L’idea era di abituare le persone alla street art, quindi è stato un lavoro fatto con uno stile diverso dal mio, un po’ cartoon, non troppo grande, un primo passo nel quartiere, per ascoltare le risposte degli abitanti. La street art deve mantenersi rispettosa». Nell’estate 2015 è nato il progetto Pop Stairs con la realizzazione delle prime tre scale dedicate ad attrici del cinema che hanno interpretato ruoli collegati al territorio. L’anno successivo è partito il Progetto GRA per ANAS patrocinato dal MiBACT, che comprende una serie di murales lungo il Grande Raccordo Anulare, la strada statale che circonda la Capitale. «È stato un’evoluzione dell’idea che aveva dato origine al museo  MURo. Il mio ragionamento è stato: se Roma è un libro che ha tremila anni, facciamogli la copertina!». Tutti questi progetti hanno in comune una specificità territoriale condivisa con gli abitanti del luogo. Ogni lavoro, anche quelli di street artists provenienti dall’estero, si inserisce nella storia dei luoghi raccontandola e potenziandola.

Un lavoro a più mani

Oggi Diavù ha una tecnica consolidata e una firma riconosciuta. «Lavoro con diversi collaboratori che mi aiutano sia nella parte artigianale che con specifiche conoscenze tecniche, come ad esempio restauratori e chimici. Per me questo è normale, sono artista devo conoscere i materiali oltre alla storia di un territorio. L’idea che l’artista sia solo un fricchettone non corrisponde alla realtà. Un bravo artista è una persona molto preparata sia dal punto di vista tecnico che da quello concettuale». La realizzazione delle scale ha visto quindi il lavoro di più mani, oltre a quelle di Diavù anche quelle dei suoi assistenti Antonio Caricchia e Giorgio Silvestrelli ai quali si è unita la giovane artista iraniana Maryam Mahmoudiseraji.

Tecnica e visione

Oltre alle conoscenze tecniche e allo studio storico, sociale e antropologico di un territorio per poter realizzare progetti del genere bisogna anche sapersi barcamenare tra le istituzioni, i bandi e i committenti. «I committenti e le amministrazioni hanno bisogno della visione. Abbiamo politici che non hanno più una visione, sono attori in una realtà simulata. La visione spesso ce l’hanno gli artisti: dovrebbero servire anche a questo. Quando lavoro su un territorio lo studio sotto varie angolazioni e poi traduco la mia visione attraverso sistemi di renderizzazione il più veritieri possibile. Qui ad Aura vedranno la scalinata esattamente come il rendering che ho fatto. Ho scelto di essere didascalico nella spiegazione prima, in modo da potermi risparmiare di doverlo essere nella realizzazione delle opere dopo. Quindi con me i committenti sanno esattamente quello che avranno». Dopo la firma dell’opera e la posa della targa con il codice QR che racconterà la storia legata alla scala, la mattinata di inaugurazione si è chiusa con un’improvvisazione musicale: Stefania Placidi alla chitarra ha cantato insieme a Diavù la Ninna Nanna Senza Cena scritta da Proietti insieme a Piero Pintucci proprio per il Gaetanaccio.

 

 

23 settembre 2020

Intervista su Saperambiente (settembre 2020)


 La versione originale dell'intervista è QUI sul sito Sapereambiente, a cura di Dafne Crocella

Abbiamo ripercorso le scale del Cupolone con il loro potere simbolico di ascesa verso i cieli e rinascita, interrogandoci sul rapporto tra mondo terreno e mondo celeste nella Città Eterna. Ma la vita che scorre con ampi slalom tra i simboli di Dio e Cesare, la vita con il sangue nelle vene che brulica da millenni tra vicoli, piazze e mercati usa altre scale, sale e scende gradini nel quotidiano. Ci sono scale che passano inosservate, semplici collegamenti tra livelli che non hanno pretese simboliche, né velleità artistiche, ma che, forse proprio per questo, riescono a raccontare gli alti e bassi del popolo romano nel suo incessante passaggio.

Popstairs

Diavù, al secolo David Vecchiato, l’ormai noto street artist romano scelse proprio le scale per la manifestazione dell’estate Romana 2015 Ossigeno – Popstairs: un laboratorio di riattivazione culturale urbana mosso dall’idea di rendere l’arte accessibile a tutti. Niente di più ovvio se si vive a Roma, dove tra rovine e monumenti l’arte straborda da musei e gallerie e invade le strade. Tanti gli scrittori e i registi che hanno raccontato il fascino della nostra Capitale legando il quotidiano ai grandi monumenti.

 

 

Ma la scelta di Diavù non è una  sottolineatura dell’importanza dell’incontro tra creatività e quotidianità, quanto piuttosto il riconoscimento poetico di una tessitura che sa collegare forme narrative diverse, dal cinema alle arti visive. Sappiamo bene che spesso è proprio il cinema, che, nel raccontare il romanzo della vita di tutti i giorni, rende poeticamente famose piazze e fontane. Una su tutte la fontana di Trevi, bella, imponente, ma probabilmente capace di arrivare al cuore e all’immaginario sognante di mezzo mondo grazie a Federico Fellini che nel 1960 l’ha raccontata ne La Dolce Vita, più che a quello di Nicola Salvi e Giuseppe Pannini che l’hanno costruita nel 1762.

Scale per le stelle

Lo sguardo dei grandi registi sa che, per dirla con Umberto Saba il «pensiero si fa più puro dove più turpe è la via». Così Roberto Rossellini abbandona il centro storico scegliendo strade poco note, spingendosi fino a Primavalle per ambientare il suo Europa’51 (1952). Da questa suggestione parte il lavoro di Diavù, L’idea iniziale era legata a tre scalinate collegate a tre volti femminili del cinema italiano: Ingrid Bergman in via Flamignano, Michèle Mercier a Corso Francia e Elena Sofia Ricci in via Ugo Bassi. A queste nel 2016 si è aggiunta l’intramontabile Anna Magnani sulle scale del mercato Trionfale di via Andrea Doria.

David Diavù Vecchiato,"Michèle Mercier - Il Gioved 

David Diavù Vecchiato,”Michèle Mercier – Il Giovedì”, via Ronciglione, Roma. Dipinto su scalinata, Luglio 2015. Per il progetto di Diavù PopStairs Project, Ossigeno 2015 Festival (Foto: Oscar Giampaolo)

 Una narrazione urbana ipertestuale che dalla polvere della strada raggiunge il grande schermo, per poi tornare tra il frettoloso calpestio quotidiano. Forse in questi giorni di limbo in cui in molti siamo tornati turisti delle nostre città,  possiamo riappropriarci dei dettagli di Roma e riscoprire, tra un film e una passeggiata, volti e trame che l’arte ha saputo legare al nostro quotidiano.

Questo il parallelo che ha mosso la ricerca artistica di Diavù: le scale come metafora di ascesa verso i propri sogni, proiezione verso l’alto, lungimiranza e caparbietà, tutti ingredienti essenziali nelle carriere delle quattro grandi attrici.

Da San Pietro a Primavalle

Oltre a ricollegarci simbolicamente con il valore della determinazione nelle proprie scelte, il progetto di Diavù inevitabilmente ci porta verso una riflessione storico urbanistica. Nel 1931 Mussolini decise di liberare il Centro Storico della Capitale dalle classi operaie più povere che lo abitavano da generazioni e ne avevano caratterizzato l’anima.

Tra il 1927 e il 1938 nascono così le cosiddette 12 “borgate ufficiali”. Tra queste Primavalle, insieme al Trullo, Val Melaina, Pietralata, Quarticciolo, Tor Marancia, dove furono ridistribuite le famiglie del centro storco. In particolare Primavalle fu popolata dalle famiglie che abitavano i vicoli intorno a San Pietro e che subirono la demolizione delle loro case, che permise al regime di ottenere la maestosa via della Conciliazione. Cosa avrebbe pensato Michelangelo nel vedere distrutto l’intreccio di vicoli che improvvisamente si affacciava sul Colonnato, è una domanda che molti di noi romani o abitanti dell’Urbe, ci poniamo quando passando nel traffico di Lungotevere  ci ritroviamo sulla destra l’imponente vista di San Pietro.

Gentrificazione ante litteram

Ma più viva e inquietante è la domanda di cosa abbiano vissuto le famiglie del Centro Storico quando sono state trasferite nelle borgate perché ritenute indegne del cuore di Roma. Sappiamo che il cuore non risiede nella pietra dei grandi monumenti ma nel petto di chi li vive quotidianamente, così, mentre il centro si è ritrovato cassa toracica senza cuore, le borgate sono diventate un cuore ferito fuori dal petto. Questo indubbio processo di gentrificazione ha mosso l’interesse di artisti e registi e da questa sofferenza parte la prima scalinata di Diavù, quella dedicata a Ingrid Bergman e alla sua interpretazione in Europa’51, pellicola neorealista girata da Rossellini proprio tra la gente di Primavalle.  

La scala è oggi uno scorcio che si coglie rapidamente percorrendo via Trionfale e che ci lascia con la sensazione di una ricchezza territoriale fatta di storie ancora da scoprire nascoste nel pulsare delle periferie. Seguirono la scalinata in Corso Francia dedicata a Michèle Mercier e alla sua interpretazione ne Il Giovedì (1963) di Dino Risi, con l’ultima scena girata proprio su questa scala. A Trastevere possiamo invece trovare la giovane Elena Sofia Ricci nei panni di Cristina, l’eroina risorgimentale di In nome del Popolo Sovrano (1990) di Luigi Magni. Quasi a volersi ricollegare con la prima opera l’ultima è nelle vicinanze del cuore della via Trionfale e si può scorgere percorrendo via Andrea Doria, è la nostra Anna Magnani sulle scale del Mercato Trionfale, un efficace richiamo alla veracità del cuore di Roma spesso sostenuta proprio dalle donne che nelle loro pesanti sporte sanno portare pane e rose.

27 giugno 2016

Intervista ANSA (giugno 2016)


La personalità, il carattere, la bellezza di una donna emblema della femminilità e simbolo del cinema e della cultura italiana sono impresse all'ingresso di un mercato rionale, nella quotidianità della vita di Roma. Sulla doppia scalinata del Nuovo Mercato Andrea Doria, l'artista David "Diavù" Vecchiato ha realizzato due ritratti di Anna Magnani in "Campo de' Fiori" di Mario Bonnard e in "Mamma Roma" di Pier Paolo Pasolini. 
 Si tratta di una nuova tappa del progetto Popstairs, ideato dallo street artist e da Roma&Roma per la riattivazione culturale dei contesti urbani attraverso interventi artistici sulle scalinate della Capitale.
    Una settimana circa di lavoro per due opere da ammirare "da un preciso punto di vista frontale e a una certa distanza", come dice l'artista, e in cui, al tempo stesso, si può entrare dentro la "tela" salendo o scendendo le scale e creando un nuovo scenario per chi ammira il dipinto dal basso.
    "Nannarella è una delle donne della cultura e dello spettacolo che desideravo omaggiare - ha detto Diavù all'ANSA - perché è tra le donne che, tramite l'esempio che hanno dato a tante altre ragazze della loro epoca, hanno contribuito a cambiare i costumi della società italiana".
    Le scalinate, oggetto architettonico spesso dimenticato e vandalizzato, diventano le tele prospettiche di opere dedicate ai cittadini che, nella routine quotidiana, hanno la possibilità di vivere l'arte e di ricordare personaggi che li hanno rappresentati. Il progetto ha infatti prediletto soggetti femminili "popolari", scelti per la loro stretta relazione con il territorio: le opere di Diavù si aggiungono ai dipinti realizzati l'estate scorsa che raffigurano Ingrid Bergman di "Europa '51" di Roberto Rossellini in via Fiamignano, nel quartiere di Primavalle, Michèle Mercier a Corso Francia, che ha intepretato "Il Giovedì" di Dino Risi proprio sulla stessa scalinata e Elena Sofia Ricci, nel film di Magni "In nome del popolo sovrano", sulla Scalea Ugo Bassi a Trastevere.
    "Come le divinità di un tempo davano senso e significato ai racconti illustrati in quei dipinti, oggi queste moderne 'divinità' fanno lo stesso nelle mie opere - ha detto Diavù - La Magnani con in braccio un gatto dipinta in strada per me è come un'antica madonna col bambino dipinta in una chiesa, ha la stessa forza poetica". "Ma al di là del simbolo - ha aggiunto - io ho anche ricordi personali della Magnani perché da bambino andavo in vacanza a San Felice Circeo, dove lei aveva una casa, e per anni ho sentito dai miei nonni e da mia madre gli aneddoti che la riguardavano".
    Per l'artista le opere vanno oltre la riqualificazione urbana e la fruizione libera dell'arte. Tornare a modelli del passato, mostrare un'icona dell'intraprendenza, del coraggio, dell'ambizione e della forza femminile ha un valore sociale che non è secondario: "Se gli uomini italiani di oggi non sono a proprio agio con donne libere e forti e mascherano spesso la loro inadeguatezza o paura con la violenza - ha spiegato lo street artist - è anche perché i modelli offerti dai media sono spesso donne-oggetto che devono piacere ai maschi, prive di qualsiasi consistenza".
(QUI sul sito dell'ANSA l'intervista originale)