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2 dicembre 2020

狄阿乌 ovvero "Diavù" nero come il corvo e il David-Pinocchio di Chongqing (Cina) a prova di Covid-19

Chongqing è l'agglomerato urbano più grande del mondo, con circa 40 milioni di abitanti. 
Quando sono stato invitato a dipingere un murale e a tenere una mostra e un workshop là dal Consolato d'Italia e dall'Accademia di Belle Arti del Sichuan a Chongqing, in occasione della "XX Settimana della Lingua Italiana nel Mondo", non vi dico la curiosità che mi è presa di visitare questa immensa città.
Ma poi, il virus che sta cambiando le nostre vite non me l'ha permesso, e siccome credo che la distanza fisica non possa impedirci del tutto di avvicinarci umanamente tra esseri umani, allora mi è venuta un'idea per aggirarlo. Ho proposto a chi è stato così generoso da volere là me il mio lavoro, che avrei potuto realizzare il mio murale a distanza, con l'aiuto degli stessi ragazzi dell'Accademia di Belle Arti che mi avrebbero assistito nella realizzazione dell'opera se fossi stato fisicamente là. 
Si lo so, la "Street art a distanza" sembra un ossimoro, ma io ero certo che, di fronte al linguaggio potente dell'arte, ostacoli come la lingua o la distanza fisica siano superabili con un salto. Un saltello di 8mila km che non vedevo l'ora di fare.
 

Tra una serie di videolezioni girate e montate ad hoc, una chat superattiva su WeChat e gli incontri online con le classi degli studenti dell'Accademia coinvolti abbiamo così preparato il terreno per questo nuovo progetto, il mio primo murale a distanza. 

Finiti i giorni di workshop, ci siamo così messi all'opera sui due dipinti da realizzare in contemporanea, io a Roma con l'opera-esempio e loro a Chongqing sulla grande parete.




Il tema dell'opera da realizzare l'avrei voluto legare ai possibili rapporti della lingua e della cultura italiana con quelle cinesi, perciò ho iniziato una ricerca in quella direzione. 

Ho selezionato dei testi di vari scrittori che cercavano di descrivere la Cina e i cinesi agli occidentali, da Plinio il Vecchio al fantasioso Marco Polo, passando per Matteo Ricci e Giovanni di Pian di Carpine, o dai più moderni Carlo Cassola, Gianni Rodari, Alberto Arbasino, Curzio Malaparte. Un testo di Michelangelo Antonioni mi ha molto colpito, come se la voce del visionario regista volesse suggerirmi di lasciar stare la mia strana ricerca di elementi condivisi tra lingua italiana e cinese: «Per capire la Cina sarebbe forse necessario viverci molto a lungo, ma un illustre sinologo, nel corso di un dibattito, ha fatto notare come chi trascorre un mese in Cina si senta in grado di scrivere un libro, dopo qualche mese soltanto poche pagine e dopo qualche anno preferisca non scrivere». Ma non mi sono lasciato abbattere e la soluzione mi è venuta incontro attraverso una frase di Giorgio Manganelli che, di fronte a un albero in Cina, fece questa riflessione: «il mio occhio, tanto o poco, è stato cambiato, è stato bruscamente educato a scorgere la calligrafia di un oggetto, a eluderne il colore. [...] Basta una settimana di alberi di Cina, una settimana di quella pervasiva scrittura nera verde rossa gialla, ed un sospetto di scrittura si stenderà sugli alberi che troverete sulla strada consueta e povera della vostra vita europea, un presentimento di ideogramma, di simbolo... Un fastoso capriccio del destino mi ha spedito in questa biblioteca di alberi».  

Leggere la realtà attraverso i simboli dunque, più che attraverso le parole che la descrivono. Che è poi ciò che faccio abitualmente nel mio lavoro. Trovare un simbolo comune tra 'loro' e 'noi' è diventato a quel punto lo scopo della mia analisi. 

Sono partito dall'ideogramma dell'albero () e dalla sua evoluzione dall'età del bronzo a oggi, e l'ho disegnato più e più volte per 'comprenderlo': 

 

 

Ho trovato che era pressocché identico al primo simbolo dell'archetipo della vita (l'archetipo "e", o "he"), che è un omino ben ancorato a terra che tende le braccia verso l'alto. La posizione per cui il mio mio maestro di Taiji afferma che l'uomo è più simile all'albero che agli altri animali, che tendono ad essere paralleli al suolo.

Cos'è un archetipo? È il simbolo di un’azione o di un'idea che già gli uomini primitivi tendevano a rappresentare graficamente. Quello della vita è l’archetipo che da’ origine alla lettera "E" del nostro alfabeto ed è un simbolo di crescita e di fede, molto simile all'antico simbolo che ha generato l'ideogramma cinese dell'albero.

Continuando a studiare questi segni mi è apparso alla mente che anche nella struttura dell’Uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci, che è il simbolo dell’uomo e delle sue proporzioni in Occidente, troviamo lo stesso segno, la stessa idea primigenia:

 

 

Alla ricerca di un'altra figura-simbolo di uomo occidentale noto in tutto il mondo da proporre per il murale, ho pensato al David di Michelangelo, e ho pensato di affiancarlo concettualmente all’ideogramma cinese dell’albero. Ma c’è uno scrittore italiano che ha già realizzato questa operazione di affiancare uomo e albero in un’unica figura: Collodi con Pinocchio.

Pinocchio è il bambino nuovo, il bimbo che nasce da un pezzo di legno, che prende la sua esistenza da quella che era la vita del tronco - cioè dell’albero - che diviene da vita vegetale a umana.

Per questo il David è diventato nella mia opera David / Pinocchio, una figura di legno, e non di marmo, con un ramo per naso e delle radici ai piedi.

A quel punto c'erano abbastanza elementi per iniziare a realizzare il murale, lavorando distanziati fisicamente ma molto vicini artisticamente:

 

 

 


 

 


 

Ed ecco qui il risultato. Il mio David / Pinocchio - immerso nella "biblioteca di alberi" di Manganelli - è oggi il murale che accoglie studenti e visitatori all'Accademia di Belle Arti del Sichuan a Chongqing.

A supporto di questo workshop sono stati proiettati nei maxischermi del Campus dell'Accademia anche i 10 documentari della serie "GRAArt - Tutta la Street art porta a Roma", che raccontano il mio progetto di Arte Pubblica promosso da ANAS e patrocinato dal MIBACT che ha prodotto finora 17 murales di artisti provenienti da varie parti del mondo attorno al Grande Raccordo Anulare di Roma (e che potete vedere anche voi QUI).

Queste in basso, infine, sono alcune immagini della mostra che mi hanno gentilmente dedicato all'interno della galleria dell'Accademia di Belle Arti:

 




A Chongqing mi hanno ribattezzato 狄阿乌 che si legge "Dí ā Wū" e si può tradurre "nero come il corvo". Una curiosa coincidenza vuole che in Cina, la parola “graffito” (tuya), che si riferisce poi alla Street art in genere, venga dai versi del poeta Lu Tong (790-835) della dinastia Tang: «rovesciò all’improvviso l’inchiostro sulla scrivania, scarabocchiando i classici come corvi», e che sia composta dal carattere tu (da tumo, "scarabocchiare") e da ya (da laoya, ossia "corvo").

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Ringrazio di cuore il Consolato d'Italia a Chongqing, l'Accademia di Belle Arti del Sichuan a Chongqin, Francesca De Giuli, Zhang Ying/Giulia, il prof. Zeng Yue, Sqm/Michele, Harley, Mark, Chen Shutian, Zhao Yun e tutti gli studenti che hanno partecipato al progetto.

28 marzo 2018

XL COMICS. COME TUTTO COMINCIÒ, PROSEGUÌ, TERMINÒ.

“Oh no, Luca, pensaci bene, chi se ne frega dei fumetti deliranti che disegnavamo noi nelle
fanzine autoprodotte! Lascia perdere, non sai cosa ti aspetta, rimettere assieme quella
ciurma di fumettari è un’impresa rischiosissima, portiamo sfiga peggio dei disegnatori
di satira, abbiamo fatto chiudere tutte le riviste del passato!”
 

Dall’introduzione di David Vecchiato.

Sono gli ultimi giorni di questa mostra alla WeGil di Roma che celebra un'esperienza iniziata nel 2005 e conclusa nel 2013 sulle pagine del mensile de La Repubblica XL (eh si, alla fine abbiamo fatto chiudere anche quella di rivista).
Come tutto cominciò, proseguì e terminò lo scrissi qui, nel mio editoriale al libro "XL COMICS" della Panini che raccoglie tutte le storie a fumetti della prima parte di quel viaggio.  
Il volume di quasi 500 pagine si può acquistare QUI sul sito dell'editore.

La copertina di XL COMICS (Panini 9L)

XL COMICS.
COME TUTTO COMINCIÒ, PROSEGUÌ, TERMINÒ.

di David “Diavù” Vecchiato

Quando mi fu proposto di contribuire alla nascita di La RepubblicaXL stavo già realizzando ogni settimana da un paio d’anni il ritratto dei musicisti protagonisti della recensione principale per Musica! di Repubblica. Un pomeriggio del 2004 passai in redazione a consegnare l’illustrazione e là incontrai Luca Valtorta, appena giunto da Milano a Roma proprio per dirigere il mensile che avrebbe accolto l’eredità e il corpo redazionale di Musica!, già destinato alla chiusura. Con Luca ci eravamo conosciuti di persona qualche anno prima alla redazione di Tutto Musica e Spettacolo, perché fu lui a recensire in maniera entusiasta sul mensile della Mondadori il disco e il clip della mia band
del tempo, i Savalas, ma ci eravamo sentiti in realtà per la prima volta anni prima, a metà anni 90, quando lui era a Max e mi intervistò per Tank Magazine, rivista-esperimento di musica, fumetto,
cinema e altro in salsa delirante di cui ero ideatore e direttore.
Luca mi confidò che Tank era una tra le riviste di culture giovanili che aveva più apprezzato in passato e mi offrì di partecipare alla redazione di quello che sarebbe diventato La Repubblica XL. Abbiamo trascorso giorni e giorni del 2005 assieme negli uffici che sarebbero diventati la redazione, in cui io portai il mio contributo di idee al giornale in gestazione. Tra le varie cose Luca mi chiese di curare una sezione di fumetti prodotti appositamente, per dare al nuovo mensile uno spazio che offrisse al lettore non solo la possibilità di conoscere le uscite di edicola e libreria del mese e di leggere storie brevi di autori editi in varie parti del mondo, ma anche di scoprire una scuderia di bravi autori italiani che scrivevano e disegnavano ogni mese apposta per XL. Mi chiese in particolare che fine avesse fatto quel fumetto sperimentale cheaveva animato le fanzine e la cultura underground degli anni 90, che in alcuni casi era stato inquadrato in una seriosità d’autore - a volte autoreferenziale - con cui il concetto di graphic novel aveva preso piede in Italia, ma che in molti altri casi non aveva guadagnato una grande visibilità. “Oh no, Luca, pensaci bene, chi se ne frega dei fumetti deliranti che disegnavamo noi nelle fanzine autoprodotte! Lascia perdere, non sai cosa ti aspetta, rimettere assieme quella ciurma di fumettari è un’impresa rischiosissima, portiamo sfiga peggio dei disegnatori di satira, abbiamo fatto chiudere tutte le riviste del passato!”
Ma non ci fu nulla da fare, ormai Valtorta ci aveva aperto le porte del grande Gruppo Editoriale L’Espresso ed eravamo salpati verso quel lido che chiamammo IUK, l’Italian Underground Komix
di XL. Era come essere in una nave di pirati con l’open bar. Ricordo una cena a casa mia a Roma, con lui e Alessandro Staffa (in arte AlePOP), in cui si tenne la “seduta spiritica” che riportò in vita quello spirito maligno del fumetto grottesco, quel genere che era stato avvistato le ultime volte a ridersela grassa nelle fanzine underground da tirature di mille copie al massimo, mentre la maggioranza dei lettori si era incantata a piangere sia le riviste di fumetto da edicola, chiuse ormai quasi tutte, sia la buonanima di Andrea Pazienza, ultimo autore “popolare” dal quale il mercato serio del fumetto aveva potuto accettare la rottura delle regole.
Infatti agli inizi degli anni 2000 il fumetto d’autore non si affacciava quasi più in edicola.

Il Gli IUKKERS nel 2007 (foto di Barbara Oizmud). 
Da sinistra: Maicol, Mirco, Squaz, Diavù, Francesca Ghermandi, Alberto Corradi, Davide Toffolo, Massimo Giacon, Ratigher e Alessandro Baronciani

Dunque, in notevole controtendenza, assieme ad AlePOP che contribuì notevolmente alla nascita e allo sviluppo di IUK, io chiamai a raccolta: Massimo Giacon, Alberto Corradi, Squaz, Francesca Ghermandi, Davide Toffolo, Maicol & Mirco, Tuono Pettinato, Alessandro Baronciani e Ratigher, a cui poi si aggiunsero Pino Creanza, Ale Giorgini, Dr. Pira, e i tanti altri autori che hanno partecipato allo spazio XL Comics più o meno fissi o a rotazione, e che ritrovate ora nelle pagine di questo volume (a parte qualche defezione perché anche il mondo del fumetto è pazzerello come il rock ‘n’ roll). In quella “seduta spiritica” ci si rivelarono i personaggi fissi in stile grottesco-cartoon che volevano divenire i protagonisti del genere di fumetto che avremmo rilanciato in edicola (o meglio lanciato, visto che quel fumetto nato nell’underground non aveva mai avuto tirature come quelle
che avrebbe offerto il nuovo mensile de La Repubblica).
Da quel settembre 2005 a pochi mesi di uscite la sezione a fumetti di XL conquistò sempre più spazio, noi autori fissi ci ritrovammo a realizzare molti speciali e i nostri personaggi finirono sempre più spesso in storie dalle tematiche legate all’attualità, perché eravamo consapevoli che la formula della rivista mensile ci offriva la possibilità di occuparci di ciò che ci circondava e di farlo in tempo
reale.
La riforma scolastica di Mariastella Gelmini, Ministro della Pubblica Istruzione sotto il quarto governo Berlusconi – che ha provocato proteste di piazza da parte di studenti, genitori e personale scolastico – noi l’abbiamo riletta ricordando nello speciale Old Skull Musical la scuola primaria di quando eravamo bimbi, e ci siamo così presi in giro ironizzando su quel ministro e sulla sua riforma, entrambi impresentabili.

 
Gli IUKKERS a scuola, da bambini e da adulti
 
 L’omaggio a Pazienza abbiamo deciso che non doveva rivelarsi il solito “monumento” nostalgico e celebrativo, bensì un vivo ricordo dello stile senza filtri di Paz e dei suoi personaggi dissacratori che vivevano spesso vicende estreme, narrate con feroce ironia.
L’argomento Napoli è diventato il pretesto per raccontare il malaffare legato alla spazzatura. A proposito, abbiamo anche preso in giro degli “intoccabili”, come Giacon ha fatto col cadavere di Mario Merola rischiando di essere picchiato al Napoli Comicon del 2008, o come abbiamo fatto coi rapper italiani nello speciale IUK RAP, facendone arrabbiare qualcuno.
Assieme ai nostri personaggi siamo poi andati in giro per l’Italia, trasformando gli stand di XL in una carovana di XL Comics. Noi Iukkers abbiamo portato dal 2005 al 2013 i nostri segni in festival musicali e cinematografici, fiere di fumetto, fiere d’arte contemporanea e in tante altre occasioni ed eventi in giro per il paese, da Bolzano a Bari, da Lecce a Milano.

 Il La mostra di IUK-XL e, in fondo, lo stand de La Repubblica XL al festival Napoli Comicon del 2007

I nostri personaggi hanno incontrato musicisti, performer, artisti, registi e scrittori in queste avventure che ci hanno visto disegnare alcune delle storie che appaiono per la prima volta pubblicate in questo volume – come Amici miei / Italia Uè, realizzata durante un pomeriggio e una notte tutti assieme all’Italia Wave dell’edizione di Firenze del 2007, o L’ultimo miracolo di Elvis, disegnata da noi e scritta da Boosta dei Subsonica all’edizione di Livorno del 2010, Ritorno al passato, il report a fumetti di Maicol & Mirco dal Jamboree Festival del 2008, The XL of Horror di Alberto Corradi del 2010 o la mia collaborazione con Bugo, del 2008.

Una delle pagine tratte dal libro XL COMICS, con una storia di Macaco

Tutto ciò è stato portato avanti sempre trattando il fumetto come un linguaggio più che come un mercato. Dal momento che eravamo piuttosto liberi poiché non erano certo le nostre storie a determinare la quantità di copie vendute della rivista, potevamo sperimentare le varie possibilità espressive di questo mezzo, sebbene in poche pagine o nel breve periodo di una trasferta.
Migliaia di persone si sono portate a casa altrettante copie della rivista con le copertine dipinte velocemente da noi una a una a mano agli stand di XL, oppure hanno indossato le nostre t-shirt, si sono appesi i nostri poster, hanno acquistato i nostri gadget. O si sono fatti disegnare addosso da noi gli IUK Tattoo. Molti lettori li abbiamo spinti addirittura a visitare la mostra di art toys customizzati da grandi nomi del fumetto italiano, esposta sia a Lucca Comics del 2008 che alla MondoPop Gallery di Roma, spazio di cui io ho curato le mostre dal 2007 al 2012. Oppure hanno potuto visitare le mostre Urban Superstar Show che ho avuto l’onore di curare al museo MADRE di Napoli nel 2009 e nel 2010, con le nostre opere a fianco a quelle di grandi nomi della nuova scena dell’Arte mondiale: Gary Baseman, Buff Monster, Jim Avignon, Jon Burgerman, Boris Hoppek, Tokidoki e molti altri che abbiamo ospitato anche sulle pagine della rivista e durante gli eventi di XL Comics, per promuovere tra i lettori nuove tendenze dell’arte contemporanea come la Lowbrow, il Pop Surrealismo e la Street Art… che sono poi la principale attività di cui io mi occupo personalmente, al di là delle mie scorribande nel mondo del fumetto.

Diavù con Milo Manara all'Urban Superstar Show del Museo MADRE di Napoli (2009)

L’episodio zero della serie di documentari Muro – che ho co-ideatoe che curo per Sky Arte HD – è raccontato infatti nell’ultimo fumetto che ho realizzato al termine dei sette anni di collaborazione con La Repubblica XL: Street Art Stories #1, storia in cui i protagonisti non sono più i miei pargoli Macaco e Piteco, ma direttamente io alle prese col collega e amico Ron English, grande firma della Street Art internazionale, e con le riprese del documentario sul suo intervento artistico a Roma.
Quelli che leggete qui sono la prima vita di XL Comics. Nella seconda parte dell’esistenza della rivista, quando uscì in formatopiù piccolo e con meno pagine, i nostri personaggi lasciarono il foglio riquadrato della pagina a fumetti per diventare i protagonisti delle strisce. Ma questa è un’altra storia e mi auguro di raccontarvela al più presto, in un volume altrettanto ricco.
Per ora, buona lettura.

Il volume XL COMICS si può acquistare QUI sul sito dell'editore

 
Macaco di Diavù con il mitico Gilbert Shleton, papà dei Freak Brothers (2010)

25 ottobre 2013

21 settembre 2013

Libertà di omofobia e due scarpe a strisce rosa


19 settembre 2013: in Italia passa alla Camera dei Deputati l'estensione alla legge Mancino che punisce l'omofobia come reato di opinione. 


Un evento civile da festeggiare, se non fosse che, questa modifica che per diventare legge deve passare anche al vaglio del Senato, afferma che insultare persone omosessuali (o usare l'omosessualità come insulto) è reato soltanto se l'omofobo è un semplice cittadino. 
Se a commettere questo crimine d'odio è un'associazione, politica, religiosa, culturale, di istruzione e via dicendo, allora non è più reato. 
In tal caso la medesima offesa il voto del Parlamento italiano la considera "libertà d'espressione". 

Questo emendamento ridicolo e dal sapore clientelare e mafioso è stato inserito ovviamente per tutelare quei gruppi organizzati che già si sa che commetteranno spesso quel reato. D'altronde il PD è certo che quella legge altrimenti non sarebbe passata con questo Parlamento, perciò se la fa piacere così.
Peccato che la norma aggiunta sia anticostituzionale e contraria alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo dell'ONU, in quanto è contro il fondamentale concetto-base "la legge è uguale per tutti". 
Possibile che non ci abbiano pensato i nostri legislatori? 

Il nostro Parlamento dovrebbe impegnarsi a proteggere anche le gang di bulli proporrei a questo punto, visto che le loro future offese omofobe saranno ispirate a quelle delle associazioni organizzate. 
Ma non lo farà, perché il cittadino di serie B - quello che, seppur devoto antigay, non ha santi in paradiso - lo si può giustamente punire, mentre quello di serie A - interno alle istituzioni, o devoto corrisposto - va tutelato, a costo di varare leggi illegali. 
Nessuna novità da segnalare dunque, se non che tutto questo mi ricorda una storia personale che mi ha visto vittima di omofobia in un'altra vita, cioè alle scuole medie.

Tutto cominciò al mercato di via Sannio, zona San Giovanni a Roma, quando convinsi mia madre a comprarmi quelle scarpe grigie con le strisce laterali rosa che mi piacevano tanto.
Andavamo spesso a prendere le scarpe là, era una delle nostre rassicuranti abitudini, e quel giorno, girando tra quei banchi di folcloristici strilloni, non potevo certo immaginare che dalla mattina successiva - ovvero dal momento in cui salii sullo scuolabus - quel colore-tabù ai miei piedi, interpretato come un segnale di guerra, avrebbe scatenato l'ignoranza primitiva di un gruppo di adolescenti di Castel Gandolfo e Castelli Romani annessi, mettendo fine alla mia tranquillità di undicenne quasi-invisibile.
Il primo a prendermi in giro fu quel ragazzino con la faccia tutta sbagliata a cui piaceva la stessa ragazzina che piaceva a me. «A' frocio con le scarpe rosa! Io lo sapevo io che eri finocchio!»
Lui lo sapeva io no, tu guarda. 
Comunque, mentre lui colpiva duro su quello che credeva un punto debole (più che mio della ragazzina contesa: «ti pare che mo' quella si fidanza con un frocio? Ho vinto!» pensava di certo nella sua deforme testina di) io rimanevo immobile e in silenzio. 

Il maestro jedi che mi parlava dallo specchietto retrovisore dello scuolabus era David Carradine, nei panni di Kwai Chang Caine, il chino-americano non-violento del telefilm Kung Fu, guru di resistenza alle persecuzioni seriali che subiva ad ogni episodio ma che finiva poi col pestare tutti fino a fargli sputare l'anima inzaccherata di sangue coi suoi metodi spezzaossa shaolin.
Pensai: «Caine, parli bene tu che sei cintura bitume, ma io non posso vivermi tranquillamente questo conflitto come faresti tu. Ha un'intera tribù di bulli attorno quell'imperdonabile errore ambulante coi connotati disordinati e due fondi di bottiglia unti al posto di uno sguardo qualsiasi»(non pretendo intelligente, sarebbe bastato uno sguardo capace di un'unica espressione per farlo somigliare a un essere umano). «Un branco di fedayn a lui fedelissimi che fanno la terza media, come lui, ma più della metà sono ripetenti. C'è quello che si chiama Mario e che dimostra 34 anni - eppure ha ancora tutti i brufoli calcificati su quella faccia vermiglia - che ha due braccia da Hulk. Questi sono cinquantenni ostaggi delle scuole medie. Stupidi, incattiviti e col colesterolo già oltre. Devo dimostrarmi superiore. Io SONO superiore.
Però sono solo. Solo solissimo. Come tutti i superiori d'altronde».

Gli attacchi nel frattempo proseguirono anche da altri mini-machi, e ovviamente, perché ormai ero stato segnato col sangue dell'agnello sacrificale dagli anziani del villaggio, tutti potevano sentire da lontano l'odore di preda designata dalla comunità degli alfa…ma io continuavo imperterrito a tacere ai loro insulti e a indossare le mie scarpe con le strisce rosa. 
A un certo punto mi sembrava che averle ai piedi mi dava una specie di superpotere. L'eroe "Undicenne-quasi-invisibile" si era trasformato nel mutante "Undicenne-alla-ribalta-con-strisce-rosa". 
Cominciavo a capire che erano davvero un segnale di guerra quelle scarpe, e che erano andate a minare la tranquillità di quella piccola comunità.
Stavo debuttando in società in una parte piuttosto difficile dunque, ma almeno ero diverso da tutta quella melma informe, e consapevole di esserlo.
«’A frocio, ma come la mastichi ‘sta gomma, sembra che c’hai er cefalo ‘mbocca!».
«Aoo’, che te metti i pantaloni stretti pe’ facce vede’ er culo?».
E ancora via così, e molto peggio, nella caccia all'insulto più efficace.

Quando però qualsiasi mio gesto era diventato un motivo per attaccarmi sull'argomento e qualsiasi stronzo-ics poteva azzardarsi a buttarmi là un'umiliante battuta contro, sapendosi coperto dai più, io vacillai. 
Se neanche un titolo del Daily Planet o un supernemico pentito dà ragione a te in una battaglia in cui sei solo contro il mondo, diventa proprio difficile delegare le tue poche certezze di super-undicenne all'auto-convinzione e basta. 
E anche quel David Carradine là, facile parlare bla bla bla, ma se non cominci a menar le mani quando arrivano le prime spinte e i primi insulti declamati in pubblico, che amico sei? 
O quando il primo insospettabile bulletto sul tragitto dalla scuola alla fermata del bus si apre la patta mostrandoti il contenuto come fosse chissà quale sua esclusiva.
Dover subire vessazioni omofobe per settimane non è proprio quel che si dice una passeggiata di salute, figuriamoci per un ragazzino di quell'età, ed è un attimo che ti senti troppo estraneo al mondo e troppo tutti contro per resisterci ancora a lungo in quel mondo. 
In altre parole, ti è cresciuta la morte nel cuore e sei annientato. 
Cenere.

Ma per fortuna quello non era certo il mio unico mondo. 
Non era solo la scuola, in cui ormai in poche crudeli mosse l'intero ambiente mi aveva appioppato il marchio del disonore, o almeno questo sentivo io. 
Non era solo la famiglia, che, dopo la morte di mio nonno e la separazione dei miei, era esplosa in mille pezzi, tutte schegge piccolissime e taglienti. 
E non era solo quell'infinita e noiosa attesa di diventare grandi e liberi il mio mondo. 
Erano i fumetti, che divoravo e poi copiavo per ore, sognando di diventare fumettista. 
Era la "band" che condividevo col vicino di casa, ore e ore ad ascoltare dischi e poi, io alla chitarra e lui ai bidoni del verderame sul palco (ovvero il suo terrazzo) a tenere svegli tutti i vicini con le nostre nenie da gallinacci sotto tortura.
Era la mia cagna Ghira, che adoravo e che ancora mi manca, e con la quale trascorrevo interi pomeriggi a caccia di lucertole nel grande giardino.
Ed erano i pomeriggi in giro in automobile per Roma con mia madre, che vendeva abbigliamento casa per casa e mi dava l'occasione di stare sempre in mezzo a donne e ragazze che mi offrivano merende e poi si provavano abiti su abiti ascoltando, più per gioco che per curiosità, anche il mio parere. 
Un etero-paradiso che mi godevo, nel ruolo di unico maschio, alla faccia di quei burini della scuola media che, ad aver culo, potevano vedere al massimo sottane lise di mamme flaccide e sovrappeso dal buco della serratura.

Insomma, avevo un mio mondo pieno di interessi e la consapevolezza che era molto più ricco di quello di quei mini-machi mi incoraggiava a disprezzarli, anche esteticamente (così come - c'avrete fatto caso - sto facendo anche ora, e lo farò finché non sarà dichiarato reato d'opinione)
A loro era concessa un'agonia pomeridiana di partite di calcetto, chiusi all'oratorio dopo la scuola, dove dire parolacce e fumare, entrambi di nascosto dal prete, era sinonimo di "diventare uomini".
Li disprezzavo con tutto me stesso che quasi mi facevano pena.

Mi feci coraggio, ammisi di essere ormai crollato da tempo, e riportai le esperienze del mio mondo scolastico - ovvero le vessazioni che stavo subendo da settimane - nel mio mondo ricco e sfaccettato - ovvero a mia madre. 
Che fu grandiosa.

«Tu rispondigli a quegli stronzi "si, sono gay embè? Io mi diverto due volte voi una sola!". E ora vengo io a parlare col preside!».

Partimmo in spedizione punitiva. 
Anzi, visto che andavamo esportando la democrazia del mondo ricco e sfaccettato in quello incivile scolastico, partimmo in “missione di pace” ma carichi di bombe, e prima di entrare nell'edificio incontrammo il ripetente con la faccia spettinata dal tifone fermo sulle scale davanti la scuola.
Io lo indicai a mia madre con gesto eloquente e lei gli si parò in faccia: «tu stai cercando guai, vero? Lascia stare subito mio figlio sennò ti rovino e oggi all’uscita mi fai vedere chi è tua madre che gliene dico quattro pure a lei. Anzi, gliene dirà quattro pure il preside perché ci sto andando adesso!».

Vidi la sua faccia decomporsi, era tutto una smorfia di panico, i lineamenti pendevano in discesa, anzi in picchiata, quella faccia divenne liquida, un brodo gelatinoso, e se possibile ancora più brutta della versione-macho occhialuto e digrignante che riservava a me. 
Pregò di non dire nulla ai genitori, e non riuscì a dire altro. 
Ma ormai era troppo troppo troppo tardi. 

Avremmo potuto compatirlo, immaginando un padre e una madre in grado di educarlo solo alla discriminazione e alla violenza, ma ormai i missili democratici di mia madre erano partiti e lui doveva imparare a prendersi le responsabilità delle proprie azioni. 
Questo significa "diventare uomini", caro pisciasotto, mica fumare e dire le parolacce di nascosto là dal prete. Non ti ha mai citato la parola "civiltà" la mamma, eh? Poco male, ci pensa la mia a tatuartela a vita nel cervello, se lo trova.

Gli altri del gruppo si facevano muro, palo, dito a vicenda per non farsi troppo notare e intanto dal cortile mi guardavano con odio, ma io sulla ribalta in cima a quelle scale sapevo che il trucco, quando sei ormai esposto e a conflitto aperto, è non abbassare mai lo sguardo e mostrare una superiorità sovrumana. 
Li indicai a mia madre e solo il gesto del mio dito undicenne li trasformò in vapore. 
Zùt! Spariti.
Avevo le scarpe con le strisce rosa ai piedi, quindi potevo.
Se loro erano le carogne che si mettevano in tanti contro uno più piccolo io ora ero la supercarogna che trascinava sul campo di battaglia la sua esplosiva madre e il minaccioso preside della scuola. La mia atomica contro le loro micciette. La giustizia era dalla mia. 
Ma ce l'avevo portata io.
Passandogli davanti sussurrai al ripetente dalla faccia rimescolata, ormai paonazza e unta di sudore: «Si, so' frocio e allora? Io godo due volte e tu una sola!», pur non avendo granché chiaro questo concetto suggerito da mia madre all'epoca sentivo che poteva rivelargli inaspettati segreti sull'esistenza dell'uomo sulla Terra. 

Il resto della battaglia potete immaginarlo benissimo da voi.

Ci ripenso ora e mi chiedo: perché in quelle settimane di inferno non pensai al suicidio, messo all'angolo com'ero? 
Sono molti i ragazzini vittime di quell'odio provocato da insufficienza di cultura e civiltà che scelgono la morte come soluzione. Troppe cronache recenti lo raccontano e solo una sensibilità tarata su livelli primitivi può continuare a sopportare un simile orrore senza correre subito ai ripari.
Ma io non pensai ad uccidermi, vuoi perché nessuno in famiglia mi ha mai venduto o ha mai permesso che mi vendessero l'aldilà come un posto migliore di questo, vuoi perché avevo tanti interessi che amavo, tra giochi, fumetti, dischi, libri e passeggiate con mia mamma dalle sue clienti, che non avrei mai lasciato per colpa di un'associazione a delinquere di piccoli ignoranti. 
E vuoi perché all'epoca, a undici anni, non avevo la benché minima idea di chi o cosa mi avrebbe attratto sessualmente da maschio adulto, se più i maschi, le femmine o i generi trasversali, quindi non capivo in base a quale strambo dis-ordine di valori quei ragazzini considerassero un gay un individuo inferiore. 
O perché dicessero "femminuccia" a qualcuno per offenderlo, dal momento che, nel mio caso come in tanti altri, era piuttosto chiaro che fossi biologicamente un maschio. 
Il nome comune di un genere sessuale può essere un offesa? 
Ah si? 
E in quale malaugurata civiltà totalmente inconsapevole di se stessa, di grazia? 
In Italia dite? 

E allora perché non farla scomparire questa prevaricazione del maschio sulla femmina, del maschio su ogni altra cosa viva, che noi italiani sentiamo tanto - come altri popoli sottosviluppati d’altronde - e che ci fa credere di dominare ogni diversità? 
Allora si che dare della femminuccia a un ragazzino non avrebbe più alcun senso. 
E dirgli gay non sarebbe un insulto.

C'è un'età in cui i desideri sessuali non hanno mire chiare e precise, li senti crescere all'improvviso e basta, durante un contatto fisico con una cugina o un gioco con un amichetto. 
E chi si permette di colpevolizzare questa magia è un misero imbecille, o peggio se ha anche figliato. Crescete davvero, cari "adulti", prima di azzardarvi ad educare dei figli.
Il ruolo dei genitori, quello dei professori, dei presidi, degli educatori in genere, è dare un muro di certezze affettive ai giovani. 
Questo ha fatto mia madre, e io le devo la vita due volte.
Chi ha un figlio maschio ha il dovere di comportarsi esattamente come farebbe con una femmina, insegnargli l’uguaglianza di diritti e di doveri e il rispetto reciproco fra tutti i sessi, che non sono affatto due, ma infiniti.

E chi amministra questa Italia, ancora una volta, non ha perso l'occasione di farci fare a tutti una spiacevole figura.



Queste scarpe grigie e rosa appese  sono di mia figlia, le mie non esistono più. Sullo sfondo il cielo.