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28 ottobre 2020

El mundo era tan reciente


«El mundo era tan reciente, que muchas cosas carecían de nombre, y para mencionarlas había que señalarlas con el dedo». 

Questo ritratto di Gabriel Garcia Márquez è l'opera che ho realizzato su un muro del quartiere di Torpignattara a Roma nel dicembre 2019 come mia partecipazione al murale degli artisti colombiani di Lienzo Urbano, realtà di Barranquilla gemellata con l'associazione MURo (Museo di Urban Art di Roma).

“Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”.  Su una parete della strada principale di un quartiere socialmente molto complesso, ricco di differenze di ogni tipo che convivono in un territorio sovrappopolato (e spesso maltrattato dalle istituzioni e diffamato dalla stampa), questo titolo aveva un preciso significato politico per me. Significava che non tutto si può incasellare in un'etichetta come "bianco", "nero", "gay, "lesbica", "ladro", "povero", e via così. Che "non tutti i diversi sono uguali", come diceva Tamburini. E che tutti siamo diversi eppure anche uguali, come dico io. Che si dovrebbe dunque evitare di etichettare ogni persona con quelle paroline che subito diventano gabbie, limiti invalicabili in cui far soffocare lei e le sue molteplici sfaccettature. Che, insomma, basta semplicemente indicarla con un dito.

 


In questi giorni quest'opera è diventata suo malgrado oggetto di un curioso test di 'democrazia applicata' sui social. È stata cancellata con la vernice bianca qualche giorno fa - nel pomeriggio di giovedì 20 ottobre 2020 - da un artista che sembra abbia deciso di realizzare su quel muro una propria opera. Questo atto di prevaricazione - o di "libera creatività" come scrive un assistente dell'artista - di cui è stata oggetto ha scatenato varie reazioni tra le persone che vivono nel quartiere e tra gli utenti dei social: 



Al di là del fatto che scomparire è il destino assolutamente naturale di questo genere di opere realizzate nello spazio urbano, se avete tempo e siete curiosi (e avete un account Facebook) potete trovare qua qualche link sulle reazioni dei cittadini, e dunque sulle dinamiche delle nostre città, per farvi due risate oppure per rifletterci:

sul mio profilo personale Facebook - su Diavù in Facebook - su Diavù in Instagram.


Non saprei dirvi se secondo me questo simpatico test di "democrazia applicata" sia in qualche maniera riuscito. Non sono abbastanza ottimista per dare un'opinione imparziale, dal momento che ritengo che ormai ogni momento della nostra esistenza tendiamo noi stessi a gettarlo nel tritatutto della simulazione della realtà che lo trasforma in merce venduta da chi realizza enormi guadagni su questi nostri disagi mentali. Ma comunque prendo atto che una reazione basata sul dialogo civile e sull'ironia c'è senz'altro stata, con tanto di risposte da parte dei 'vandali' di Gabo.

Forse davvero per ritrovare il gusto di un dialogo privo di selvagge tifoserie bisognerebbe ripartire da una partecipazione attiva nei confronti dell'arte nello spazio pubblico e condiviso, dal momento che l'arte è capace di smuovere in noi le corde più profonde (benché anch'essa sia vittima della funzionalità a cui l'abbiamo relegata, ma questa è un'altra storia...).

26 agosto 2019

Appia un pugno, Latina una carezza

In questi giorni sto terminando di dipingere le opere che saranno incluse nella mostra "Da Sketch a MURo" che si terrà alla galleria Rosso20Sette di Roma dal 5 ottobre al 16 novembre 2019 e che chiuderà il MURo Festival.

La mostra e il relativo catalogo si concentrano sulla fase di ideazione - oltre che ovviamente su quella della realizzazione - di alcune delle opere del MURo Museo di Urban Art di Roma attraverso i dipinti, gli schizzi e le immagini dei murales di una minima parte dei protagonisti del progetto MURo, ovvero cinque artisti selezionati tra quelli che hanno collaborato ai nostri progetti più recenti: Jim Avignon, Lucamaleonte, Beau Stanton, Nicola Verlato ed io.

Io, per le mie opere in mostra, mi sono concentrato sul concetto di Appia e Latina - che è anche il titolo del murale che ho dipinto qualche mese fa nel progetto MURo mARket per il Mercato Menofilo di Roma - perché mi sono accorto man mano che giungevo al disegno definitivo facendo schizzi, progettando la composizione e i suoi elementi e scattando foto a Serena - mia compagna di vita, di lavoro e anche modella di questa opera - che queste due antiche strade di Roma sono diventate per me i simboli di due differenti modi di esistere e di porsi verso l'altro: Appia è il pugno, Latina è la carezza.

 
Il murale "Appia - Latina" al Mercato Menofilo di Roma, presso il quartiere Quarto Miglio 

Abbiamo solo due comportamenti di fronte a ciò che ci coinvolge: limitarci a partecipare emotivamente, esaltandoci di fronte a ciò che istintivamente ci piace e opponendoci con rabbia a tutto ciò che disprezziamo o che non condividiamo, oppure decidere di comprendere - di prendere in sé - ovvero inglobare tramite il pensiero tutto ciò che ci interessa e ci coinvolge in una nostra visione più ampia della realtà.
Ci sarebbe una terza opzione: la noncuranza. Ma fregarsene di tutto ciò che accade nel mondo e attorno a noi - se davvero una persona, un evento o un'informazione ci ha colpito - non lo includo certo tra i comportamenti autentici. Quello è un limite auto-imposto di chi di solito vive intrappolato nella propria testa e sarà un argomento che affronterò magari in un'altra opera e in un'altra occasione.

Dunque, quest'immagine - e ciò sta diventando più evidente anche per me che l'ho dipinta - simboleggia la necessità di far incontrare due modi differenti di sentire la realtà. Illustra un tema che va affrontato con urgenza nel periodo storico che stiamo vivendo: non fatevi ingannare dalle apparenze, queste due donne sono in realtà una sola.

Mi spiego meglio.

La via Appia, cioè la prima figura a sinistra, rappresenta la reazione d'istinto, la conquista e la rabbia, la paura che si trasforma in odio. È l’umano che vuole prevaricare l'altro umano e ritiene ciò un inevitabile gesto di sopravvivenza, e prevarica così la Natura stessa. È l’intolleranza e il disprezzo verso l’altro, ovvero verso chiunque riteniamo diverso da 'noi', verso chiunque è fuori dal nostro rassicurante quanto piccino concetto di 'normalità'.
Appia è la paladina di tanti sentimenti negativi che sono emersi con crescente prepotenza in questi ultimi anni in Italia, in Europa, e in tutto il mondo. Appia è l'aggressiva, colei che si pone sempre e comunque contro, in guerra appunto. Appia è infatti un militare, obbedisce perciò al comando del capo senza il permesso, né la necessità, né tantomeno la libertà di metterlo mai in dubbio.
E, d’altronde, la Regina Viarum delle strade è un percorso che fu aperto in base a logiche militari, come tantissime infrastrutture, tecnologie e opere di ingegneria moderne e contemporanee sono state inventate e/o costruite per la guerra e poi adibite ad usi civili (a partire da Internet, ma anche le autostrade, il nucleare, e tanti altri prodotti dell'ingegno umano). È una strada ampia, diritta, che consente spostamenti rapidi per le truppe tra l'antica Roma e le sue conquiste, fino al porto di Brundisium (Brindisi), da dove ci si imbarcava per l'Oriente.
Ed è anche una via che, nei secoli, si è riempita di tombe.

La via Latina della mia opera - cioè la figura sulla destra - è invece il simbolo del sentimento di inclusione e di condivisione, è colei che accarezza la sua nemica perché sa che ha il suo stesso volto e che, malgrado le apparenze, i loro cuori battono all’unisono.
Lei è in grado di vedere che loro due sono uguali, e sa che entrambe sono una piccolissima parte di una totalità, quella che chiamiamo Natura e che è la nostra grande madre generatrice. La via Latina ha i sentimenti che dovrebbe avere ogni individuo adulto che ha guarito le proprie ferite e sciolto i propri traumi e può dunque andare incontro a tutto ciò che gli è estraneo e nuovo con sentimenti di curiosità e comprensione, quelli della persona matura che cerca di capire prima di decidere come agire di conseguenza.
A Roma la via Latina è infatti una via molto più antica della via Appia, risale all'età preistorica, ed è più sinuosa e di difficile percorribilità, ma molto più panoramica e ricca di bellezze naturali ed archeologiche.

Se si percorrono entrambe verso il centro di Roma queste due strade si uniscono dentro le mura della Città Eterna, all'altezza delle Terme di Caracalla. Se si percorrono verso l'esterno, si allontanano dalla città, formando un triangolo, visibile anche come sfondo della mia opera.
Provengono dunque da un unico punto di partenza, Appia è il cuore e Latina l'intelletto.
Quest'opera simboleggia dunque la loro eterna lotta, alla quale si può porre fine solo lasciando emergere in ognuno l'adulto che è in sé, ovvero quella forza di volontà capace di tenerli uniti come due facce di un'unità.

Che è quello che nei fatti, indiscutibilmente, sono.





Lavori in corso per le opere della mostra "Da sketch a MURo", dal 5 ottobre a Roma.

1 giugno 2019

Intervista su Artribune (maggio 2019)


Una manifestazione dedicata ai progetti di Arte Urbana e di Street Art realizzati a Roma e in Italia dall’Associazione Culturale MURo negli ultimi dieci anni, un’occasione per riflettere su come la Street Art, dal punto di vista teorico e pratico, sia cambiata ed evoluta in questo lasso di tempo. È questo in sintesi l’obiettivo del MURo Festival, in programma nella Capitale fino al prossimo ottobre con eventi e appuntamenti che coinvolgono diverse istituzioni della città. Per capire il senso del festival, bisogna fare però un passo indietro fino al 2010, anno in cui lo street artist David Diavù Vecchiato fonda il Museo di Urban Art di Roma (MURo). Si tratta si un museo diffuso di Urban Art, un progetto che mette in relazione gli artisti con il territorio e gli spazi su cui poi andranno a intervenire con le loro opere, nel rispetto dei luoghi e creando relazioni con gli abitanti. Tutti temi affrontati durante i diversi appuntamenti del festival attualmente in corso, e di cui abbiamo parlato con David Diavù Vecchiato in questa intervista.

10 anni fa fondavi il Museo di Urban Art di Roma, con l’obiettivo di mettere in relazione gli street artist con il territorio in cui realizzano le loro opere. Dal Museo di Urban Art, come nasce e si sviluppa poi l’esigenza di creare il MURo Festival? 
Dopo 10 anni dedicati alla produzione di tante opere e altrettanti progetti di arte urbana tra le strade di Roma e di tutta Italia, ritengo sia naturale sentire l’esigenza di fermarsi un attimo per confrontarsi su temi che periodicamente ritrovi sempre sul tuo percorso – e sempre irrisolti -, malgrado vorresti vederli superati e dimenticati. Per dirla tutta, non è certo per celebrare MURo o l’omonima associazione e il suo staff instancabile che stiamo realizzando questo festival, ma per dialogare con tante altre realtà e mettere a loro disposizione la nostra esperienza decennale in questo campo. Veder procedere ancora oggi a tentoni chi desidera occuparsi della cosiddetta “Street Art” e lo fa usando un approccio dilettantesco è deprimente.

In che senso l’approccio alla Street Art è “dilettantesco”?
Ci sono amministrazioni pubbliche di città importanti che affidano a organizzatori di eventi di intrattenimento il compito di contattare degli artisti per lavorare gratuitamente sulle pareti dei loro quartieri. Ci sono artisti che dipingono in tutto il mondo eppure non sanno minimamente cosa sia la tutela legale di un’opera “di ingegno”. E ci sono tanti sedicenti “curatori” che ti invitano in quanto artista, ti indicano un muro dicendoti “vai e dipingi quello che ti pare” e ti lasciano solo senza alcuna informazione sull’area in cui stai lavorando e senza supporto tecnico.


Alla luce di queste riflessioni, in che modo il MURo Festival può offrire occasione di dibattito?
Questi appuntamenti sono l’occasione per mostrare alcuni nostri lavori del passato, spiegando come sono stati realizzati, ma anche per porre domande a istituzioni come ANAS, Municipi, Ambasciate, Soprintendenza Capitolina e altri sulle loro posizioni nei confronti di quest’arte che è sempre meno illegale e spontanea e sta diventando sempre più la nuova Arte Pubblica. Il mondo dell’arte sta soffrendo di immobilità, diciamocelo chiaramente, però aumentano le commissioni di opere di “Street Art”. L’arte fino a ieri più vilipesa e denunciata è oggi la più richiesta dalle istituzioni dunque. Sembrerebbe una contraddizione, e in effetti lo è finché la si continua a chiamare in quel modo. È fin troppo evidente che ormai non si tratta più di “Street Art”. Dunque è arrivato il momento di farci i conti.


Quali sono gli obiettivi del Festival? Quali sono i personaggi, le istituzioni e i luoghi coinvolti?
Abbiamo iniziato l’11 maggio al museo Macro di via Reggio Emilia, spiegando il progetto GRAArt (www.graart.it) e raccontandone genesi ed intenzioni. Abbiamo proiettato i 10 documentari inediti che mostrano come dietro al murale di ogni artista invitato a dipingere attorno al Grande raccordo Anulare ci sia dietro uno studio sui miti e sulla storia del territorio in cui l’artista ha operato. Nella tavola rotonda In nome della Street Art si è discusso di come si stia passando dal fare Street Art al produrre una nuova forma di Arte Pubblica e si è parlato quindi dell’eventualità di conservazione delle opere in strada, mostrando diverse testimonianze in merito, dall’operato di tutela “sul luogo” dell’associazione internazionale di restauratori e chimici Yococu fino agli strappi di murales di Luca Ciancabilla & co. che scatenarono le reazioni di Blu a Bologna nel 2016, quando l’artista coprì col grigio le proprie opere in città.


Un incontro è stato dedicato anche al tema del diritto d’autore…
Sì, il 18 maggio durante l’incontro Le mani, i pennelli e gli spray sulle città abbiamo affrontato con due avvocati il tema del diritto d’autore e di lecito ed illecito nella Street Art (e nelle opere d’Arte in strada in genere). Il giorno successivo invece è stata la volta della Street Art vista dai grandi media, e il direttore di Sky Arte è stato tra gli ospiti dell’evento. Durante le due date è stata inoltre presentata una rassegna di tutti i documentari tv MURO, che io stesso ho curato per Sky, e degli Street Art Tour virtuali tra i murales di alcuni nostri progetti.


Quali sono i momenti topici del programma del Festival?
Oltre agli incontri di cui abbiamo parlato finora – occasioni di dibattito piuttosto rare nel nostro ambiente – ci saranno anche momenti più leggeri. Ad esempio venerdì 31 maggio alle 18 presentiamo il nostro ultimo progetto di Urban Art a Roma, che punta a trasformare il Mercato Menofilo di Quarto Miglio in una galleria di opere en plein air di artisti come Beau Stanton, Jim Avignon, Lucamaleonte e Nicola Verlato, dedicate a tematiche storiche di quell’area della via Appia. Ci vedremo proprio là al mercato assieme alla musicista Stefania Placidi, che le storie più divertenti dell’Appia ce le canterà.


In un incontro affronterete anche temi politici attuali…
L’ultima tavola rotonda del MURo Festival al Macro è Oltre il MURo, e si terrà domenica 9 giugno alle 16. In quell’occasione noi artisti faremo domande a chi si occupa concretamente di una tematica di cui riteniamo urgentissimo parlare: la libertà di espatrio, quindi le migrazioni in mare e il ritorno all’autoritarismo a cui stiamo assistendo in tutto il mondo e che a noi non piace per niente. Questo è un incontro che ho voluto personalmente e che modero assieme al musicista Pierpaolo Capovilla, nella piena convinzione che chi fa arte ha un ruolo politico e sociale a cui non deve sfuggire. Infine ci sarà la mostra del festival che inaugura il 5 ottobre alla Rosso20Sette Arte Contemporanea, e che vedrà la presentazione del primo catalogo dedicato al lavoro del MURo di questi 10 anni.

– Desirée Maida

QUI sul sito di Artribune la versione originale dell'intervista.

Video integrale della tavola rotonda "In nome della Street Art" tenutasi sabato 11 maggio 2019 al MURo Festival al MACRO

17 aprile 2018

Gli eroi sempre giovani e belli

Quest’uomo che ho dipinto a Roma e che vedete in foto al mio fianco era un Eroe:

 
Particolare del murale a Roma in via Decio Mure nel quartiere Quadraro dedicato a Sisto Quaranta e alla deportazione nazifascista del Quadraro del 17 aprile 1944

 
Sisto Quaranta e Diavù nel 2013

Ventenne, all’alba del 17 aprile di 74 anni fa, fu svegliato dai soldati nazisti e strappato via dalla sua famiglia, deportato in un campo di concentramento prima a Fossoli e poi in Germania assieme ad altri 946 uomini e ragazzi del suo quartiere, il Quadraro a Roma.
Lui, che fu uno dei fortunati che riuscì a tornare, si chiamava Sisto Quaranta.

Sisto si è battuto con tenacia per far conoscere e ricordare la deportazione nazifascista del 17 aprile 1944 ed è scomparso 6 mesi fa.

Ho avuto il grande onore di conoscerlo, di ascoltare la sua storia e di raccontargli come avremmo conservato quelle preziose memorie assieme ad altre tramite i murales del progetto MURo (Museo Urban di Roma).
A lui piacevano. 
E oggi anche lui è tra loro.


 Altre immagini dell'opera

27 marzo 2018

Vestali e barbari

"Ego Te Victima, Capio".
Murale, via di Boccea (sotto al G.R.A.) Roma, marzo 2018

Se passate sotto il GRA a via di Boccea, a Roma, potreste incontrare questa mia opera. 

Sono le vestali che scappano dalla Città Eterna per il sacco dei barbari Galli del 390 a.C. portando in salvo i tre preziosi tesori di cui erano custodi: il fuoco sacro, la statua di Atena Palladio e la pianta di loto crinito (più info su www.GRAArt.it).
L'ho dipinta qua perché più di 2300 anni fa è proprio da queste parti che passarono le vestali, scappando verso Caere (oggi Cerveteri).

Ma il fuoco sacro qui dipinto è la Terra
della nostra epoca, ridotta in fiamme, la statua è ormai in pezzi e i barbari è fin troppo evidente dunque che siamo noi. 

Le modelle sono la mia compagna Serena e le nostre figlie Sofia e Linda, che si sono prestate per questa mia ennesima tortura, pur sapendo che le avrei imbruttite con sguardi cupi e di rimprovero. 


Passando da quelle parti farete caso al fatto che qualcuno ha scritto più volte sopra il murale in spray argento “Stik”, firmando a suo modo il muro e intestandosi in questa maniera la proprietà di quello spazio. Ecco, non avrebbe potuto esaltare meglio il senso della mia opera: è esattamente quell'istinto di appropriarci della bellezza comune che noi non saremmo mai capaci di creare, e di far propri i beni di tutti sfruttandoli a nostro comodo e piacere a discapito della comunità, che ci ha condotti a ridurre la nostra Terra in fiamme.

Grazie Stik, all'opera mancava proprio l'immagine e il concetto del barbaro. Ora è completa :)

10 aprile 2017

Intervista su Corriere.it (aprile 2017)

Roma è una, quella del centro monumentale come quella della grigia e maltrattata periferia. Quelli del centro e quelli della periferia sono romani allo stesso modo ed entrambi hanno diritto ad essere circondati di arte e di bellezza.
E se Roma ha sempre accolto cittadini da tutto il mondo è perché i romani nascono dove gli pare.
Prima di essere romanisti impariamo ad essere romani, ad andare fieri dei tesori di questa Città Eterna unica al mondo, e a mostrarli con spirito di ospitalità. 


Proprio con questo spirito nasce il progetto di Arte Pubblica GRAArt, che ho ideato e diretto per ANAS e che l'Associazione MURo ha curato, con la preziosa consulenza storica della scrittrice Ilaria Beltramme:




QUI su corriere.it l'intervista video originale.

27 giugno 2016

Intervista ANSA (giugno 2016)


La personalità, il carattere, la bellezza di una donna emblema della femminilità e simbolo del cinema e della cultura italiana sono impresse all'ingresso di un mercato rionale, nella quotidianità della vita di Roma. Sulla doppia scalinata del Nuovo Mercato Andrea Doria, l'artista David "Diavù" Vecchiato ha realizzato due ritratti di Anna Magnani in "Campo de' Fiori" di Mario Bonnard e in "Mamma Roma" di Pier Paolo Pasolini. 
 Si tratta di una nuova tappa del progetto Popstairs, ideato dallo street artist e da Roma&Roma per la riattivazione culturale dei contesti urbani attraverso interventi artistici sulle scalinate della Capitale.
    Una settimana circa di lavoro per due opere da ammirare "da un preciso punto di vista frontale e a una certa distanza", come dice l'artista, e in cui, al tempo stesso, si può entrare dentro la "tela" salendo o scendendo le scale e creando un nuovo scenario per chi ammira il dipinto dal basso.
    "Nannarella è una delle donne della cultura e dello spettacolo che desideravo omaggiare - ha detto Diavù all'ANSA - perché è tra le donne che, tramite l'esempio che hanno dato a tante altre ragazze della loro epoca, hanno contribuito a cambiare i costumi della società italiana".
    Le scalinate, oggetto architettonico spesso dimenticato e vandalizzato, diventano le tele prospettiche di opere dedicate ai cittadini che, nella routine quotidiana, hanno la possibilità di vivere l'arte e di ricordare personaggi che li hanno rappresentati. Il progetto ha infatti prediletto soggetti femminili "popolari", scelti per la loro stretta relazione con il territorio: le opere di Diavù si aggiungono ai dipinti realizzati l'estate scorsa che raffigurano Ingrid Bergman di "Europa '51" di Roberto Rossellini in via Fiamignano, nel quartiere di Primavalle, Michèle Mercier a Corso Francia, che ha intepretato "Il Giovedì" di Dino Risi proprio sulla stessa scalinata e Elena Sofia Ricci, nel film di Magni "In nome del popolo sovrano", sulla Scalea Ugo Bassi a Trastevere.
    "Come le divinità di un tempo davano senso e significato ai racconti illustrati in quei dipinti, oggi queste moderne 'divinità' fanno lo stesso nelle mie opere - ha detto Diavù - La Magnani con in braccio un gatto dipinta in strada per me è come un'antica madonna col bambino dipinta in una chiesa, ha la stessa forza poetica". "Ma al di là del simbolo - ha aggiunto - io ho anche ricordi personali della Magnani perché da bambino andavo in vacanza a San Felice Circeo, dove lei aveva una casa, e per anni ho sentito dai miei nonni e da mia madre gli aneddoti che la riguardavano".
    Per l'artista le opere vanno oltre la riqualificazione urbana e la fruizione libera dell'arte. Tornare a modelli del passato, mostrare un'icona dell'intraprendenza, del coraggio, dell'ambizione e della forza femminile ha un valore sociale che non è secondario: "Se gli uomini italiani di oggi non sono a proprio agio con donne libere e forti e mascherano spesso la loro inadeguatezza o paura con la violenza - ha spiegato lo street artist - è anche perché i modelli offerti dai media sono spesso donne-oggetto che devono piacere ai maschi, prive di qualsiasi consistenza".
(QUI sul sito dell'ANSA l'intervista originale)

29 giugno 2014

Chi ha paura dell'Arte Pubblica?

Torno a scrivere di Arte Pubblica e in particolare del progetto MURo, il Museo di Urban Art di Roma di cui mi occupo come curatore, e lo faccio ispirato da una persona che in questi ultimi giorni lo sta attaccando, coprendo le opere murarie con le sue scritte. 
Si tratta di un ragazzo di quasi trent'anni (si è firmato come writer, ci sono voluti perciò circa tre minuti per capire di chi si trattasse) che tre anni e mezzo fa fu autore assieme ad altri writer di un bel gesto ben diverso nei confronti del progetto (questo, e ne parlo qui).


Il murale di Camilla Falsini  prima di venire ricoperto e dopo.

Ma facciamo una premessa.
Malgrado le opere d'arte realizzate in strada siano estremamente fragili quelle del progetto MURo al Quadraro sono rispettate da quattro anni. 
E questo a me è sempre sembrato un miracolo.

Sono rispettate forse proprio perché è del quartiere dove sono nate che parlano, della sua storia e della sua identità, di una Roma del Novecento tutta da raccontare, che al Quadraro resiste ancora nei discorsi dei tanti anziani e nei modi, nei gesti e nelle frasi di molti uomini e donne. 
È una Roma che da quei muri parla di guerra, fame, miseria, soprusi, di espedienti e di ogni forma di resistenza, di Q44 come di neorealismo e Cinecittà. 
Una Roma anche difficile se vogliamo ma proprio perché autentica, che tiene alle proprie radici pur cambiando rapidamente la cima, che si arricchisce di nuovi abitanti provenienti da ogni parte del mondo, e che saprà imparare a conviverci inventando nuove storie. 

L'Urban Art - che speriamo diventi sempre più l'Arte Pubblica di domani - questo percorso (inevitabile) di cambiamento lo può rendere più bello, più civile e soprattutto più ricco. Questo ho pensato io quando ho iniziato questo viaggio e l'ho sottoposto al quartiere dove vivo ora, dove è nata e cresciuta mia madre e dove sono arrivati i miei nonni da giovani, cacciati da casa dalle bombe degli aerei angloamericani.

I murales del MURo (Museo di Urban Art di Roma), con la loro estetica contemporanea, fanno ormai parte di questo cambiamento. Sono le opere di una collezione d'arte i cui proprietari sono tutti i cittadini del quartiere, una collezione che cresce e che manifesta il desiderio di diventare uno strato artistico e culturale urbano che si unisce a quelli preesistenti per tramandare storie di questo territorio ed emozioni a residenti e visitatori. 

Già, perché il MURo è un modello che intende accogliere visitatori appassionati d'arte da ogni parte del mondo, proprio per raccontargli questi luoghi e queste persone attraverso l'arte visiva pubblica.

In questo senso il MURo è un vero e proprio museo coi suoi percorsi critici, ma è un'idea rivoluzionaria di museo pubblico, urbano e mutevole, proprio come la strada. 

Non vuole cambiare radicalmente il panorama urbano del quartiere dove opera, vuole bensì agire su alcune aree di questo per fornirgli ulteriori chiavi di lettura culturali. 
Per questa forma di rispetto che devo alla storia e alla memoria, come curatore peso sempre con molta attenzione la scelta dell'artista in base all'intervento specifico che andrà a fare. 
Gary Baseman, figlio di ebrei polacchi sfuggiti all'Olocausto, era per me la persona adatta a trasmettere attraverso la sua opera con empatia la deportazione nazista degli uomini del Quadraro del 17 aprile 1944. 
Ron English, artista noto per le sue battaglie di guerrilla art contro multinazionali prive di qualsivoglia etica, era la persona giusta per finire nel documentario di Sky ARTE "MURo a Roma" che racconta su scala nazionale e internazionale un grande artista combattivo all'opera in un quartiere altrettanto combattivo. 

E così via, in una relazione continua tra luogo, concept dell'opera da realizzare e artista selezionato.

Ho già parlato altrove del valore politico che per me ha il MURo, ma lo ripeterò anche qui. 

Per me ha lo stesso valore che ha il fare Arte Pubblica da artista, ovvero, oltre a restituire l'arte stessa ai legittimi fruitori che beneficiano gratuitamente di questa ricchezza (culturale ed emotiva, non economica), restituisce gli spazi ai cittadini che tornano ad esserne i legittimi proprietari. La dipingi e quando vai via la dimentichi perché non è più tua.
E' dunque naturale che ci sia anche chi vandalizza le opere in strada, come c'è chi vuole conservarle e restaurarle dal tempo e dagli attacchi vandalici. Fa parte del gioco, sono loro i legittimi proprietari, e dunque anche un'opera di Street Art spontanea può stimolare discussioni e mettere alla prova la tanto agognata democrazia.
Quando scrivo di spazi restituiti ai cittadini mi riferisco soprattutto ad aree spesso lasciate al degrado, all'incuria e all'imbruttimento dalle stesse amministrazioni - quindi facili preda di singoli prepotenti che le recintano e le fanno proprie o di speculatori che, approfittando dell'abbandono di un territorio e dello stato inagibile di alcuni immobili, investono pochissimo nell'acquistare, per ristrutturare con poco e poi rivendere, ottenendo molto.

Il MURo è un progetto che, per fronteggiare queste logiche, fin dall'inizio si è voluto fare ispiratore di una rinnovata consapevolezza dello spazio pubblico e condiviso, e molti cittadini lo hanno percepito come stimolo per lavorare assieme per il bene comune e per difendere i propri diritti. 
Il MURo si è voluto fare inoltre ispiratore per la costituzione di una rete attiva tra le varie attività commerciali della zona in cui opera e per questo ha creato un'associazione no-profit i cui soci - e tutti possono diventarlo - avranno sconti e benefici in tutte le attività supporter del progetto. 
In questo modo il MURo si augura di riuscire a portare nuovi clienti a quelle attività, vista la depressione commerciale di un'area come il Quadraro vecchio in cui per ogni negozio o locale aperto ce ne sono 10 chiusi.




I murales di Diavù, Zelda Bomba, Malo Farfan, Dilkabear e Paolo Petrangeli colpiti dal responsabile dell'atto vandalico

E per quanto riguarda gli introiti del MURo? 
Vi spiego. 
Delle entrate economiche prodotte dai tour in bicicletta e a piedi, dagli aperitivi e dagli incontri che di rado organizziamo il MURo recepisce una minima parte, quando la recepisce (dagli aperitivi e dagli incontri non recepisce nulla, per capirci). 
Ad esempio, sui 20€ del costo del tour in bici alla cui organizzazione lavorano ben 4 realtà differenti tra pulizia dei murales, affitto delle bici, assistenza tecnica e guida critica tra i murales, ne entrano al MURo 5€, che usiamo in genere per l'acquisto di materiali utili alla realizzazione dei murales. 
Ci vogliono dunque 20 partecipanti per comprare un solo secchio di tinta acrilica. 
Questo per fare chiarezza sul nostro codice etico, che ci fa accettare donazioni e volontari, ma non ci permette di sfruttare il lavoro di nessuno, né di chiedere soldi pubblici destinati ad altri servizi, né di accettare sponsor che vogliono decidere le tematiche dei murales piuttosto che imporre loro artisti, o compromessi simili.

Ma veniamo ai fatti degli ultimi giorni, quindi all'argomento del post.
Da una settimana circa si aggira questo uomo a cui accenno sopra che sta deturpando i murales e che in questa maniera amareggia degli abitanti e dei frequentatori abituali del quartiere, ma che, suo malgrado, sta anche moltiplicando il valore sociale e politico del progetto. E non di poco.

Dopo essere stato identificato, per qualche giorno ha dichiarato lui stesso sotto nickname su Facebook le sue azioni di vandalismo, postando attacchi e commentando le immagini dei murales deturpati apparsi su varie pagine e, dichiarandosi acerrimo nemico della gentrification, ha tentato di farsi paladino di una battaglia contro la "pignetizzazione" del Quadraro, che il MURo porterà al quartiere secondo ciò che lui ha scritto. 
Ho tentato di capirlo all'inizio, ma quello che ho percepito erano dichiarazioni a senso unico, confuse e contraddittorie, accompagnate dal negarsi quando ho proposto di incontrarci per parlare degli argomenti a cui si riferiva, e da gesti violenti come il proseguire nel danneggiamento delle opere d'arte del quartiere (e non solo, ci sono episodi per cui uso il termine "violenti", di cui non sta a me trattare in questa sede).


Il murale di Dilkabear e Paolo Petrangeli dopo il danneggiamento.

Passare davanti ai 6 murales deturpati, come cittadino, oggi mi provoca due pensieri e una domanda.
Il primo è che il senso di quelle opere d'arte è ancora più forte e potente ora, mentre reagiscono mostrando la bellezza che traspare ancora sotto quella violenza che non è riuscita a cancellare il loro valore artistico e culturale (e ne ha anzi evidenziato il valore sociale e politico). Perché una violenza subita non può migliorarci, ma la nostra reazione può farlo, per questo a volte dovremmo essere grati ai nostri aguzzini. 
Quindi è grazie a questa persona che anche il MURo, come le sue opere, reagirà migliorando.

Il secondo pensiero va proprio ai nazisti, che il Quadraro purtroppo ricorda bene, che mandavano al rogo l'arte "degenerata", perché li spaventava, come fanno poi tutti i regimi autoritari contro chi li costringe a guardare alle proprie contraddizioni e crudeltà. Restano foto, documenti, e testimonianze che quell'arte c'è stata e ha portato un cambiamento, malgrado quella loro censura definitiva e infame. Resta la Storia, e i cambiamenti spaventano chi teme di finire fuori dalla Storia, chi non sa accogliere, né rinnovarsi. 

La domanda è: chi deturpa i murales, così come chi giustifica questo atteggiamento vandalico e ne condivide il metodo, si è forse sentito escluso da un dialogo in atto da quattro anni tra arte e territorio e per questo sta reagendo così? 
In tal caso deve essere consapevole che si sta escludendo da sé, perché MURo è un progetto per sua natura inclusivo, basterebbe parlarci tra noi per lavorare assieme. 
In quanto curatore del progetto MURo saprei infatti come coinvolgere il responsabile dei danneggiamenti, ma lui e chi agisce come lui sono davvero disposti a mettere in gioco i propri preconcetti e metodologie?

Partirei ad esempio dalla scritta a spray che questa persona ha fatto al Giardino dei Ciliegi, coprendo i dipinti che erano stati realizzati da 5 artisti per i bambini su precise domande dei bambini stessi («mi fai un animale?» «mi fai un mostro?», ecc.). 
Ha scritto coprendo i dipinti "ciao Dario" firmando "Gruppo Quadraro" e si riferisce a una persona scomparsa. Mi sono informato e mi ha detto un ragazzo del quartiere che la scritta in memoria di Dario è un gesto positivo perché è un ricordo, ma io non sarei così convinto che le persone a lui più care siano fiere che venga ricordato così, coprendo col suo nome i dipinti realizzati per dei bambini che ora quando passano di là chiedono «perché lo hanno rovinato?». 
Fossi morto io la mia famiglia non lo sarebbe affatto, ad esempio. Per quanto sia un gesto generoso, l'avrebbe visto più come una strumentalizzazione ai fini personali (o di un gruppo) e forse lo avrebbe anche detto all'autore della scritta.
Non sarebbe il caso di tirare fuori il coraggio di un gesto più umano e gentile ed andare a proporre alle uniche persone legittimate a parlare di Dario, magari le sue persone più care che ora lo stanno piangendo, l'idea di un lavoro da dedicare all'uomo con cui hanno diviso la vita ora scomparso?
Magari un lavoro alla cui realizzazione possano partecipare anche i suoi cari e persone a lui vicine, oltre al nostro writer deturpa-murales e ai suoi amici, e che piaccia a tutto il quartiere e a chiunque lo verrà ad ammirare, non solo a chi lo farà.
Io la penso così perché è solo così che vorranno tutti sapere la storia di Dario. 
Ed è così che infatti lavoro di solito.

P.S.: il nostro deturpa-murales ha oggi dichiarato con un commento nel gruppo Facebook "Residenti Quadraro Vecchio" che non ha coperto lui con la scritta "Brigate Zozze" i murales di via dei Lentuli. Volendo crederci non cambia la sostanza poiché quando si fa una dichiarazione d'intenti come quella di voler danneggiare un progetto artistico nato dal basso e finora rispettato come il MURo e si comincia a farlo davvero e con perseveranza, cercando inoltre di mettere altri writer contro il progetto e contro la Street Art (come lui ha fatto nei giorni scorsi sul profilo Facebook dei writer Dans La Rue), ci si deve prendere la responsabilità delle prevedibili ed ovvie conseguenze. Come quella di un assalto di terzi ai murales del Quadraro.
Anche il MURo in fondo non ha direttamente prodotto, né richiesto, l'intervento artistico del 2013 di Alessandro Sardella, artista abitante del Quadraro, in via dei Corneli, ma lo ha subito apprezzato, ringraziato e riconosciuto come parte integrante del progetto poiché Sardella si è mosso ispirato da questo e coi medesimi intenti.

19 maggio 2014

Non guardare e non parlare.


Un paio di settimane fa una o più mani armate di martello, mazzetta, o qualcosa di simile, si sono accanite sui ritratti di Anna Magnani, Mario Monicelli e Sergio Citti che io ho realizzato sulla parete del Cinema Impero in via dell'Acqua Bullicante a Roma, per promuoverne a modo mio - e anche da parte del progetto MURo - la sua riapertura (QUI leggete le mie ragioni ed altre info).
Quei colpi sul muro lo hanno scavato, cercando di trasformare soprattutto Nannarella e Citti in quelle due scimmiette, la cieca e la muta, del "non vedo" e "non parlo".



La vulnerabilità è nella natura stessa della street art.
L'intervento sopra un murale, per deturparlo o per usarlo come background per una scritta, una tag, delle lettere in genere o un throw up qualsiasi, è quanto di più prevedibile possa accadere. 
Un artista questo lo sa, deve saperlo, ma è innegabile quando una sua opera gode del rispetto dei writers e di chi ci pensa due volte a scriverci su che ne sia contento e grato.

Ogni artista ha le sue ragioni che lo spingono a decidere di realizzare opere così vulnerabili in strada. Io quando realizzo interventi in città lo faccio soprattutto per riappropriarmi di un panorama urbano che voglio restituire a mio modo ai cittadini, condividendo con loro il mio mondo (per far pubblicità al mio lavoro da quando esiste il web uso mezzi meno invasivi).
Un'opera su un muro pubblico può parlarci dell'artista e del suo universo, spesso è in forte relazione con lo spirito del luogo, con la struttura, l'identità e la storia di quel luogo e, in questo dialogo, a volte riesce addirittura a tradurre in immagine l'anima del quartiere dove quel luogo si trova.
In quei casi grazie all’opera una parte di quest'anima appare sul muro come per magia.

Ma, così come quello del writer che sente il bisogno di marchiare anche quel territorio, anche il gesto del vandalo che sente l’esigenza di rovinare un murale è parte del racconto di quell’opera.
Guardando quei segni che violano, umiliano, deturpano, proviamo sensazioni come fastidio, tristezza, rabbia, oppure indifferenza. E quelle sensazioni sono là a ricordarci chi siamo e registrano un nuovo piccolo passo nella vita di quel quartiere che ospita l’opera.

Torpignattara , per esempio, di fronte al danno arrecato ai miei ritratti al Cinema Impero ha deciso di non restare indifferente. Il Comitato di quartiere mi ha contattato e mi ha chiesto se fossi stato disponibile a restaurare il murale. Sono persone che amano l’arte e hanno rispetto del lavoro degli artisti, per questo mi hanno chiesto di fargli un prezzo perché avrebbero raccolto i fondi necessari per pagarlo.


Ve lo confesso, in realtà a me piacerebbe lasciarla così l'opera.
La sofferenza della Magnani che sentivo io ora è molto più chiara a tutti con quei violenti colpi di cieca ignoranza inferti nei suoi occhi e sulle sue labbra, per cancellarli definitivamente. 
Lei e Sergio Citti ora mi sembrano le vittime violate di un inquietante film horror.
Io, da artista, lascerei solo il sangue colante che vedo cadere dai buchi ogni volta che passo di là, quello che forse cercava di far uscire anche chi li ha colpiti. 

Ma quei cinque ritratti prima di essere l’opera di un artista sono una dichiarazione d’intenti di un intero quartiere, simboleggiano il desiderio di chi ci vive di riappropriarsi di uno spazio che è nei bei ricordi di adulti ed anziani, quel Cinema Impero che potrebbe diventare un centro culturale, grazie al bel progetto partecipato di Cantiere Impero (leggi di più QUI).

Il Comitato di quartiere mi ha poi espresso la sua opinione sulle cause di quel gesto di vandalismo che – secondo loro – ha poco a che fare con la meschinità individuale, ma è una reazione organizzata e intimidatoria al lavoro che stanno facendo loro, profondamente politico, di recupero di quell’edificio Art Deco.
E provo ad esporvelo in breve.
Se in una struttura così grande, che giace defunta da più di 30 anni nel cuore di un quartiere popolare, tu cittadinanza non vuoi un mega-locale per l’intrattenimento (dove il mercato dello spaccio troverebbe una nuova miniera d’oro vicina al Pigneto) né un altro centro commerciale (dove spremere ancora un po’ i cittadini e mandare definitivamente in rovina le poche piccole attività rimaste in zona), ma bensì vuoi fare cultura e formazione gratuita, è probabile che ti metti contro interessi molto grandi.
Nel progetto Cantiere Impero si parla di un centro per proiezioni, mostre, laboratori, libri, prove per musica e teatro, incontri e tante di quelle attività culturali per ragazzi che creano una comunità sana, che formano adulti migliori e che rappresenterebbero in questo quartiere, come in tanti altri, l’unica grande alternativa all’oratorio cattolico e allo sport – e soprattutto al calcio - momenti della vita di un giovane degni senz’altro di rispetto, ma che non possono essere l’unica occasione di impiegare il proprio tempo libero per i figli di questo Paese, che sanno spesso a menadito vite di calciatori e veline ma che quasi mai conoscono il nome di un regista, di un artista o di uno scrittore. Né conoscono le storie dei loro quartieri, o delle loro stesse famiglie.

Per questi motivi quel danno ai ritratti del Cinema Impero non è un caso di ‘legittimo vandalismo urbano’. E per questi motivi io ho deciso di restaurare quei ritratti che hanno molte ragioni di piangere sangue.


Qualcuno su facebook ha espresso dubbi sul costo del mio intervento di recupero, stimato assieme al Comitato in 1000 euro. Mi è stato chiesto di spiegare perché così tanti soldi, premettendo che se si tratta solo di spese vive di materiali (come io ho già scritto in un post), è già troppo.
A questo punto voglio rassicurare queste ed altre persone che nessuno sta pagando il mio lavoro (che sarebbe molto più caro di questa cifra, in base alle valutazioni delle mie opere), bensì che il Comitato di Torpignattara sta chiedendo – a chi generosamente vorrà contribuire all’opera di restauro - una parte dei costi che io personalmente ho già affrontato e che devo continuare ad affrontare, solo perché credo fortemente in questo progetto Cantiere Impero e non perché mi avanzino soldi, anzi, devo ancora pagare il mio fornitore proprio perché non li avevo…ma senza follia l’arte non c’è d’altronde.
La tecnica che ho usato è lo stencil a più livelli (circa 10 a ritratto, uno per ogni colore). Avrei dovuto tagliarli tutti a mano, ma avrebbe richiesto giorni e giorni e - dal momento che quando mi hanno chiesto le opere e ci siamo accordati su quei 5 ritratti questi erano da realizzare anche con una certa fretta perché il Comitato aveva attirato l’interesse dalla Rai che sarebbe venuta a breve a realizzare una diretta sulla riapertura del Cinema Impero - ho dovuto ricorrere ad un service che fa tagli laser. Per ogni livello utilizzato c’è una lastra di PET tagliata a laser, che funge da maschera e i costi dei soli stencil per l'Impero che ho affrontato per lavorarci sono dunque questi: 275€ Pasolini + 380€ Monicelli + 310€ Magnani + 145€ Franco Citti + 238€ Sergio Citti = 1357€. Ai quali immaginate di aggiungere un centinaio di euro di tinte spray. In più, se aggiungiamo il materiale che servirà per proteggerli in futuro - e le resine sono costose - superiamo i 1500€.
Quindi, di questa operazione, io artista mi sto sobbarcando oltre al lavoro gratis parte dei costi, e non voglio sentire grazie ma bensì sono io a ringraziare di cuore tutti coloro che stanno mettendoci come me del proprio, compreso Giorgio che mi assiste nel realizzarli, i due Claudi che hanno organizzato la raccolta fondi e tutti voi che state donando per far iniziare il ripristino delle opere il prima possibile.
Infine voglio ringraziare proprio i cari vandali, perché senza il loro danno non si sarebbe organizzata la raccolta fondi e io non avrei proprio saputo come pagare in tempi brevi parte di quel materiale che già ho usato per la realizzazione dei ritratti.

Aggiungo per chiudere – e per rassicurare proprio voi che state investendo i vostri soldi sul recupero di questi dipinti - che la prossima volta i vandali dovranno prendere a martellate, oltre a occhi, bocca e naso, anche le orecchie di quei grandi della cultura italiana, se vogliono che non ascoltino le brutte intenzioni nascoste dietro ai loro gesti.
Ma dovranno scavare una grotta profonda su quei volti per impedirmi di ridipingerli, perché la tecnica a stencil che ho usato mi permette di tornare infinite volte a restaurare velocemente tutto ciò che rovineranno.

Ci vediamo al Cinema Impero. Presto.

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