25 novembre 2013

Urban Art Revolution a Roma

I giornali ogni tanto non mentono, ed è vero che il progetto di museo all'aperto MURo (Museo di Urban Art di Roma) nato nel quartiere Quadraro un paio di anni fa e di cui sono curatore, sta procedendo alla grande. 
Gli ultimi due interventi, realizzati lo scorso mese entrambi in via dei Pisoni, sono il murale della superstar dell'Urban Art (e del Pop Surrealism) statunitense Ron English e quello del bravissimo Beau Stanton, scelto non a caso da English come suo assistente.
Potete leggere del murale di Ron, e del documentario per Sky ARTE che ne racconta la storia QUA nel sito di MURo, alla rassegna stampa.

Murale di Ron English a via dei Pisoni a Roma, per il progetto MURo curato da me nel quartiere Quadraro

Ma dei murales di Ron e Beau in particolare parleremo più avanti, ora vi voglio raccontare cos’è il museo all'aperto MURo.

Anzi, vediamo prima cosa NON è.

MURo NON è un progetto illegale che punta a lasciare tracce provvisorie e stratificate di Street Art tramite interventi veloci e clandestini, come quelli che di solito gli artisti eseguono in strada, per capirci come quelli arcinoti che ha realizzato Banksy in questi giorni a New York e che vedete nell'Instagram dedicato.

Ma MURo NON è neanche un progetto istituzionale nato a tavolino in qualche assessorato del Comune di Roma. Non è figlio di una circolare sfornata da una Commissione Cultura del Comune di Roma o di qualche Municipio, o magari da una Commissione Politiche Sociali. 

E NON è neanche un'idea filantropica di qualche investitore privato. 
Magari averceli investitori privati e amministratori pubblici tanto illuminati.

MURo è un sogno ad occhi aperti, e come questi un po' ingenuo se mai, sognato da un artista.

Il murale "Art Pollinates Quadraro", realizzato da me nel gennaio/febbraio 2011, in via dei Lentuli all'ingresso del quartiere

L'ho sognato quando mi sono trasferito al Quadraro vecchio, nel 2004, quartiere popolare dove vivevano i miei nonni materni e a cui sono legati molti dei ricordi d'infanzia che amo di più.
Un piccolo storico quartiere a due passi dalla fermata metro Porta Furba e nascosto all'ombra dell'acquedotto romano, depositario di tante storie emozionanti che domandano di venire alla luce.

I miei ricordi personali di bambino sono particolarmente legati a Via dei Ciceri, e ancora oggi quando entro in quella strada mi sembra di risentire la frase magica «Nonna te compra 'na bella cosa», perché là c'era la tabaccheria di Gigetto dove trascinavo a forza di strattonate la Sora Bruna, mia nonna, a comprarmi le caramelle mou quando uscivamo assieme per fare la spesa all'alimentari di Costantino. Più avanti c'era il dottor Boglino, che quando mi visitava la diagnosi era sempre «a Sora Bru', il pupo sta benissimo», per paffuto com'ero, rimpinzato a carbonare e amatriciane. E gnocchi il giovedì.
I miei nonni vivevano al primo piano del primo dei cinque palazzoni di via degli Angeli. Ricordo come lo sentissi ora il fischio sulle scale di mio nonno, quando arrivava a casa all'ora di pranzo e donne e bambini di casa dovevano fare a gara a chi gli apriva la porta per primo. Evidente che er Sor Giovanni riteneva chiavi e campanello strumenti che un patriarca non avrebbe dovuto mai maneggiare. Dalle finestre di quella casa vedevo i ragazzini del quartiere giocare a pallone ogni giorno, ma io non andavo. Sempre stato insofferente nei confronti del pallone.
Trascorrevo piuttosto lunghi e silenziosi pomeriggi a disegnare sul tavolo della veranda, immerso nei profumi che provenivano dalle pentole di mia nonna, a guardare lei fare i suoi solitari a carte, o ad ascoltare i suoi discorsi con le amiche, per le quali amministrava la cosiddetta "società" (mettevano dei soldi in comune coi quali costituivano un fondo cassa per eventuali prestiti a quelle di loro che ne avessero avuto bisogno, e poi li recuperavano con gli interessi che si andavano a dividere, le balenghe!).

Poi tutto terminò, come un sogno appunto, all'inizio degli anni 80, quando lei lasciò l'appartamento a sua nipote, che non so neanche se ci abiti ancora.
Mio nonno era già morto da un paio d'anni, e con lui se ne era andata da me la speranza, anzi la fiducia, nell'immortalità dei migliori.

Nove anni fa, quando la malsana fantasia poco fantastica di accendere un mutuo mi ha posseduto e scaraventato a terra come fa il diavolo a Linda Blair, ho scelto di nuovo questo posto dei miei ricordi, e ho cercato una casa proprio al Quadraro. 
Lo so, è un epilogo lacrimoso in stile figliol prodigo o "torna a casa Lassie", ma è andata proprio così.

Certo, il quartiere è cambiato, non c'è più Gigetto, non c'è il bar Carfagna, non c'è più neanche un'osteria e tra queste vie non si incontra più Claretta il travestito, anzi colui che veniva definito "il primo travestito d'Italia", ché forse l'aveva frequentato pure Garibaldi.
C'è però ancora la scuola Pietro Mancini dove ho trascorso il mio primo anno di asilo e l'ho trascorso da raccomandato perché mi portava là Margherita, la bidella gobbetta amica di mia nonna che viveva nel seminterrato sotto di noi. 
E ora in quella scuola ha frequentato le elementari mia figlia Sofia.
C'è ancora Gino poi, il barbiere dei divi di Cinecittà, seconda occupazione: cantante. A cui ho fatto un ritratto di cui potete scorgere qua il work-in-progress. 

Un mio ritratto del barbiere-cantante Gino Scarano, stencil su carta

C'è Mariuccio, il nano più alto del mondo, e ci sono Sisto, Wanda, Ada, Marisa e gli altri testimoni della deportazione nazista di 947 cittadini che il Quadraro ha subito il 17 aprile del 1944 e che conserva come una cicatrice che sta scomparendo, purtroppo senza lasciare memoria nei libri di Storia (e sarebbe ora di mettercela!).
C'è insomma gente che è bello ascoltare appena apre bocca, perché qui incontri una forte identità popolare che tiene duro e sa di essere già scomparsa dagli altri quartieri di Roma.

Ecco, in questo contesto io ho immaginato MURo, museo a cielo aperto dell'Urban Art.

Ammetto di essere un tipo particolarmente lento ad acquisire suggestioni ed informazioni da ciò che mi circonda. Sono spesso concentrato nelle mie idee, nei miei pensieri, nel mio mondo. Sono di quelli che va a sbattere ai pali leggendo, tanto per capirci, e non vi dico quante volte ho inciampato nei nasoni, le fontanelle romane, immerso in chissà quali progetti. 
Ma poi, se la mia schiva attenzione viene rapita da qualcosa, quella diventa protagonista assoluta delle mie maniacali elucubrazioni e inizio a guardarla con curiosità quasi infantile. Così ho guardato queste strade e le troppe immagini di degrado, prima estetico e poi umano, che stonavano i miei ricordi del Quadraro e mortificavano la bellezza di questa identità popolare. 
Non diciamo stronzate, vedere già alle 9 di mattina persone che si ubriacano sdraiate sul marciapiede e che molestano i passanti non è proprio il massimo dell'integrazione né della civiltà, essù. Per intervenire bisogna prima partire dall'assunto che quelle persone stanno male, che hanno problemi che non riescono ad affrontare da sole e comprendere che nessuno le sta aiutando. Non puoi dichiarargli guerra, è disumano, ma non devi nemmeno ignorarle con la scusa della tolleranza, sfoderata spesso dai sedicenti politicamente corretti per giustificare la totale inadeguatezza delle istituzioni italiane di fronte ai disagi (e disastri) sociali.
Io ho pensato, se non proprio a una soluzione immediata che da singolo cittadino non sarei nemmeno in grado di fornire, a un lungimirante miglioramento delle condizioni che potevo offrire attraverso il mio lavoro. A un "risanamento estetico" del quartiere da attuare usando come mezzo l'Arte Contemporanea.
Costretto allo slalom tra escrementi di cani non raccolti e tra decine e decine di bottiglie di birra lasciate sui marciapiedi, sulle soglie dei negozi, nelle cassette della posta e della pubblicità, sopra le auto parcheggiate, le troppe auto lasciate anch'esse spesso sui marciapiedi, ho immaginato come cambiare qualcosa tramite un forte e deciso intervento d'artista. 

Ho immaginato di dipingere le pareti cieche di questo quartiere, di chiamare altri amici, noti artisti di tutto il mondo, a lavorare con me per renderlo un luogo che racconti se stesso anche attraverso l'arte visiva, magari in futuro una meta culturale e - perché no - turistica, un'oasi di arte e cultura contemporanee.
Questo perché la cultura le salva le persone, e se si può usufruire di cultura senza dover spendere un euro si salvano pure gratis.

Ho immaginato insomma il museo a cielo aperto MURo per donare ai cittadini la bellezza delle opere assieme alle riflessioni e al pensiero degli artisti, di cui potranno usufruire senza la necessità di andare in gallere d'arte e musei. Che magari poi, dopo aver conosciuto da vicino l'arte e gli artisti, gli viene pure la voglia di andarci. 

L'ho immaginato per abituare i più giovani a una visione della città e dei propri spazi pubblici propositiva, alternativa ed opposta a quella offerta dal degrado estetico e ambientale, che diviene poi degrado sociale, quindi noncuranza per i beni che sono di tutti - come una strada, un giardino pubblico o un muro - e si trasforma spesso in disprezzo e vandalismo per ciò che si considera di nessuno.

Ho immaginato MURo perché so che quando un bene, come un'opera d'arte in questo caso, è condiviso da più cittadini e questi imparano ad apprezzarlo e a difenderlo, si abituano anche a vedersi come una comunità coesa, e non più come un insieme di singoli, magari pure diffidenti ed ostili tra loro. 
 
E una comunità coesa che ha una propria idea del mondo che vorrebbe diventa un problema per chi gestisce il potere in modo iniquo, tenendoci tutti divisi e quindi impotenti ad intervenire attraverso critiche e azioni nella vita pubblica.

Il primo murale l'ho dipinto io a via dei Lentuli, tra fine 2010 e inizio 2011. H
o chiesto l'autorizzazione al Municipio grazie all'associazione di zona Punto di Svista e a Salvatore Salmeri, cittadino che ho conosciuto al  negozio di casalinghi della Signora Eva, mentre i materiali li ho acquistati facendo la colletta tra il ristorante del giordano Hassan, l'alimentari rumeno, lo storico caffè torrefazione Carra e la società di facchinaggio di Sergione, che in breve è diventato il mister Wolf risolvi-tutto del progetto MURo.

Primo murale di MURo, che ho realizzato a via dei Lentuli e al quale ha collaborato l'artista USA Joe Ledbetter, dicembre 2010/gennaio 2011

Il mese successivo ho lavorato ad un altro murale, visto che il primo è piaciuto ai cittadini (e visto che molti secchi di colore erano avanzati). E questo, dal titolo Art Pollinates Quadraro (l'Arte feconda il Quadraro) dichiarava le intenzioni del mio progetto.
A quel punto i writer di zona hanno inviato un messaggio di rispetto, che a me piace leggere come un riconoscimento del progetto MURo e una condivisione dei suoi obiettivi politici, posando una grande tavola di compensato completamente fitta di tag e scritte. Come a dire "noi potremmo ricoprire tutto, ma non lo facciamo". Questo mi ha incoraggiato a continuare.

Intervento di writer su una tavola di legno poggiata sul murale Art Pollinates Quadraro, 2011

Anche al Municipio nel frattempo si sono accorti che i murales non venivano danneggiati e loro avrebbero potuto quindi risparmiare i fondi del Decoro Urbano destinati alla pulizia dei muri. E sono diventati più disponibili nei confronti del progetto.

Dal 2011 a oggi altri 11 muri sono stati realizzati da altrettanti amici artisti. 
Nel frattempo abbiamo creato il blog dove scaricare la mappa dei murales, la pagina facebook e il gruppo facebook. E, tra i tanti servizi e articoli dedicati, Rai Educational Arte ha da poco realizzato un servizio ai murales di MURo che potete vedere qui.

Poi, lo scorso mese, il murale di Ron English e le riprese del documentario per Sky ARTE, completamente dedicato a Ron, e che io ho concepito come vero e proprio format, con lo staff di Mondopop, con Matteo Maffucci e con gli altri ragazzi della produzione video Level 33
Un format d'artista. 
Un programma/documentario che racconta quello che succede a noi artisti quando andiamo in una città a dipingere, come viviamo, come ci rapportiamo coi cittadini e come si diventa spesso amici. Un artista spesso ascolta, guarda, conosce e poi traspone in immagini le sensazioni ricevute. 
Lo immagino così questo programma perché non amo granché la tv e la sua apparentemente indispensabile falsità. Per questo ho pensato alla cosa più autentica che si possa mandare in onda parlando di Street Art.

Ron ad esempio ha vissuto giorni nel quartiere, ha conosciuto i sopravvissuti alla deportazione nazista del 1944, si è tagliato i capelli da Gino, ha fatto colazione da Hassan e da Barbara e Paolo, ha mangiato e bevuto al Grandma da Mariella, Marco, Lorenzo e Yari, ha assaggiato il vino casereccio e la pasta fatta in casa che gli hanno portato Mariella e Fabrizio, la porchetta del norcino Giuseppe, e così via. 
E tutti gli hanno raccontato qualcosa, delle loro vite e della storia del Quadraro.


Ron English guarda il murale "Art Pollinates Quadraro, ottobre 2013

E tutto questo potrete vederlo in quello che ho immaginato come puntata pilota di una serie di documentari. In onda su Sky ARTE il prossimo martedì 3 dicembre alle ore 22, resterà on demand per mesi, così potrete trovarlo là quando lo desiderate e, se non avete Sky, potrete andarlo a vedere a casa di amici e conoscenti.
Spero vi piacerà.

Grazie mille e buona visione.

27 ottobre 2013

Urban Art Oppression a Bologna

Mentre sono con lo staff di Mondopop e la produzione video Level 33 al lavoro sul documentario sulla visita dell'artista statunitense Ron English al quartiere Quadraro a Roma, dove ha dipinto un murale per il mio progetto di urban art MURo (il documentario va in onda il 3 dicembre su Sky ARTE, ch 110, 130 e 400 di Sky), leggo la notizia della denuncia all'artista Alice Pasquini presentata dal reparto sicurezza e antidegrado della polizia municipale di Bologna.

Alice è una persona dolce e complessa, è una romantica, che ha intrapreso la propria carriera artistica sui muri ispirata anche dalla storia d'amore con un altro artista, e per un periodo viaggiavano dipingendo assieme, ma - rapporti personali a parte - Alice è soprattutto una lavoratrice instancabile che non si può liquidare con un superficiale "imbrattamuri". 
Direi piuttosto che è una specie di Amélie Poulain che ha necessità di donare bellezza a spazi degradati e di rendere felici le persone facendogli incontrare dietro agli angoli dei muri urbani i suoi ritratti dai colori luminosi di bambini che giocano, di ragazzi, ragazze o madri che sorridono. Ritrae lo spirito popolare, preferibilmente quello femminile, nei suoi momenti di maggiore grazia, coglie attimi di relazione in quei fragili sguardi di gente comune e li interpreta velocemente sui muri. È una forza della natura ed è quasi stucchevole l'amore con il quale fa arte...ma dico, come si fa a denunciare una così? 
Anche Amélie ne ha combinata qualcuna da denuncia, ma a nessuno sarebbe venuto in mente di chiederle mille euro o di sbatterla un anno dentro.

La prima considerazione che mi viene in mente leggendo la notizia è che, mentre le amministrazioni delle più civili ed evolute città europee e del mondo commissionano agli artisti la realizzazione di murales su intere facciate di palazzi, con l'importantissimo intento di sottolineare le differenze tra arte e vandalismo, e mentre a Roma stiamo lavorando duramente in molti, artisti, curatori e promotori culturali, per convincere i pubblici amministratori a stare al passo con queste città stimolando così una sana crescita dell'urban art, purtroppo ti svegli una mattina e devi constatare con rinnovata amarezza quanto le autorità italiane siano da sempre programmate per perseguitare chi fa i danni minori. 
Un'amarezza, questa di noi artisti e intellettuali alla malora, che ogni giorno in Italia trova ottime ragioni per rinnovarsi, beata lei. 
Ok, vi risparmio il retorico elenco dei tanti che dovrebbero pagare per il perseverare dei propri gravi misfatti, e che erano in fila verso il carcere ben prima di uno qualsiasi di quei brutti, sporchi e cattivi artisti e writer che imbrattano muri e che ora stanno pure saltando la fila, 'sti maleducati. E ve lo risparmio quell'elenco giusto per non piombare in un dibattito da bar. Ma voi fate come se l'avessi snocciolato.
Per ora, non divaghiamo oltre, stiamo soltanto chiedendoci se sono danni anche i dipinti di Alice e di tutti gli altri artisti, quando non autorizzati dalle amministrazioni o dai proprietari dei muri su cui intervengono. E me lo chiedo da cittadino prima che da artista.

Parliamo schietti. I dipinti non autorizzati sui muri urbani (o le installazioni, o le sculture, o eccetera) sono motivati principalmente da due ragioni: politica o promozionale. O almeno io, volendo generalizzare in questa sede, la vedo così. 

I primi mandano un messaggio, o compiono un gesto artistico, che molti definiscono "provocatorio". In realtà quei gesti sono una reazione dell'artista contro la comoda interpretazione che molti organi di potere danno al concetto di legalità, concetto volentieri manomesso dalle nostre amministrazioni, passate e presenti, per favorire palazzinari, imprenditori e politici, corruttori e corrotti, sfavorendo così i cittadini, considerati troppo spesso carne da voto senza licenza di esprimere opinioni, quindi privati del diritto di indignarsi e di esternare qualsiasi dissenso. 

L'artista che realizza un'opera di street art - o che interviene con un "graffito" - è in quei casi uno di quei cittadini che ne ha piene le palle, non si placa facendo chiacchiere da bar perché ha il fuoco dell'arte dentro, perciò quella licenza di esprimere opinioni se la prende da sé, facendosi portavoce. 
Il gesto politico libero che c'è dietro al writing e a un'opera di street art realizzata illegalmente può essere dunque di critica alle speculazioni edilizie, all'economia malata, alla corruzione, agli effetti deleteri del consumismo, allo stato delle cose in genere. Al concetto stesso di democrazia partecipativa che poi tale non è. E in quel gesto c'è una riappropriazione concettuale da parte dell'artista degli spazi comuni e c'è l'affermazione del proprio ruolo pubblico, civile e sociale, che chiede gli venga riconosciuto in quanto artista, in quanto intellettuale.
Un artista con coscienza politica dovrebbe infatti scegliere anche il muro su cui intervenire, magari sceglierlo in base ai contenuti dell'opera, come fanno molti artisti che per questo dipingono prevalentemente su edifici in stato di abbandono, di degrado urbano, sotto sgombero, e via dicendo.
Anche semplicemente realizzare una propria opera per donare a un muro degradato per un breve periodo un nuovo aspetto, vicino al proprio ideale di bellezza, è un gesto politico, che avvicina etica ed estetica.
(In un breve testo CHE POTETE LEGGERE QUI parlo di un piccolo intervento urbano che io ho realizzato mosso da intenti simili, oltre che dalla voglia di dedicare un omaggio a un amico, un ragazzo di una settantina di anni).

L'altra ragione che porta molti artisti a dipingere in strada è più banalmente promuovere il proprio lavoro, mostrarlo come in una galleria d'arte a cielo aperto. Alcuni lo fanno con dei progetti magnifici, altri esteticamente e/o concettualmente interessanti, altri sono più prevedibili, altri ancora fanno delle vere ciofeche che inzaccherano muri e non hanno granché senso estetico. 
Ma questi ultimi spesso sono giovanissimi che liberano la necessità di lasciare traccia della loro esistenza là fuori, nella città. Ma parlare del tipo di segno ci inserisce in un dibattito critico o nella sfera dei gusti personali. E per ora sorvoliamo, i gusti son gusti.
Concentriamoci invece sul fatto che anche in quei gesti promozionali si sta esprimendo un dissenso, come a dire: «se alcuni sono autorizzati a guadagnare sfruttando lo spazio pubblico per bombardarci, per annichilirci, con le immagini delle loro invasive pubblicità anche in strada, dove non possiamo né impedirglielo né difenderci, allora usiamo anche noi quegli spazi allo stesso modo, e bombardiamo tutti con le nostre immagini, con la prova che esistiamo pure noi». Cosa vuoi rispondergli? Chi blatera di democrazia dovrebbe ammettere che il principio in fondo non è poi così sbagliato. 
Se quell'area di strada privatizzata non è un esercizio commerciale né un'abitazione, quindi non è poi così necessario privatizzarla, è allora solo un cartellone pubblicitario. E un solo cartellone, e sono oltretutto enormi, non deturpa la città quanto una cinquantina di stickers, dipinti a stencil o altrettante tag?
Ma a volte, e sarebbe disonesto non riconoscerlo, in molti ragazzi e in alcuni artisti quel dissenso non esiste, o è solo una scusa per dare lustro ai propri dipinti illegali, e ciò a cui aspirano i primi è lasciare un segno della propria esistenza, mentre i secondi dipingono in strada per farsi notare e trovare al più presto un gallerista che venda al prezzo più alto che può le loro genialate su-tela-su-carta-o-su-frigorifero-di-basquiattiana-memoria, o almeno reperire qualche cliente su Etsy, Ebay, o uno straccio qualsiasi di sito di e-commerce. 
La strada è in questi casi uno strumento di marketing a basso costo, anche se ad alto rischio. Ma il rischio lo corrono volentieri, a volte soggetti al fascino dell'illegalità, altre per ignoranza riguardo multe e pene a cui vanno incontro.
Personalmente quelli che usano la strada per fare concorrenza a locandine e cartelloni pubblicitari li guardo un po' più distrattamente degli altri perché non mi seduce chi combatte il nemico con le stesse armi, così come guardo distrattamente i cartelloni pubblicitari stessi, quindi non ho molto altro da aggiungere in proposito. 
Certo non li giudico, l'ho usata anch'io così in passato, poi ho capito che sarebbe stato più saggio prendersene cura.

Poi ci sono i writer. 
Quelli che fanno le scritte e le tag, per capirci. No, non intendo "Digos boia" o "Buongiorno Principessa", quelli li inserirei volentieri alla voce "da sculacciare". Ho grande rispetto per lo slogan "muri puliti popoli muti", ma visto che da qualche tempo esiste internet potremmo elaborare in chiave contemporanea il concetto di "muro" e sporcare meno le case degli altri, ché l'imbianchino costa, la crisi incombe e le città le tratta da latrine già chi le amministra.
Sto parlando invece delle tag, si, proprio quelle firme che vi ritrovate anche sul corrimano delle scale e che non riuscite a leggere. Ecco, malgrado gli autori li muova spesso lo stesso tipo di ripicca, pardòn di dissenso, nei confronti del bombardamento pubblicitario e degli abusi perpetrati dal potere, oltre alla necessità di emergere dall'anonimato passivo e di fare gruppo, per mia modesta opinione loro usano un linguaggio che nel frattempo si è evoluto, non è più fermo a vent'anni fa, e infatti quando ci parlo mi ricordano quei tizi che ti dicono che dopo i Beatles la musica è morta. Ragazzi sveglia, è arrivato il momento che qualcuno vi dica che in realtà sono i Beatles a esser morti e anche quel linguaggio che avete scelto voi per dipingere i muri - importantissimo nell'epoca in cui è nato e si è sviluppato -  ormai ha una certa età e non è che si senta granché bene. 
Etichettatemi pure 'vecchio' o 'sporco borghese', tanto gli anni 70 non passano mai di moda, come la vecchiaia d'altronde, però io - che eppure amo l'estetica del caos - detesto camminare tra mura, portoni, vetrine, e ogni superficie urbana, pubblica o privata che sia, completamente insudiciata da tag invasive, brutte spesso esteticamente e stilisticamente. Troppo spesso mi sembrano espressione di un egocentrismo nevrotico e incontinente che rafforza ciò che vorrebbe combattere, che esprime lo stesso metodo di prevaricazione. 
Uno sfregio che - al giorno d'oggi - più che al writing associo alle auto parcheggiate sui marciapiedi e agli escrementi di cani che invadono quei marciapiedi come mine antiuomo, e che, antopologicamente parlando, continua a raccontare in qualche modo questi nostri tempi, certo, ma mentre li racconta sta inutilmente danneggiando qualcuno che con questa guerra a chi tagga di più non c'entra nulla. 
Ok, sono tempi in cui se non danneggi inutilmente qualcuno non esisti. Allora almeno su questo argomento riconosciamoglielo ai neo-writer che sono ancora contemporanei. 
I peggiori passano poi dallo sbombolettare con la crew a timbrare il cartellino in banca appendendo le bombolette al chiodo, mentre i migliori, come ho visto fare a molti di quelli storici, sono finiti per fortuna nel luminoso tunnel della calligrafia, che è un'arte meravigliosa che personalmente m'incanta. O a fare gli artisti, dipingendo con cognizione, dando così un nuovo senso alle proprie firme. Abbiate fiducia quindi, tutti hanno una speranza.

Ma per tornare alla nostra domanda iniziale, se ve la ricordate ancora, la risposta è dunque si, queste opere sono danni. 
Ma spesso danni creati per reagire ad altri danni, ben più evidenti e resi invisibili alle leggi vigenti da un potere facilmente corruttibile. Però, diosanto, è altrettanto dannoso - e molto più folle - pensare di punire gli artisti e i writer che hanno commesso quei danni col carcere. 

Il tribunale di Milano, che ha sentenziato l'associazione per delinquere ai writer Harvey e Zed, dopo averla sventolata come spauracchio ha sospeso fortunatamente la folle condanna al carcere e ha costretto i due a 400 ore a testa di assistenza a disabili e anziani. Un bell'esempio di civiltà, signora giudice, io però gli avrei più che altro fatto semplicemente risarcire i singoli proprietari di muri e portoni colpiti dal loro incontenibile talento, e il danno economico l'avrei valutato sul costo di ripristino degli stessi, in proporzione alle dimensioni delle loro tag. Così poi avrebbero potuto firmare, ovvero taggare, anche i lavori di ristrutturazione. Facciamolo, dai, ma dal momento che la legge è uguale per tutti, quanti altri gruppi organizzati producono danni di ben maggiore gravità sociale ed entità economica e potrebbero essere accusati di essersi associati per delinquere, ma non lo sono? Per nominarne solo uno facendo torto agli altri, Finmeccanica produce armamenti che vengono venduti a Paesi coinvolti in guerre che producono stermini. Signora giudice, mandiamoli tutti a lavorare a Emergency allora, eddaje!
Ma avevo promesso che non facevo l'elenco, perciò mi fermo qui, malgrado mi tornano su come piatti indigesti i tumori di Taranto (l'Ilva), quelli in Campania (Terra dei fuochi), e molti altri casi in cui le vittime sono morte e muoiono nell'indifferenza delle istituzioni. 

Ma chissenefrega, l'importante è che le vigenti leggi riusciamo ad applicarle contro i writer.

Viste finora alcune tra le più frequenti dinamiche che spingono un artista a dipingere in strada, adesso per chiudere vi spiattello la mia personalissima opinione, che guida anche le mie azioni artistiche. 
Io credo non dovremmo cedere facilmente all'illegalità. Dal momento che spesso è semplice ottenere l'autorizzazione dal proprietario del muro su cui è nostra intenzione intervenire, perde senso esercitare su di lui una prepotente prevaricazione. Se proprio un artista non ne vuole sapere di chiedere autorizzazioni, perché sente che il proprio gesto perderebbe di spontaneità, valore e significato, dovrebbe almeno saper riconoscere il muro che può giovare della sua opera da quello che ne verrebbe danneggiato, magari a scapito di uno o più cittadini che non è detto godano di una situazione economica migliore della sua. 
Anzi, spesso i piccoli proprietari son messi peggio di noi artisti, che quando siamo anche piccoli proprietari ci scatta l'autodifesa ipocrita e teniamo ben segreta questa informazione (e per non parlare di quei writer che dopo aver devastato il quartiere popolare della propria città poi tornano a casa da mamma e papà nel quartiere bene...beh, cosa c'entrano quelli con le bande di adolescenti condannati al margine della società o con Super Kool 223, Phase2, Vulcan, Dondi, Fab Five Freddy & co, qualcuno sa dirmelo?). 
Non è difficile comunque oggi ottenere autorizzazioni, dal momento che questo Paese - e aggiungo purtroppo - non ha leggi che obbligano a tenere in uno stato di decoro estetico accettabile i propri palazzi, perciò le città - non solo in periferia - sono disseminate di edifici fatiscenti le cui pareti vengono concesse volentieri, previa presentazione di bozze. 
Insomma, gli stiamo risolvendo il problema coi nostri capolavori, altro che degrado.
Si, ovvio, un murale autorizzato perde il suo fascino trasgressivo, ma un artista dovrebbe essere consapevole che il proprio intervento potrebbe diventare un significativo gesto politico mosso da una causa più forte della banale trasgressione, potrebbe rappresentare un rifiuto di quel degrado e dell'illegalità già dalle modalità con cui viene realizzato. E un esempio, un insegnamento. Un modo per cambiare il mondo, esatto, mi togliete le parole di bocca. 
E se non ce l'ha un artista un'idea di come vorrebbe cambiare il mondo...

Se da una parte gli artisti possono andare incontro a proprietari e autorità, dall'altra parte però, gli amministratori pubblici che si occupano di decoro urbano dovrebbero - anzi devono - disporre di competenze di base, sia di architettura che di arte contemporanea, per saper riconoscere la gravità del danno prima di sfoderare denunce, pistole e manganelli. O almeno di buonsenso.

L'avrete capito, oltre all'inconsapevolezza non amo granché l'illegalità. Non la amo come sistema, figuratevi come atteggiamento. Sono troppo vecchio e troppo anarchico evidentemente, non esercita fascino su di me come non lo esercita d'altra parte la legalità, che considero soltanto un utile strumento per regolare la convivenza civile tra incivili che, se rispettato da tutti, può addirittura produrre un benefico senso di appartenenza a una comunità (anche se ammetto che pure l'illegalità, se condivisa da tutti, crea appartenenza, ma in quella di comunità i rapporti di forza sono in genere un po' più cruenti). 
Io non sopporto l'illegalità professata dai potenti come strumento di 'libertà', figuratevi sfoderata dagli artisti o dai ragazzini come strumento di lotta. Già troppo spesso sono illegali le istituzioni e lo sono i comportamenti della polizia, quindi non dovremmo abbassarci a tanto. 
E poi, ragioniamo un attimo, se un sistema di potere ti lascia soltanto spazi di illegalità per intervenire sul territorio con la tua arte, tu artista più che crederti libero e anarchico e andare fiero di usarli dovresti farti qualche domanda seria. Non è che qualcuno lassù sta facendo di te un ingenuo capro espiatorio spingendoti a delinquere e tu stai cascando in quella trappola con tutti i pennelli e le bombolette? Non è che anche i tuoi gesti illegali contribuiscono all'incremento del controllo poliziesco e incoraggiano quelle vomitevoli campagne elettorali-farse contro il degrado e a favore di più sicurezza? Non è che chi rappresenta le legge ha recintato per te le aree in cui puoi delinquere danneggiando i cittadini tuoi pari, e ha ritagliato per te un'eterno ruolo di ricattabile e perseguibile precario? 
Piuttosto che farci detestare, noi artisti non dovremmo andare incontro agli altri cittadini di questo Paese aiutandoli a comprendere meglio anche le nostre ragioni?
Io sto provando a fare questo con un'azione, che ritengo artistica quanto politica, a Roma, nel quartiere Quadraro. 
Si tratta di MURo, Museo Urban di Roma, ma ve la racconterò in un prossimo post.

Per chiudere invece sull'esposto contro Alice, dal quale mi è partito 'sto fiume di chiacchiere, personalmente ritengo che lei abbia messo in conto che prima o poi le sarebbe arrivata una denuncia, soprattutto stavolta, dopo aver dipinto le sue opere su spazi privati, porte e portoni, e averne poi parlato in un'intervista.
Ma se un artista come lei è per la legge una "imbrattamuri", dunque causa di degrado, allora anche il sindaco, la giunta e la polizia municipale stessa di Bologna dovrebbero essere denunciati dai cittadini perché è soprattutto a causa dei loro mancati o sbagliati interventi che la città è piombata in un degrado che non è certo rappresentato da sei personaggi di Alice, dipinti su superfici già deturpate da tag. 
E questa denuncia è il tipico esempio di un altro intervento sbagliato, perché se quell'amministrazione ha previsto un milione di euro per ripulire i muri della città e dimostra poi di non conoscere la differenza tra una scritta a bomboletta, causa di degrado, e l'intervento di un artista, risposta al degrado, è ovvio che non spenderanno bene quel capitale. 
Quel nostro capitale.


Alice Pasquini all'opera in via Antinori per il progetto MURo curato da me a Roma, nel quartiere Quadraro

25 ottobre 2013

E noi a Gino lo pittamo

Ecco, lui è Gino, il barbiere cantante del Quadraro. 

Gino. Stencil su muro, Roma 2013

Gino ha iniziato la professione a fine anni 40, quando aveva sette anni, fingendo di rasare la barba a Totò che era cliente del padre, barbiere suo maestro, e se lo vieni a trovare a via dei Quintili 63/a ti mostra i suoi album fitti fitti di foto con Alberto Sordi, Monica Vitti, Giuliano Gemma, Nino Manfredi, Franco Franchi, la Carrà e mucchi di divi di Cinecittà e starlette della tv anni 70. 
E ti racconta delle mangiate con loro. 
Le sue storie ti riportano al Quadraro degli anni 50 e 60, quando via dei Quintili si chiamava via Centrale, era piena di vita e frequentata da Pasolini, la Magnani, da attori e registi di Cinecittà che qua venivano all'osteria, a trattare coi tanti artigiani che lavoravano per il cinema o a raccogliere comparse tra gli abitanti.
Ogni mattina Gino apre il locale e, se non ha tra le mani capelli e barbe, si accomoda alla tastiera a cantare le sue arie romanesche, canti d'amore e di coltello, canzoni napoletane, melodie oltralpe da chansonnier e via così, il repertorio arriva fino a Sinatra. 
Nel quartiere dove vivo aleggia tutti i giorni la sua musica. Altro che Spotify. 

Di recente mi è venuta voglia di fargli una sorpresa e, conoscendo il suo egocentrismo d'artista, ho dipinto questo ritratto sornione. 
L'ho attaccato di sera, a locale chiuso, perché la mattina dopo lo accogliesse al suo arrivo. 

Io che attacco lo stencil di Gino assieme a Ron English, Beau Stanton e mia figlia Sofia

Beh, quando Gino la mattina l'ha visto non me ne ha chiesto subito un altro?


P.S.: Questo sopra è un intervento artistico urbano non autorizzato. Considerando le condizioni disastrose - con tanto di intonaco pericolante come si vede in foto - in cui i proprietari tengono questo palazzo dove Gino ha il locale, palazzo di 5 piani costruito negli anni 60 abusivamente, in un'area che era destinata a ospitare solo case al massimo di 2 piani, ho ritenuto che Gino non meritasse quel degrado e che, per dare un po' di equilibrio all'incuria, il muro del barbiere cantante del Quadraro fosse degno di un omaggio e di un piccolo tocco di bellezza.

Democrazie occidentali

Queste nostre occidentali sono democrazie in stato avanzato.
Di decomposizione.

21 settembre 2013

Libertà di omofobia e due scarpe a strisce rosa


19 settembre 2013: in Italia passa alla Camera dei Deputati l'estensione alla legge Mancino che punisce l'omofobia come reato di opinione. 


Un evento civile da festeggiare, se non fosse che, questa modifica che per diventare legge deve passare anche al vaglio del Senato, afferma che insultare persone omosessuali (o usare l'omosessualità come insulto) è reato soltanto se l'omofobo è un semplice cittadino. 
Se a commettere questo crimine d'odio è un'associazione, politica, religiosa, culturale, di istruzione e via dicendo, allora non è più reato. 
In tal caso la medesima offesa il voto del Parlamento italiano la considera "libertà d'espressione". 

Questo emendamento ridicolo e dal sapore clientelare e mafioso è stato inserito ovviamente per tutelare quei gruppi organizzati che già si sa che commetteranno spesso quel reato. D'altronde il PD è certo che quella legge altrimenti non sarebbe passata con questo Parlamento, perciò se la fa piacere così.
Peccato che la norma aggiunta sia anticostituzionale e contraria alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo dell'ONU, in quanto è contro il fondamentale concetto-base "la legge è uguale per tutti". 
Possibile che non ci abbiano pensato i nostri legislatori? 

Il nostro Parlamento dovrebbe impegnarsi a proteggere anche le gang di bulli proporrei a questo punto, visto che le loro future offese omofobe saranno ispirate a quelle delle associazioni organizzate. 
Ma non lo farà, perché il cittadino di serie B - quello che, seppur devoto antigay, non ha santi in paradiso - lo si può giustamente punire, mentre quello di serie A - interno alle istituzioni, o devoto corrisposto - va tutelato, a costo di varare leggi illegali. 
Nessuna novità da segnalare dunque, se non che tutto questo mi ricorda una storia personale che mi ha visto vittima di omofobia in un'altra vita, cioè alle scuole medie.

Tutto cominciò al mercato di via Sannio, zona San Giovanni a Roma, quando convinsi mia madre a comprarmi quelle scarpe grigie con le strisce laterali rosa che mi piacevano tanto.
Andavamo spesso a prendere le scarpe là, era una delle nostre rassicuranti abitudini, e quel giorno, girando tra quei banchi di folcloristici strilloni, non potevo certo immaginare che dalla mattina successiva - ovvero dal momento in cui salii sullo scuolabus - quel colore-tabù ai miei piedi, interpretato come un segnale di guerra, avrebbe scatenato l'ignoranza primitiva di un gruppo di adolescenti di Castel Gandolfo e Castelli Romani annessi, mettendo fine alla mia tranquillità di undicenne quasi-invisibile.
Il primo a prendermi in giro fu quel ragazzino con la faccia tutta sbagliata a cui piaceva la stessa ragazzina che piaceva a me. «A' frocio con le scarpe rosa! Io lo sapevo io che eri finocchio!»
Lui lo sapeva io no, tu guarda. 
Comunque, mentre lui colpiva duro su quello che credeva un punto debole (più che mio della ragazzina contesa: «ti pare che mo' quella si fidanza con un frocio? Ho vinto!» pensava di certo nella sua deforme testina di) io rimanevo immobile e in silenzio. 

Il maestro jedi che mi parlava dallo specchietto retrovisore dello scuolabus era David Carradine, nei panni di Kwai Chang Caine, il chino-americano non-violento del telefilm Kung Fu, guru di resistenza alle persecuzioni seriali che subiva ad ogni episodio ma che finiva poi col pestare tutti fino a fargli sputare l'anima inzaccherata di sangue coi suoi metodi spezzaossa shaolin.
Pensai: «Caine, parli bene tu che sei cintura bitume, ma io non posso vivermi tranquillamente questo conflitto come faresti tu. Ha un'intera tribù di bulli attorno quell'imperdonabile errore ambulante coi connotati disordinati e due fondi di bottiglia unti al posto di uno sguardo qualsiasi»(non pretendo intelligente, sarebbe bastato uno sguardo capace di un'unica espressione per farlo somigliare a un essere umano). «Un branco di fedayn a lui fedelissimi che fanno la terza media, come lui, ma più della metà sono ripetenti. C'è quello che si chiama Mario e che dimostra 34 anni - eppure ha ancora tutti i brufoli calcificati su quella faccia vermiglia - che ha due braccia da Hulk. Questi sono cinquantenni ostaggi delle scuole medie. Stupidi, incattiviti e col colesterolo già oltre. Devo dimostrarmi superiore. Io SONO superiore.
Però sono solo. Solo solissimo. Come tutti i superiori d'altronde».

Gli attacchi nel frattempo proseguirono anche da altri mini-machi, e ovviamente, perché ormai ero stato segnato col sangue dell'agnello sacrificale dagli anziani del villaggio, tutti potevano sentire da lontano l'odore di preda designata dalla comunità degli alfa…ma io continuavo imperterrito a tacere ai loro insulti e a indossare le mie scarpe con le strisce rosa. 
A un certo punto mi sembrava che averle ai piedi mi dava una specie di superpotere. L'eroe "Undicenne-quasi-invisibile" si era trasformato nel mutante "Undicenne-alla-ribalta-con-strisce-rosa". 
Cominciavo a capire che erano davvero un segnale di guerra quelle scarpe, e che erano andate a minare la tranquillità di quella piccola comunità.
Stavo debuttando in società in una parte piuttosto difficile dunque, ma almeno ero diverso da tutta quella melma informe, e consapevole di esserlo.
«’A frocio, ma come la mastichi ‘sta gomma, sembra che c’hai er cefalo ‘mbocca!».
«Aoo’, che te metti i pantaloni stretti pe’ facce vede’ er culo?».
E ancora via così, e molto peggio, nella caccia all'insulto più efficace.

Quando però qualsiasi mio gesto era diventato un motivo per attaccarmi sull'argomento e qualsiasi stronzo-ics poteva azzardarsi a buttarmi là un'umiliante battuta contro, sapendosi coperto dai più, io vacillai. 
Se neanche un titolo del Daily Planet o un supernemico pentito dà ragione a te in una battaglia in cui sei solo contro il mondo, diventa proprio difficile delegare le tue poche certezze di super-undicenne all'auto-convinzione e basta. 
E anche quel David Carradine là, facile parlare bla bla bla, ma se non cominci a menar le mani quando arrivano le prime spinte e i primi insulti declamati in pubblico, che amico sei? 
O quando il primo insospettabile bulletto sul tragitto dalla scuola alla fermata del bus si apre la patta mostrandoti il contenuto come fosse chissà quale sua esclusiva.
Dover subire vessazioni omofobe per settimane non è proprio quel che si dice una passeggiata di salute, figuriamoci per un ragazzino di quell'età, ed è un attimo che ti senti troppo estraneo al mondo e troppo tutti contro per resisterci ancora a lungo in quel mondo. 
In altre parole, ti è cresciuta la morte nel cuore e sei annientato. 
Cenere.

Ma per fortuna quello non era certo il mio unico mondo. 
Non era solo la scuola, in cui ormai in poche crudeli mosse l'intero ambiente mi aveva appioppato il marchio del disonore, o almeno questo sentivo io. 
Non era solo la famiglia, che, dopo la morte di mio nonno e la separazione dei miei, era esplosa in mille pezzi, tutte schegge piccolissime e taglienti. 
E non era solo quell'infinita e noiosa attesa di diventare grandi e liberi il mio mondo. 
Erano i fumetti, che divoravo e poi copiavo per ore, sognando di diventare fumettista. 
Era la "band" che condividevo col vicino di casa, ore e ore ad ascoltare dischi e poi, io alla chitarra e lui ai bidoni del verderame sul palco (ovvero il suo terrazzo) a tenere svegli tutti i vicini con le nostre nenie da gallinacci sotto tortura.
Era la mia cagna Ghira, che adoravo e che ancora mi manca, e con la quale trascorrevo interi pomeriggi a caccia di lucertole nel grande giardino.
Ed erano i pomeriggi in giro in automobile per Roma con mia madre, che vendeva abbigliamento casa per casa e mi dava l'occasione di stare sempre in mezzo a donne e ragazze che mi offrivano merende e poi si provavano abiti su abiti ascoltando, più per gioco che per curiosità, anche il mio parere. 
Un etero-paradiso che mi godevo, nel ruolo di unico maschio, alla faccia di quei burini della scuola media che, ad aver culo, potevano vedere al massimo sottane lise di mamme flaccide e sovrappeso dal buco della serratura.

Insomma, avevo un mio mondo pieno di interessi e la consapevolezza che era molto più ricco di quello di quei mini-machi mi incoraggiava a disprezzarli, anche esteticamente (così come - c'avrete fatto caso - sto facendo anche ora, e lo farò finché non sarà dichiarato reato d'opinione)
A loro era concessa un'agonia pomeridiana di partite di calcetto, chiusi all'oratorio dopo la scuola, dove dire parolacce e fumare, entrambi di nascosto dal prete, era sinonimo di "diventare uomini".
Li disprezzavo con tutto me stesso che quasi mi facevano pena.

Mi feci coraggio, ammisi di essere ormai crollato da tempo, e riportai le esperienze del mio mondo scolastico - ovvero le vessazioni che stavo subendo da settimane - nel mio mondo ricco e sfaccettato - ovvero a mia madre. 
Che fu grandiosa.

«Tu rispondigli a quegli stronzi "si, sono gay embè? Io mi diverto due volte voi una sola!". E ora vengo io a parlare col preside!».

Partimmo in spedizione punitiva. 
Anzi, visto che andavamo esportando la democrazia del mondo ricco e sfaccettato in quello incivile scolastico, partimmo in “missione di pace” ma carichi di bombe, e prima di entrare nell'edificio incontrammo il ripetente con la faccia spettinata dal tifone fermo sulle scale davanti la scuola.
Io lo indicai a mia madre con gesto eloquente e lei gli si parò in faccia: «tu stai cercando guai, vero? Lascia stare subito mio figlio sennò ti rovino e oggi all’uscita mi fai vedere chi è tua madre che gliene dico quattro pure a lei. Anzi, gliene dirà quattro pure il preside perché ci sto andando adesso!».

Vidi la sua faccia decomporsi, era tutto una smorfia di panico, i lineamenti pendevano in discesa, anzi in picchiata, quella faccia divenne liquida, un brodo gelatinoso, e se possibile ancora più brutta della versione-macho occhialuto e digrignante che riservava a me. 
Pregò di non dire nulla ai genitori, e non riuscì a dire altro. 
Ma ormai era troppo troppo troppo tardi. 

Avremmo potuto compatirlo, immaginando un padre e una madre in grado di educarlo solo alla discriminazione e alla violenza, ma ormai i missili democratici di mia madre erano partiti e lui doveva imparare a prendersi le responsabilità delle proprie azioni. 
Questo significa "diventare uomini", caro pisciasotto, mica fumare e dire le parolacce di nascosto là dal prete. Non ti ha mai citato la parola "civiltà" la mamma, eh? Poco male, ci pensa la mia a tatuartela a vita nel cervello, se lo trova.

Gli altri del gruppo si facevano muro, palo, dito a vicenda per non farsi troppo notare e intanto dal cortile mi guardavano con odio, ma io sulla ribalta in cima a quelle scale sapevo che il trucco, quando sei ormai esposto e a conflitto aperto, è non abbassare mai lo sguardo e mostrare una superiorità sovrumana. 
Li indicai a mia madre e solo il gesto del mio dito undicenne li trasformò in vapore. 
Zùt! Spariti.
Avevo le scarpe con le strisce rosa ai piedi, quindi potevo.
Se loro erano le carogne che si mettevano in tanti contro uno più piccolo io ora ero la supercarogna che trascinava sul campo di battaglia la sua esplosiva madre e il minaccioso preside della scuola. La mia atomica contro le loro micciette. La giustizia era dalla mia. 
Ma ce l'avevo portata io.
Passandogli davanti sussurrai al ripetente dalla faccia rimescolata, ormai paonazza e unta di sudore: «Si, so' frocio e allora? Io godo due volte e tu una sola!», pur non avendo granché chiaro questo concetto suggerito da mia madre all'epoca sentivo che poteva rivelargli inaspettati segreti sull'esistenza dell'uomo sulla Terra. 

Il resto della battaglia potete immaginarlo benissimo da voi.

Ci ripenso ora e mi chiedo: perché in quelle settimane di inferno non pensai al suicidio, messo all'angolo com'ero? 
Sono molti i ragazzini vittime di quell'odio provocato da insufficienza di cultura e civiltà che scelgono la morte come soluzione. Troppe cronache recenti lo raccontano e solo una sensibilità tarata su livelli primitivi può continuare a sopportare un simile orrore senza correre subito ai ripari.
Ma io non pensai ad uccidermi, vuoi perché nessuno in famiglia mi ha mai venduto o ha mai permesso che mi vendessero l'aldilà come un posto migliore di questo, vuoi perché avevo tanti interessi che amavo, tra giochi, fumetti, dischi, libri e passeggiate con mia mamma dalle sue clienti, che non avrei mai lasciato per colpa di un'associazione a delinquere di piccoli ignoranti. 
E vuoi perché all'epoca, a undici anni, non avevo la benché minima idea di chi o cosa mi avrebbe attratto sessualmente da maschio adulto, se più i maschi, le femmine o i generi trasversali, quindi non capivo in base a quale strambo dis-ordine di valori quei ragazzini considerassero un gay un individuo inferiore. 
O perché dicessero "femminuccia" a qualcuno per offenderlo, dal momento che, nel mio caso come in tanti altri, era piuttosto chiaro che fossi biologicamente un maschio. 
Il nome comune di un genere sessuale può essere un offesa? 
Ah si? 
E in quale malaugurata civiltà totalmente inconsapevole di se stessa, di grazia? 
In Italia dite? 

E allora perché non farla scomparire questa prevaricazione del maschio sulla femmina, del maschio su ogni altra cosa viva, che noi italiani sentiamo tanto - come altri popoli sottosviluppati d’altronde - e che ci fa credere di dominare ogni diversità? 
Allora si che dare della femminuccia a un ragazzino non avrebbe più alcun senso. 
E dirgli gay non sarebbe un insulto.

C'è un'età in cui i desideri sessuali non hanno mire chiare e precise, li senti crescere all'improvviso e basta, durante un contatto fisico con una cugina o un gioco con un amichetto. 
E chi si permette di colpevolizzare questa magia è un misero imbecille, o peggio se ha anche figliato. Crescete davvero, cari "adulti", prima di azzardarvi ad educare dei figli.
Il ruolo dei genitori, quello dei professori, dei presidi, degli educatori in genere, è dare un muro di certezze affettive ai giovani. 
Questo ha fatto mia madre, e io le devo la vita due volte.
Chi ha un figlio maschio ha il dovere di comportarsi esattamente come farebbe con una femmina, insegnargli l’uguaglianza di diritti e di doveri e il rispetto reciproco fra tutti i sessi, che non sono affatto due, ma infiniti.

E chi amministra questa Italia, ancora una volta, non ha perso l'occasione di farci fare a tutti una spiacevole figura.



Queste scarpe grigie e rosa appese  sono di mia figlia, le mie non esistono più. Sullo sfondo il cielo.