29 ottobre 2020

狄阿乌 ovvero "Diavù" nero come il corvo e il murale a Chongqing (Cina) a prova di Covid-19

Chongqing è l'agglomerato urbano più grande del mondo, con circa 40 milioni di abitanti. 
Quando sono stato invitato a dipingere un murale e a tenere una mostra e un workshop là dal Consolato d'Italia e dall'Accademia di Belle Arti del Sichuan a Chongqing, in occasione della "XX Settimana della Lingua Italiana nel Mondo", non vi dico la curiosità che mi è presa di visitare questa immensa città.
Ma poi, il virus che sta cambiando le nostre vite non me l'ha permesso, e siccome credo che la distanza fisica non possa impedirci del tutto di avvicinarci umanamente tra esseri umani, allora mi è venuta un'idea per aggirarlo. Ho proposto a chi è stato così generoso da volere là me il mio lavoro, che avrei potuto realizzare il mio murale a distanza, con l'aiuto degli stessi ragazzi dell'Accademia di Belle Arti che mi avrebbero assistito nella realizzazione dell'opera se fossi stato fisicamente là. 
Si lo so, la "Street art a distanza" sembra un ossimoro, ma io ero certo che, di fronte al linguaggio potente dell'arte, ostacoli come la lingua o la distanza fisica siano superabili con un salto. Un saltello di 8mila km che non vedevo l'ora di fare.
 

Tra una serie di videolezioni girate e montate ad hoc, una chat superattiva su WeChat e gli incontri online con le classi degli studenti dell'Accademia coinvolti abbiamo così preparato il terreno per questo nuovo progetto, il mio primo murale a distanza. Finiti i giorni di workshop, ci siamo così messi all'opera sui due dipinti da realizzare in contemporanea, io a Roma con l'opera-esempio e loro a Chongqing sulla grande parete.




Il tema dell'opera da realizzare l'avrei voluto legare ai possibili rapporti della lingua e della cultura italiana con quelle cinesi, perciò ho iniziato una ricerca in quella direzione. 

Ho selezionato dei testi di vari scrittori che cercavano di descrivere la Cina e i cinesi agli occidentali, da Plinio il Vecchio al fantasioso Marco Polo, passando per Matteo Ricci e Giovanni di Pian di Carpine, o dai più moderni Carlo Cassola, Gianni Rodari, Alberto Arbasino, Curzio Malaparte. Un testo di Michelangelo Antonioni mi ha molto colpito, come se la voce del visionario regista volesse suggerirmi di lasciar stare la mia strana ricerca di elementi condivisi tra lingua italiana e cinese: «Per capire la Cina sarebbe forse necessario viverci molto a lungo, ma un illustre sinologo, nel corso di un dibattito, ha fatto notare come chi trascorre un mese in Cina si senta in grado di scrivere un libro, dopo qualche mese soltanto poche pagine e dopo qualche anno preferisca non scrivere». Ma non mi sono lasciato abbattere e la soluzione mi è venuta incontro attraverso una frase di Giorgio Manganelli che, di fronte a un albero in Cina, fece questa riflessione: «il mio occhio, tanto o poco, è stato cambiato, è stato bruscamente educato a scorgere la calligrafia di un oggetto, a eluderne il colore. [...] Basta una settimana di alberi di Cina, una settimana di quella pervasiva scrittura nera verde rossa gialla, ed un sospetto di scrittura si stenderà sugli alberi che troverete sulla strada consueta e povera della vostra vita europea, un presentimento di ideogramma, di simbolo...».  

Leggere la realtà attraverso i simboli dunque, non attraverso le parole che la descrivono. Che è poi ciò che faccio abitualmente, nel mio lavoro e nella vita. Trovare un simbolo comune tra 'loro' e 'noi' è diventato a quel punto lo scopo della mia analisi. Sono partito dall'ideogramma dell'albero () e dalla sua evoluzione dall'età del bronzo a oggi, e l'ho disegnato più e più volte per 'comprenderlo': 

 

 

Ho trovato che era pressocché identico al primo simbolo dell'archetipo della vita (l'archetipo "e", o "he"), che è un omino ben ancorato a terra che tende le braccia verso l'alto. La posizione per cui il mio mio maestro di Taiji afferma che l'uomo è più simile all'albero che agli altri animali, che tendono ad essere paralleli al suolo.

Cos'è un archetipo? È il simbolo di un’azione o di un'idea che già gli uomini primitivi tendevano a rappresentare graficamente. Quello della vita è l’archetipo che da’ origine alla lettera "E" del nostro alfabeto ed è un simbolo di crescita e di fede, molto simile all'antico simbolo dell'albero cinese.

Continuando a studiare questi segni mi è apparso alla mente che anche nella struttura dell’Uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci, che è il simbolo dell’uomo e delle sue proporzioni in Occidente, troviamo lo stesso segno, la stessa idea primigenia:

 

 

Alla ricerca di un'altra figura-simbolo di uomo occidentale noto in tutto il mondo da proporre per il murale, ho pensato al David di Michelangelo, e ho pensato di affiancarlo concettualmente all’ideogramma cinese dell’albero. Ma c’è uno scrittore italiano che ha già realizzato questa operazione di affiancare uomo e albero in un’unica figura: Collodi con Pinocchio.

Pinocchio è il bambino nuovo, il bimbo che nasce da un pezzo di legno, che prende la sua esistenza da quella che era la vita del tronco - cioè dell’albero - che diviene da vita vegetale a umana.

Per questo il David è diventato nella mia opera David / Pinocchio, una figura di legno, e non di marmo, con un ramo per naso e delle radici ai piedi.

A quel punto c'erano abbastanza elementi per iniziare a realizzare il murale, lavorando distanziati fisicamente ma molto vicini artisticamente:

 

 

 





 

Ed ecco qui il risultato. Il mio David / Pinocchio è oggi il murale che accoglie studenti e visitatori all'Accademia di Belle Arti del Sichuan a Chongqing.

A supporto di questo workshop sono stati proiettati nei maxischermi  del Campus dell'Accademia anche i 10 documentari della serie "GRAArt - Tutta la Street art porta a Roma" (che potete vedere anche voi QUI).

Queste in basso, infine, sono alcune immagini della mostra che mi hanno dedicato all'interno della galleria dell'Accademia di Belle Arti:

 




A Chongqing mi hanno ribattezzato 狄阿乌 che si legge "Dí ā Wū" e si può tradurre "nero come il corvo". Una curiosa coincidenza vuole che in Cina, la parola “graffito” (tuya), che si riferisce poi alla Street art in genere, venga dai versi del poeta Lu Tong (790-835) della dinastia Tang: «rovesciò all’improvviso l’inchiostro sulla scrivania, scarabocchiando i classici come corvi», e che sia composta dal carattere tu (da tumo, "scarabocchiare") e da ya (da laoya, ossia "corvo").

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Ringrazio di cuore il Consolato d'Italia a Chongqing, l'Accademia di Belle Arti del Sichuan a Chongqin, Francesca De Giuli, Zhang Ying/Giulia, il prof. Zeng Yue, Sqm/Michele, Harley, Mark, Chen Shutian, Zhao Yun e tutti gli studenti che hanno partecipato al progetto.

28 ottobre 2020

El mundo era tan reciente


«El mundo era tan reciente, que muchas cosas carecían de nombre, y para mencionarlas había que señalarlas con el dedo». 

Questo ritratto di Gabriel Garcia Márquez è l'opera che ho realizzato su un muro del quartiere di Torpignattara a Roma nel dicembre 2019 come mia partecipazione al murale degli artisti colombiani di Lienzo Urbano, realtà di Barranquilla gemellata con l'associazione MURo (Museo di Urban Art di Roma).

“Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”.  Su una parete della strada principale di un quartiere socialmente molto complesso, ricco di differenze di ogni tipo che convivono in un territorio sovrappopolato (e spesso maltrattato dalle istituzioni e diffamato dalla stampa), questo titolo aveva un preciso significato politico per me. Significava che non tutto si può incasellare in un'etichetta come "bianco", "nero", "gay, "lesbica", "ladro", "povero", e via così. Che "non tutti i diversi sono uguali", come diceva Tamburini. E che tutti siamo diversi eppure anche uguali, come dico io. Che si dovrebbe dunque evitare di etichettare ogni persona con quelle paroline che subito diventano gabbie, limiti invalicabili in cui far soffocare lei e le sue molteplici sfaccettature. Che, insomma, basta semplicemente indicarla con un dito.

 


In questi giorni quest'opera è diventata suo malgrado oggetto di un curioso test di 'democrazia applicata' sui social. È stata cancellata con la vernice bianca qualche giorno fa - nel pomeriggio di giovedì 20 ottobre 2020 - da un artista che sembra abbia deciso di realizzare su quel muro una propria opera. Questo atto di prevaricazione - o di "libera creatività" come scrive un assistente dell'artista - di cui è stata oggetto ha scatenato varie reazioni tra le persone che vivono nel quartiere e tra gli utenti dei social: 



Al di là del fatto che scomparire è il destino assolutamente naturale di questo genere di opere realizzate nello spazio urbano, se avete tempo e siete curiosi (e avete un account Facebook) potete trovare qua qualche link sulle reazioni dei cittadini, e dunque sulle dinamiche delle nostre città, per farvi due risate oppure per rifletterci:

sul mio profilo personale Facebook - su Diavù in Facebook - su Diavù in Instagram.


Non saprei dirvi se secondo me questo simpatico test di "democrazia applicata" sia in qualche maniera riuscito. Non sono abbastanza ottimista per dare un'opinione imparziale, dal momento che ritengo che ormai ogni momento della nostra esistenza tendiamo noi stessi a gettarlo nel tritatutto della simulazione della realtà che lo trasforma in merce venduta da chi realizza enormi guadagni su questi nostri disagi mentali. Ma comunque prendo atto che una reazione basata sul dialogo civile e sull'ironia c'è senz'altro stata, con tanto di risposte da parte dei 'vandali' di Gabo.

Forse davvero per ritrovare il gusto di un dialogo privo di selvagge tifoserie bisognerebbe ripartire da una partecipazione attiva nei confronti dell'arte nello spazio pubblico e condiviso, dal momento che l'arte è capace di smuovere in noi le corde più profonde (benché anch'essa sia vittima della funzionalità a cui l'abbiamo relegata, ma questa è un'altra storia...).

8 novembre 2019

Diavubolikus 1- In quanti contro una Pecora Elettrica?



Quando i libri bruciano è cattivo presagio.
Ma di cosa esattamente?

Degli incendi del 25 aprile 2019 e del 6 novembre 2019 alla libreria & caffetteria La Pecora Elettrica di Roma potete leggere abbondantemente QUI.

Nel video potete vedere ed ascoltare cosa ne penso io.

P.S.: Diavùbolikus sono dei mini-video delle mie pause-caffè. 
Io il caffè lo prendo amaro.

26 agosto 2019

Appia un pugno, Latina una carezza

In questi giorni sto terminando di dipingere le opere che saranno incluse nella mostra "Da Sketch a MURo" che si terrà alla galleria Rosso20Sette di Roma dal 5 ottobre al 16 novembre 2019 e che chiuderà il MURo Festival.

La mostra e il relativo catalogo si concentrano sulla fase di ideazione - oltre che ovviamente su quella della realizzazione - di alcune delle opere del MURo Museo di Urban Art di Roma attraverso i dipinti, gli schizzi e le immagini dei murales di una minima parte dei protagonisti del progetto MURo, ovvero cinque artisti selezionati tra quelli che hanno collaborato ai nostri progetti più recenti: Jim Avignon, Lucamaleonte, Beau Stanton, Nicola Verlato ed io.

Io, per le mie opere in mostra, mi sono concentrato sul concetto di Appia e Latina - che è anche il titolo del murale che ho dipinto qualche mese fa nel progetto MURo mARket per il Mercato Menofilo di Roma - perché mi sono accorto man mano che giungevo al disegno definitivo facendo schizzi, progettando la composizione e i suoi elementi e scattando foto a Serena - mia compagna di vita, di lavoro e anche modella di questa opera - che queste due antiche strade di Roma sono diventate per me i simboli di due differenti modi di esistere e di porsi verso l'altro: Appia è il pugno, Latina è la carezza.

 
Il murale "Appia - Latina" al Mercato Menofilo di Roma, presso il quartiere Quarto Miglio 

Abbiamo solo due comportamenti di fronte a ciò che ci coinvolge: limitarci a partecipare emotivamente, esaltandoci di fronte a ciò che istintivamente ci piace e opponendoci con rabbia a tutto ciò che disprezziamo o che non condividiamo, oppure decidere di comprendere - di prendere in sé - ovvero inglobare tramite il pensiero tutto ciò che ci interessa e ci coinvolge in una nostra visione più ampia della realtà.
Ci sarebbe una terza opzione: la noncuranza. Ma fregarsene di tutto ciò che accade nel mondo e attorno a noi - se davvero una persona, un evento o un'informazione ci ha colpito - non lo includo certo tra i comportamenti autentici. Quello è un limite auto-imposto di chi di solito vive intrappolato nella propria testa e sarà un argomento che affronterò magari in un'altra opera e in un'altra occasione.

Dunque, quest'immagine - e ciò sta diventando più evidente anche per me che l'ho dipinta - simboleggia la necessità di far incontrare due modi differenti di sentire la realtà. Illustra un tema che va affrontato con urgenza nel periodo storico che stiamo vivendo: non fatevi ingannare dalle apparenze, queste due donne sono in realtà una sola.

Mi spiego meglio.

La via Appia, cioè la prima figura a sinistra, rappresenta la reazione d'istinto, la conquista e la rabbia, la paura che si trasforma in odio. È l’umano che vuole prevaricare l'altro umano e ritiene ciò un inevitabile gesto di sopravvivenza, e prevarica così la Natura stessa. È l’intolleranza e il disprezzo verso l’altro, ovvero verso chiunque riteniamo diverso da 'noi', verso chiunque è fuori dal nostro rassicurante quanto piccino concetto di 'normalità'.
Appia è la paladina di tanti sentimenti negativi che sono emersi con crescente prepotenza in questi ultimi anni in Italia, in Europa, e in tutto il mondo. Appia è l'aggressiva, colei che si pone sempre e comunque contro, in guerra appunto. Appia è infatti un militare, obbedisce perciò al comando del capo senza il permesso, né la necessità, né tantomeno la libertà di metterlo mai in dubbio.
E, d’altronde, la Regina Viarum delle strade è un percorso che fu aperto in base a logiche militari, come tantissime infrastrutture, tecnologie e opere di ingegneria moderne e contemporanee sono state inventate e/o costruite per la guerra e poi adibite ad usi civili (a partire da Internet, ma anche le autostrade, il nucleare, e tanti altri prodotti dell'ingegno umano). È una strada ampia, diritta, che consente spostamenti rapidi per le truppe tra l'antica Roma e le sue conquiste, fino al porto di Brundisium (Brindisi), da dove ci si imbarcava per l'Oriente.
Ed è anche una via che, nei secoli, si è riempita di tombe.

La via Latina della mia opera - cioè la figura sulla destra - è invece il simbolo del sentimento di inclusione e di condivisione, è colei che accarezza la sua nemica perché sa che ha il suo stesso volto e che, malgrado le apparenze, i loro cuori battono all’unisono.
Lei è in grado di vedere che loro due sono uguali, e sa che entrambe sono una piccolissima parte di una totalità, quella che chiamiamo Natura e che è la nostra grande madre generatrice. La via Latina ha i sentimenti che dovrebbe avere ogni individuo adulto che ha guarito le proprie ferite e sciolto i propri traumi e può dunque andare incontro a tutto ciò che gli è estraneo e nuovo con sentimenti di curiosità e comprensione, quelli della persona matura che cerca di capire prima di decidere come agire di conseguenza.
A Roma la via Latina è infatti una via molto più antica della via Appia, risale all'età preistorica, ed è più sinuosa e di difficile percorribilità, ma molto più panoramica e ricca di bellezze naturali ed archeologiche.

Se si percorrono entrambe verso il centro di Roma queste due strade si uniscono dentro le mura della Città Eterna, all'altezza delle Terme di Caracalla. Se si percorrono verso l'esterno, si allontanano dalla città, formando un triangolo, visibile anche come sfondo della mia opera.
Provengono dunque da un unico punto di partenza, Appia è il cuore e Latina l'intelletto.
Quest'opera simboleggia dunque la loro eterna lotta, alla quale si può porre fine solo lasciando emergere in ognuno l'adulto che è in sé, ovvero quella forza di volontà capace di tenerli uniti come due facce di un'unità.

Che è quello che nei fatti, indiscutibilmente, sono.





Lavori in corso per le opere della mostra "Da sketch a MURo", dal 5 ottobre a Roma.

12 agosto 2019

Intervista su Wanted in Rome (agosto 2019)


 La versione originale dell'intervista, in inglese, è QUI sul sito web di WANTED IN ROME.

Come è nata la tua passione per l'arte, in particolare street art, e da quanto tempo stai dipingendo in strada?
Da bambino disegnavo sempre quello che vedevo attorno a me, anche mentre guardavo la tv o leggevo fumetti copiavo tutto. Mi ricordo che fu la mostra “I love Paperino” a Palazzo Braschi nel 1984 a farmi scoprire che fumetto e pittura potevano convivere, grazie alle opere di artisti come Schifano e Ugo Nespolo a fianco a quelle di Andrea Pazienza, Jacovitti e ai paperi di Carl Barks.
A lavorare in strada ho iniziato nel 1992/1993, incollando poster coi miei personaggi disegnati. Poi mi sono dedicato a lungo a fumetti ed editoria, senza smettere mai di riempire sketchbooks e di dipingere grandi tele, e solo nel 2009 sono tornato a fare opere in strada. Dal 2010 ho iniziato a fare murales sempre più spesso perché dipingere tra le persone e negli spazi vissuti da tutti è come una dipendenza. Se l'arte è relazione la Street Art è relazione all'ennesima potenza.

Puoi descrivere il tuo stile e la tua più grande fonte di ispirazione?
Non mi interessa che un mio lavoro sia immediatamente riconoscibile, graficamente parlando, e infatti uso tecniche e segni diversi a seconda del tipo di disegno o di dipinto che devo fare. Credo che, malgrado ciò, il mio modo di disegnare sia facilmente riconducibile a me.
La mia più grande fonte di ispirazione è la realtà che si nasconde dietro alle apparenze. Nelle mie opere cerco di rappresentare il vero, che non è ciò che vediamo ma ciò che quella superficialità visibile nasconde. Per capirci, mi interessa di più catturare la luce dello sguardo di una persona che fargli un ritratto riproducendo le sue fattezze.

Sei il curatore di MURo Museo Urban di Roma e anche GRAArt, puoi dirci qualcosa di questi progetti?
Sono entrambi dichiarazioni d'amore verso la Città Eterna. Roma è come una nonna di tremila anni che ha infinite storie da raccontarci, e dipingere nelle sue strade è un po' come tatuare la sua pelle: non si può prescindere da quelle storie. MURo è un progetto che ho avviato spontaneamente dieci anni fa al Quadraro, chiamando colleghi artisti di tutto il mondo a raccontare attraverso i murales le storie del quartiere, e che poi si è allargato prima a Torpignattara e poi a tutta la città producendo negli anni decine di opere. GRAArt invece è nato già grande, nel 2016, grazie a una commissione di ANAS e ha finora realizzato 17 grandi murales attorno al Grande Raccordo Anulare che si relazionano con la storia dei luoghi di Roma dove sono dipinti e si propongono perciò di divenire dei simboli di quelle zone.

Sei noto a Roma per le tue opere di grande misure come i ritratti (PopStairs) dipinte sulle scale in zone della città come Trastevere e Trionfale - qual è la tua tecnica per realizzarli?
Sono opere dipinte sulle scalinate e dedicate alle donne, e ho iniziato a realizzarle perché credo che questa città abbia bisogno di più monumenti 'al femminile'. Ogni opera richiede almeno una settimana di lavoro e uno staff di 2 o 3 assistenti oltre me, tutti inginocchiati per più di 12 ore al giorno. Quindi la tecnica direi che sta tutta nella preparazione fisica!

Dove sono i tuoi lavori principali, e c'è una zona di Roma dove sono più concentrati?
Sono soprattutto nelle periferie perché lavorando su grandi dimensioni non è facile ottenere permessi per le facciate dei palazzi dei centri storici. Anche se ritengo che ad artisti di chiara fama e lunga carriera si dovrebbero concedere, perché le città sono vive anche grazie alla stratificazione delle opere d'arte prodotte nel corso dei vari secoli. A Roma comunque ho dipinto ovunque, sul sito diavu.com nell'area Outdoor abbiamo messo una mappa dei miei murales proprio per rispondere dove sono con esattezza.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
A ottobre parteciperò alla mostra collettiva alla galleria Rosso20Sette Arte Contemporanea "Da sketch a MURo" che chiuderà i vari eventi del primo MURo Festival e produrrà un catalogo che celebrerà i primi 10 anni del progetto MURo. Poi se ci riuscirò mi piacerebbe coniugare tre miei amori: street art, editoria e musica. Nel frattempo dipingerò tanti altri murales.

30 luglio 2019

Chi è contro la mafia lo preferiamo morto

David Diavù Vecchiato, "Chi è contro la mafia lo preferiamo morto". Grafite e pastelli ad olio, cm 30 x 22, luglio 2019
Voglio narrarvi due fatti accaduti in quest'afosa estate a Roma, uno a Quarto Miglio, l’altro a Ostia. Due eventi di differenti gravità (immagino che il secondo fatto lo avrete letto sui giornali e/o online...), ma entrambi utili a una riflessione sulla confusione etico-morale che si sta vivendo - anzi vivacchiando - in Italia, ok non solo in Italia, ma direi particolarmente in Italia. 

Et voilà, il fatto numero 1:
sapete che nella vita io mi occupo un pochino anche di Arte Pubblica, no? Bene, la scorsa primavera nel quartiere Quarto Miglio a Roma ho curato con il MURo (Museo di Urban Art di Roma) il progetto artistico MURo mARkeT. Abbiamo realizzato nel mercato rionale di via Menofilo - appena riqualificato dal VII Municipio - 5 opere d’arte pubblica dedicate alla Storia di quel territorio che è tra la via Appia e la via Latina. Opere murali di Jim Avignon, Lucamaleonte Beau Stanton e mie. Ha collaborato al progetto anche Mirko Pierri, per la realizzazione del laboratorio di Arte Urbana nel Liceo Artistico G. C. Argan.

Studenti al lavoro nel workshop di Arte Urbana legato al progetto MURo mARkeT curato da Mirko Pierri e Jakke Theyssens

Qualche settimana fa scopro da un articolo e da un video postato dalla Presidente del Municipio VII di Roma Capitale Monica Liozzi che qualcuno ha vandalizzato quel mercato, spaccato serrande, rotto finestre e porte, danneggiato sia i box dei fruttivendoli che quelli ancora da assegnare.
La Liozzi nel video attacca la "baby gang" che ha provocato questi gravi danni, accusando quei giovani (poiché alcuni testimoni hanno affermato che trattasi di giovani) di essere «imbecilli senza spina dorsale» e «una massa di vigliacchi che non valgono nulla», e chiude ammonendo: «o ricominciamo ad avere un senso civico, un senso di comunità forte, dove insieme controlliamo ed educhiamo i nostri figli, oppure non credo che ci sia speranza». 
Sotto il suo video c'è qualche commento espresso in tono civile, poi parte la lista dei soliti prevedibili sfoghi istintivi e rabbiosi, tra chi invoca la galera per questi ragazzi, chi i manganelli e chi attacca il “buonismo” come causa di tutta questa inciviltà e di tanto disprezzo per la legalità e per i beni pubblici. Evvabbeh, passiamo ora al fatto numero 2.

La Presidente del Municipio VII denuncia la vandalizzazione del Mercato Menofilo

E spostiamoci a Ostia, litorale romano:
alla Stazione Metro Lido Nord ancora il 'nostro' Mirko Pierri con la sua associazione a.DNA ha curato il suo più recente progetto di Arte Pubblica, reso possibile grazie a un bando del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca - e alle scuole del territorio che vi hanno aderito coi loro progetti e che lo hanno vinto - e che ha visto crescere nei mesi scorsi la partecipazione di tanti studenti, professori, associazioni e operatori culturali che hanno condiviso il percorso partecipato - aperto alla popolazione - che ha indicato all'artista Lucamaleonte le persone da dipingere sulle pareti.
Mesi di lavoro divisi in varie fasi, finalizzate alla realizzazione di: 1) un murale nel Liceo Classico Anco Marzio con il ritratto al deportato dal nazifascismo Sami Modiano (sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, vive oggi tra Ostia e Rodi, isola in cui è nato), 2) vari ritratti in stencil delle vittime della mafia Peppino Impastato, Giancarlo Siani, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, dipinti dai ragazzi ed esposti un paio di mesi fa proprio alla Stazione di Lido Nord, e 3) un murale finale, dell'artista Lucamaleonte, coi volti di chi la mafia e l'illegalità le combatte ogni giorno oggi a Ostia, attraverso denunce, inchieste, progetti sociali e culturali e altre iniziative tese a tenere unito il senso di comunità e a promuovere la legalità.

Studenti del Liceo Anco Marzio al lavoro nel proprio istituto sull'opera dedicata al deportato Sami Modiano

Alcuni degli studenti coinvolti nel progetto spiegano ai cittadini una tappa del percorso di studio antimafia

Altri studenti coinvolti nel progetto iniziano a lavorare con l'artista Lucamaleonte al murale della stazione metro Lido Nord di Ostia

Il murale di Lucamaleonte a Lido Nord inizia a prendere corpo

Anche in quest’ultima opera ci sono vittime di mafia, certo, ma i cittadini (studenti ma non solo) le hanno volute a fianco a volti comuni di giornalisti, insegnanti, studenti, bambini... insomma di individui che stanno indubbiamente dall'altra parte rispetto alla mafia e alle sue logiche criminali. 
Dalla parte della legalità, appunto.
E qua è nato il problema, con relative polemiche. Questi ultimi ritratti non sono piaciuti a qualcuno, e fin qui tutto normale: è matematicamente impossibile che una cosa piaccia a tutti, figuriamoci se questa è un'opera d'arte dipinta in strada. Ma un consigliere municipale di Casapound ha colto immediatamente l'occasione per protestare, attaccando dei poster sul murale in fase di realizzazione (addirittura un "Parlateci di Bibbiano", vi giuro!) e scagliandosi attraverso i social network contro Municipio X, associazione a.DNA, artista e studenti, accusando tutti di essere del PD (?) e di aver speso 50.000 euro di soldi pubblici per realizzare quel murale.
Premetto che - fossero stati spesi davvero - sarebbero stati il costo legittimo di un'opera d'arte di un artista riconosciuto internazionalmente, e si sarebbe anche dovuto investire parte di quei soldi per mantenerla più a lungo possibile quell'opera d'arte. E io avrei chiuso qua il dibattito, e chi avesse voluto protestare avrebbe potuto usare lo strumento democratico che esiste in questi casi: richiedere una convocazione della Commissione di Controllo, Garanzia e Trasparenza del Municipio, dove si sarebbero trattati pro e contro del murale ed eventualmente decisa la sua rimozione, se ci fossero stati cause ed elementi per farlo.
Ma una simile convocazione ufficiale non si poteva richiedere perché ciò su cui si sarebbe basata la richiesta erano solo miserrime fake news, false informazioni inventate per far indignare il contribuente ignaro ed aizzare gli haters arrabbiati, bufale superficiali e maligne sotto le quali il consigliere di Casapound ha messo la sua firma, senza alcuna remora né pudore. 
Eppure un po' di tensione morale verso la verità dovrebbe essere obbligatoria quando si dibatte pubblicamente di tematiche legate all'amministrazione di un territorio, e noi la dovremmo pretendere - soprattutto da chi fa politica o crede di farla - in quanto siamo noi i contribuenti che tengono in piedi questo Stato, coi nostri sacrifici quotidiani. 
Invece questa maniera immorale di fare propaganda a cui ormai ci siamo assuefatti - che fino a poco tempo fa poteva essere solo anonima e sotterranea e ora è addirittura sbandierata con vanto da alte cariche dello Stato grazie all'autodivulgazione sui social networks - sta dettando sempre di più le regole della comunicazione civile. "Civile" per modo di dire, ovviamente.
Ma allora qual'è la realtà in questa vicenda? 
È realtà che quel muro è proprietà della Regione Lazio, è realtà che è stato dato in concessione ad ATAC, è realtà che quei 50.000 € erano destinati agli istituti scolastici per la realizzazione dell’intera operazione didattico-culturale e sociale e che sono di un bando del MIUR legittimamente vinto dalle scuole, ed è realtà che di questi soldi solo 3.000 euro sono stati investiti per questo murale. Infine, è reale pure che il Municipio X ha concesso soltanto il Patrocinio all'intero progetto e l'occupazione del suolo pubblico per parcheggiare la piattaforma elevatrice durante i lavori al murale, senza aver versato assolutamente alcun contributo.
Dunque la realtà è ben lontana dalle fake news divulgate. 
Comunque, per quanto possano amareggiare, quelle falsità diffuse dall'esponente di Casapound sui social network potremmo contestualizzarle e ritenerle prevedibili: la lotta alla mafia non è mai stata una priorità di chi inneggia alla razza pura e di chi considera molto più urgente combattere i matrimoni tra gay o altri diritti civili, piuttosto che la criminalità organizzata o altri problemi drammaticamente concreti e dannosi che stanno aumentando a dismisura e conducendoci in una deriva senza ritorno. Cosa Nostra è della razza nostra, e lo sa bene tutto il mondo, e a sue spese. E anche il senso di legalità non mi risulta essere l'argomento prioritario di quel movimento che occupa illegalmente un palazzo storico di 6 piani nel centro di Roma da 16 anni, senza alcuna necessità abitativa riscontrata, causando un danno alle casse pubbliche finora quantificato in 4 milioni e 600 mila euro. 
Un palazzo che tra l’altro - ma tu guarda l'ironia della sorte - era proprio del MIUR.
Ciò che è assai meno prevedibile in questa vicenda è che il signor Antonio Di Giovanni, consigliere 5 Stelle al Municipio X, abbia fiancheggiato la posizione di Casapound definendo il murale in corso «il simulacro della Sinistra del territorio», e chiedendo di cancellarlo immediatamente, aggiungendo: «questa Amministrazione sta incentivando la Street Art come forma di rivalutazione del decoro urbano, ma non svolgerà il ruolo di sponda a certi nostalgici di partiti di qualunque tipo, che cercano di appropriarsi di grandi temi che, al contrario, non sono appannaggio di nessuno, se non della collettività».
E invece, ma tu guarda, il signor Di Giovanni ha fatto proprio in modo che l'Amministrazione abbia svolto il ruolo di sponda ai nostalgici del fascismo, e a quel tipo di appropriazione ideologica del territorio.
Da quel momento si è messa in moto la macchina del fango mediatica per demolire quel murale - anzi per sfruttarlo come occasione di propaganda elettorale - che ha travolto tutti, studenti compresi.

Uno dei primi articoli online contro il murale

«Vergogna! Con tutti i problemi di Roma ecco dove finiscono i nostri soldi», «Fondi pubblici su spazio pubblico per celebrare non si sa bene chi e cosa», «Se pensavate di fare il bello ed il cattivo tempo, coperti da un’amministrazione grillina latitante che si fa sentire solo quando è chiamata direttamente in causa, avete capito proprio male. Ora quello che resta del murales è un'insipida insalata di partigiani e illustri sconosciuti da 50.000 euro»... eccetera, eccetera, eccetera...

Ma qual'era l'obiettivo di tanto livore nei confronti di un dipinto, frutto oltretutto di un percorso condiviso tra scuole e associazioni del luogo? 
Apparentemente quello di eliminare qualche persona da quel muro, cioè i volti di soggetti ritenuti pensatori troppo di sinistra, come ad esempio quelli degli artisti storici di Ostia Giorgio Jorio e Mario Rosati - quest'ultimo autore del monumento dedicato a Pier Paolo Pasolini all'idroscalo - o della giornalista Federica Angeli, malvista (oltre che da Casapound) dai clan mafiosi di Ostia che lei ha denunciato con le sue inchieste, che vive sotto scorta da 6 anni a causa delle minacce subite.
Insomma, persone che - viste le premesse - gli studenti e le associazioni di Ostia avevano scelto e suggerito come simboli per il LORO murale contro le mafie. Sicuramente ognuno di quei volti-simbolo è una scelta opinabile, così come lo sono molte decisioni legate all'arte urbana ma, visto che il momento della discussione si era concluso da settimane negli incontri effettuati sia nelle scuole che in un luogo pubblico aperto a tutta la cittadinanza come il Teatro del Lido di Ostia, per contestarle si sarebbe dovuto agire in maniera democratica, ovvero presentando una richiesta di convocazione della Commissione di Vigilanza del Municipio, e non certo agendo così come si è agito.
Ma allora se lo strumento democratico per opporsi a un'opera d'Arte Pubblica esiste, perché comportarsi in questo modo?
Perché la cancellazione dei volti non era l'obiettivo, ma il risultato che i due consiglieri municipali si aspettavano. Un risultato che avrebbe coronato con la vittoria il vero obiettivo. 
E qual'era allora questo obiettivo?
Ragioniamo: su quel muro Casapound attaccava abitualmente manifesti di propaganda politica abusivi, è dunque comprensibile che lo percepisca - benché illecitamente e senza diritto riconosciutogli (finora) - come un po’ suo, e che dunque pretenda di decidere chi può e chi non può usarlo.
Il vero obiettivo perciò - che hanno avvertito sulla propria pelle come una mortificazione gli studenti, i loro docenti, i loro genitori, a.DNA, le associazioni di Ostia e i cittadini che avevano partecipato agli incontri - era dunque quello di mandare un chiaro messaggio intimidatorio a loro e alla cittadinanza tutta: questo muro non è vostro e voi non potete decidere nulla. Questo muro è nostro.
Lasciatevelo dire da chi l'Arte Urbana la fa da molti anni: si tratta del tipico messaggio che chi pretende di esercitare il potere di controllo su un territorio invia a chi si azzarda ad intervenire 'nella sua zona' di testa propria.
E tale obiettivo intimidatorio è stato prima legittimato e poi perfettamente raggiunto quando a questo punto della storia è subentrata l'autorità ufficiale del Municipio X a richiedere all'associazione a.DNA di cancellare quei volti, con la motivazione che non erano gli stessi presenti nel progetto iniziale, quello da loro approvato.
Certo che non lo erano: Borsellino, Falcone, Impastato e Siani li abbiamo già visti negli stencil realizzati dagli studenti, in una fase intermedia del lavoro. Per il murale finale studenti, associazioni e cittadinanza avrebbero scelto volti-esempio della lotta alla mafia locale e quotidiana e questo l'associazione a.DNA lo aveva spiegato chiaramente in quel progetto.
La 'soluzione' del Municipio per porre fine alle polemiche a quel punto è stata quella di proporre la cancellazione dei volti dei personaggi ancora in vita.
Il nuovo messaggio è diventato dunque: la mafia si combatte solo da morti.
Ma egregia Presidente Di Pillo, e gentili amministratori tutti del Municipio X, questa vicenda l’avete gestita con imperdonabile superficialità, proprio come se quegli altri cittadini - cioè gli studenti, i docenti, ecc... - non fossero stati anch’essi cittadini. Avete meditato su chi merita il rispetto e l'attenzione che si dovrebbero ad ogni cittadino? Li merita solo chi se li prende di prepotenza, prevaricando gli altri, intimidendoli - forte anche delle proprie note azioni regresse (vedesi ad esempio questo link o questo link)- o li dovrebbe ricevere ogni cittadino, soprattutto chi è in prevalenza numerica, come stabilito dal principio di maggioranza che regola le decisioni collettive nelle democrazie?


Un servizio di Canale 10 coi volti cancellati dal murale

 
Un post dell'esponente di Casapound

Nel frattempo c'è stata l'apoteosi di articoli sulla stampa nazionale, raccolte firme online, altre strumentalizzazioni di comodo un po' a destra e un po' a centrosinistra, e ognuno ha tirato acqua al proprio mulino.

Qualche giorno fa, sotto i colpi provenienti ormai da più direzioni, la Presidente del Municipio X ha promesso che farà realizzare a spese del Municipio X un nuovo murale coi volti cancellati. Forse per mettere un punto a questa triste storia, esausta anche lei di tutta la strumentalizzazione politica che lei stessa ha scatenato attorno al murale, ha optato per una chiusura surreale a una vicenda ridicola. Chissà.

Ma io vorrei fare ora un ultima riflessione su questo fatto numero 2, se avete ancora la pazienza di seguirmi. Una riflessione a mio avviso abbastanza seria: istigare pubblicamente all'odio contro l’operato di ragazzi di alcuni licei mentre questi stanno seguendo un progetto scolastico in strada - dunque facilmente esposti agli attacchi di qualsiasi squilibrato - deve essere sembrato ai due consiglieri municipali una buona occasione di propaganda elettorale, sia personale che per il proprio schieramento. È invece da ritenersi un comportamento profondamente immorale, e so bene di cosa parlo perché di attacchi mentre dipingevo opere d’Arte Pubblica in strada io ne ho subiti e vi garantisco che è l’ultima cosa che voste capitasse ai vostri figli, quella di trovarsi a temere aggressioni violente mentre sono in strada.
Infatti quello che questa società civile dovrebbe pretendere - non solo dai due consiglieri ma da tutti coloro che hanno alzato i toni, negli articoli come nei post e nei commenti sui social network - è che si domandi umilmente scusa a quei giovani studenti per la situazione di pericolo alla quale quelle irresponsabili esternazioni li hanno esposti. 
Pur di inasprire le polemiche tra noi non siamo più in grado di proteggere i nostri giovani, malgrado proteggerli sia il nostro compito naturale di adulti? 
Allora - visto quanto sappiamo essere molto più immaturi di loro nei comportamenti e atteggiamenti pubblici - è giunto il momento di chiedergli scusa. E chiedere scusa a loro potrebbe essere un minimo tentativo di rifondare prima o poi un dibattito politico e sociale civile e costruttivo in questo Paese, ripartendo proprio dai giovani.
Chiediamogli scusa a questi studenti - oltre che per i toni delle polemiche e per averli esposti a potenziali pericoli, e alla peggiore gogna pubblica - anche per l’umiliazione che loro e altri cittadini hanno dovuto subire da parte dei due consiglieri, degli organi di stampa, degli haters e infine anche del Municipio X, quindi di una delle autorità che ci rappresentano. 
Il progetto globale coinvolge 10 scuole, ovvero 36 classi, 32 docenti e un migliaio di studenti, tra cui quelli che hanno lavorato sull’ideazione di questo murale in particolare, ed è realizzato coi soldi di un bando del MIUR, quindi indirizzati a iniziative che devono coinvolgere gli studenti e renderli protagonisti. Sono soldi nostri che lo Stato ha dedicato a loro, e invece un manipolo di adulti si è preso la briga di voler decidere chi può o non può essere dipinto nella loro opera di Arte Urbana, calpestando così pubblicamente il paziente lavoro di mesi di un nutrito gruppo di persone che era arrivato a quelle scelte.
Si è parlato di censura, ma la censura mira a penalizzare opere contenenti offese al pubblico pudore, alla morale o alla persona, messaggi pubblicitari, scene di violenza, messaggi politici espliciti, che esprimono magari intolleranza o offensivi nei confronti di religioni, etnie e minoranze varie. Questa è peggio di una censura, è un esercizio di controllo del territorio: è arrogarsi l'autorità di decidere chi può e chi non può agire su un'area della città e quali idee o simboli può o non può esprimere. 
E quando i temi che si vanno a toccare o i soggetti che si trattano infastidiscono qualche potere forte, piuttosto che rischiare di fargli uno sgarbo celebrandone i nemici, è sempre molto più facile omaggiare i morti. 
Ringraziandoli così pubblicamente di essere morti, e onorando così implicitamente chi li ha uccisi.

Ora vi chiederete perché io vi abbia raccontato in apertura la prima vicenda - quella del mercato vandalizzato al Quarto Miglio.
L’ho fatto perché ritengo che quella «massa di vigliacchi senza spina dorsale» abbia fatto un gran bene a sfondare tutto. 
Pensateci un attimo: hanno coerentemente seguito l’esempio che gli stiamo dando ogni giorno noi adulti da troppi anni ormai, con le nostre liti dai toni sempre più violenti e volgari, con il nostro odio e la nostra intolleranza crescenti, con la nostra mancanza di etica, che ci spinge addirittura - come in questo caso - ad esporli al pubblico disprezzo e a gravi rischi, pur di soddisfare i nostri più biechi fini propagandistici e il nostro tornaconto individuale.  
Questo fatto di Ostia è una dimostrazione palese di come i cosiddetti 'nemici' che ieri erano i "terroni" e oggi i neri, gli extracomunitari, i gay o i "diversi" in genere, domani possono diventare i nostri stessi figli, senza che nemmeno ce ne rendiamo conto.
Se il percorso che 1000 giovani studenti hanno intrapreso assieme verso il rispetto della legalità e se la scelta dei simboli che hanno individuato per raccontare questo loro importante percorso ai propri concittadini attraverso l’arte viene calpestato platealmente con sprezzo per questioni ideologiche e di controllo del territorio - senza nemmeno un vero confronto pubblico se non una squallida gogna mediatica - cosa possono fare questi giovani se non risponderci sfondando tutto ciò che noi costruiamo e che riteniamo tanto importante? 

Il futuro lo stiamo costruendo molto male, dando sempre più voce e ragione a chi vuole farci combattere una brutta guerra contro la fratellanza tra persone, contro i diritti civili duramente conquistati in decenni di sacrifici e contro la dignità umana, contro l'amore e l'amicizia e contro la libertà di ognuno di noi.
Se è solo questo baratro ciò che sappiamo costruire allora aspettiamoci il peggio. 
Perché quelle "baby gang" cresceranno, mentre noi adulti prepotenti e cattivi invecchieremo. E lo faremo sotto i loro sguardi.

(Brano suggerito come colonna sonora nella lettura del pezzo: "Diventa demente", Skiantos: https://www.youtube.com/watch?v=K3yz2KTfL6Y":