29 ottobre 2020

狄阿乌 ovvero "Diavù" nero come il corvo e il murale a Chongqing (Cina) a prova di Covid-19

Chongqing è l'agglomerato urbano più grande del mondo, con circa 40 milioni di abitanti. 
Quando sono stato invitato a dipingere un murale e a tenere una mostra e un workshop là dal Consolato d'Italia e dall'Accademia di Belle Arti del Sichuan a Chongqing, in occasione della "XX Settimana della Lingua Italiana nel Mondo", non vi dico la curiosità che mi è presa di visitare questa immensa città.
Ma poi, il virus che sta cambiando le nostre vite non me l'ha permesso, e siccome credo che la distanza fisica non possa impedirci del tutto di avvicinarci umanamente tra esseri umani, allora mi è venuta un'idea per aggirarlo. Ho proposto a chi è stato così generoso da volere là me il mio lavoro, che avrei potuto realizzare il mio murale a distanza, con l'aiuto degli stessi ragazzi dell'Accademia di Belle Arti che mi avrebbero assistito nella realizzazione dell'opera se fossi stato fisicamente là. 
Si lo so, la "Street art a distanza" sembra un ossimoro, ma io ero certo che, di fronte al linguaggio potente dell'arte, ostacoli come la lingua o la distanza fisica siano superabili con un salto. Un saltello di 8mila km che non vedevo l'ora di fare.
 

Tra una serie di videolezioni girate e montate ad hoc, una chat superattiva su WeChat e gli incontri online con le classi degli studenti dell'Accademia coinvolti abbiamo così preparato il terreno per questo nuovo progetto, il mio primo murale a distanza. Finiti i giorni di workshop, ci siamo così messi all'opera sui due dipinti da realizzare in contemporanea, io a Roma con l'opera-esempio e loro a Chongqing sulla grande parete.




Il tema dell'opera da realizzare l'avrei voluto legare ai possibili rapporti della lingua e della cultura italiana con quelle cinesi, perciò ho iniziato una ricerca in quella direzione. 

Ho selezionato dei testi di vari scrittori che cercavano di descrivere la Cina e i cinesi agli occidentali, da Plinio il Vecchio al fantasioso Marco Polo, passando per Matteo Ricci e Giovanni di Pian di Carpine, o dai più moderni Carlo Cassola, Gianni Rodari, Alberto Arbasino, Curzio Malaparte. Un testo di Michelangelo Antonioni mi ha molto colpito, come se la voce del visionario regista volesse suggerirmi di lasciar stare la mia strana ricerca di elementi condivisi tra lingua italiana e cinese: «Per capire la Cina sarebbe forse necessario viverci molto a lungo, ma un illustre sinologo, nel corso di un dibattito, ha fatto notare come chi trascorre un mese in Cina si senta in grado di scrivere un libro, dopo qualche mese soltanto poche pagine e dopo qualche anno preferisca non scrivere». Ma non mi sono lasciato abbattere e la soluzione mi è venuta incontro attraverso una frase di Giorgio Manganelli che, di fronte a un albero in Cina, fece questa riflessione: «il mio occhio, tanto o poco, è stato cambiato, è stato bruscamente educato a scorgere la calligrafia di un oggetto, a eluderne il colore. [...] Basta una settimana di alberi di Cina, una settimana di quella pervasiva scrittura nera verde rossa gialla, ed un sospetto di scrittura si stenderà sugli alberi che troverete sulla strada consueta e povera della vostra vita europea, un presentimento di ideogramma, di simbolo...».  

Leggere la realtà attraverso i simboli dunque, non attraverso le parole che la descrivono. Che è poi ciò che faccio abitualmente, nel mio lavoro e nella vita. Trovare un simbolo comune tra 'loro' e 'noi' è diventato a quel punto lo scopo della mia analisi. Sono partito dall'ideogramma dell'albero () e dalla sua evoluzione dall'età del bronzo a oggi, e l'ho disegnato più e più volte per 'comprenderlo': 

 

 

Ho trovato che era pressocché identico al primo simbolo dell'archetipo della vita (l'archetipo "e", o "he"), che è un omino ben ancorato a terra che tende le braccia verso l'alto. La posizione per cui il mio mio maestro di Taiji afferma che l'uomo è più simile all'albero che agli altri animali, che tendono ad essere paralleli al suolo.

Cos'è un archetipo? È il simbolo di un’azione o di un'idea che già gli uomini primitivi tendevano a rappresentare graficamente. Quello della vita è l’archetipo che da’ origine alla lettera "E" del nostro alfabeto ed è un simbolo di crescita e di fede, molto simile all'antico simbolo dell'albero cinese.

Continuando a studiare questi segni mi è apparso alla mente che anche nella struttura dell’Uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci, che è il simbolo dell’uomo e delle sue proporzioni in Occidente, troviamo lo stesso segno, la stessa idea primigenia:

 

 

Alla ricerca di un'altra figura-simbolo di uomo occidentale noto in tutto il mondo da proporre per il murale, ho pensato al David di Michelangelo, e ho pensato di affiancarlo concettualmente all’ideogramma cinese dell’albero. Ma c’è uno scrittore italiano che ha già realizzato questa operazione di affiancare uomo e albero in un’unica figura: Collodi con Pinocchio.

Pinocchio è il bambino nuovo, il bimbo che nasce da un pezzo di legno, che prende la sua esistenza da quella che era la vita del tronco - cioè dell’albero - che diviene da vita vegetale a umana.

Per questo il David è diventato nella mia opera David / Pinocchio, una figura di legno, e non di marmo, con un ramo per naso e delle radici ai piedi.

A quel punto c'erano abbastanza elementi per iniziare a realizzare il murale, lavorando distanziati fisicamente ma molto vicini artisticamente:

 

 

 





 

Ed ecco qui il risultato. Il mio David / Pinocchio è oggi il murale che accoglie studenti e visitatori all'Accademia di Belle Arti del Sichuan a Chongqing.

A supporto di questo workshop sono stati proiettati nei maxischermi  del Campus dell'Accademia anche i 10 documentari della serie "GRAArt - Tutta la Street art porta a Roma" (che potete vedere anche voi QUI).

Queste in basso, infine, sono alcune immagini della mostra che mi hanno dedicato all'interno della galleria dell'Accademia di Belle Arti:

 




A Chongqing mi hanno ribattezzato 狄阿乌 che si legge "Dí ā Wū" e si può tradurre "nero come il corvo". Una curiosa coincidenza vuole che in Cina, la parola “graffito” (tuya), che si riferisce poi alla Street art in genere, venga dai versi del poeta Lu Tong (790-835) della dinastia Tang: «rovesciò all’improvviso l’inchiostro sulla scrivania, scarabocchiando i classici come corvi», e che sia composta dal carattere tu (da tumo, "scarabocchiare") e da ya (da laoya, ossia "corvo").

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Ringrazio di cuore il Consolato d'Italia a Chongqing, l'Accademia di Belle Arti del Sichuan a Chongqin, Francesca De Giuli, Zhang Ying/Giulia, il prof. Zeng Yue, Sqm/Michele, Harley, Mark, Chen Shutian, Zhao Yun e tutti gli studenti che hanno partecipato al progetto.

28 ottobre 2020

El mundo era tan reciente


«El mundo era tan reciente, que muchas cosas carecían de nombre, y para mencionarlas había que señalarlas con el dedo». 

Questo ritratto di Gabriel Garcia Márquez è l'opera che ho realizzato su un muro del quartiere di Torpignattara a Roma nel dicembre 2019 come mia partecipazione al murale degli artisti colombiani di Lienzo Urbano, realtà di Barranquilla gemellata con l'associazione MURo (Museo di Urban Art di Roma).

“Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”.  Su una parete della strada principale di un quartiere socialmente molto complesso, ricco di differenze di ogni tipo che convivono in un territorio sovrappopolato (e spesso maltrattato dalle istituzioni e diffamato dalla stampa), questo titolo aveva un preciso significato politico per me. Significava che non tutto si può incasellare in un'etichetta come "bianco", "nero", "gay, "lesbica", "ladro", "povero", e via così. Che "non tutti i diversi sono uguali", come diceva Tamburini. E che tutti siamo diversi eppure anche uguali, come dico io. Che si dovrebbe dunque evitare di etichettare ogni persona con quelle paroline che subito diventano gabbie, limiti invalicabili in cui far soffocare lei e le sue molteplici sfaccettature. Che, insomma, basta semplicemente indicarla con un dito.

 


In questi giorni quest'opera è diventata suo malgrado oggetto di un curioso test di 'democrazia applicata' sui social. È stata cancellata con la vernice bianca qualche giorno fa - nel pomeriggio di giovedì 20 ottobre 2020 - da un artista che sembra abbia deciso di realizzare su quel muro una propria opera. Questo atto di prevaricazione - o di "libera creatività" come scrive un assistente dell'artista - di cui è stata oggetto ha scatenato varie reazioni tra le persone che vivono nel quartiere e tra gli utenti dei social: 



Al di là del fatto che scomparire è il destino assolutamente naturale di questo genere di opere realizzate nello spazio urbano, se avete tempo e siete curiosi (e avete un account Facebook) potete trovare qua qualche link sulle reazioni dei cittadini, e dunque sulle dinamiche delle nostre città, per farvi due risate oppure per rifletterci:

sul mio profilo personale Facebook - su Diavù in Facebook - su Diavù in Instagram.


Non saprei dirvi se secondo me questo simpatico test di "democrazia applicata" sia in qualche maniera riuscito. Non sono abbastanza ottimista per dare un'opinione imparziale, dal momento che ritengo che ormai ogni momento della nostra esistenza tendiamo noi stessi a gettarlo nel tritatutto della simulazione della realtà che lo trasforma in merce venduta da chi realizza enormi guadagni su questi nostri disagi mentali. Ma comunque prendo atto che una reazione basata sul dialogo civile e sull'ironia c'è senz'altro stata, con tanto di risposte da parte dei 'vandali' di Gabo.

Forse davvero per ritrovare il gusto di un dialogo privo di selvagge tifoserie bisognerebbe ripartire da una partecipazione attiva nei confronti dell'arte nello spazio pubblico e condiviso, dal momento che l'arte è capace di smuovere in noi le corde più profonde (benché anch'essa sia vittima della funzionalità a cui l'abbiamo relegata, ma questa è un'altra storia...).