26 agosto 2019

Appia un pugno, Latina una carezza

In questi giorni sto terminando di dipingere le opere che saranno incluse nella mostra "Da Sketch a MURo" che si terrà alla galleria Rosso20Sette di Roma dal 5 ottobre al 16 novembre 2019 e che chiuderà il MURo Festival.

La mostra e il relativo catalogo si concentrano sulla fase di ideazione - oltre che ovviamente su quella della realizzazione - di alcune delle opere del MURo Museo di Urban Art di Roma attraverso i dipinti, gli schizzi e le immagini dei murales di una minima parte dei protagonisti del progetto MURo, ovvero cinque artisti selezionati tra quelli che hanno collaborato ai nostri progetti più recenti: Jim Avignon, Lucamaleonte, Beau Stanton, Nicola Verlato ed io.

Io, per le mie opere in mostra, mi sono concentrato sul concetto di Appia e Latina - che è anche il titolo del murale che ho dipinto qualche mese fa nel progetto MURo mARket per il Mercato Menofilo di Roma - perché mi sono accorto man mano che giungevo al disegno definitivo facendo schizzi, progettando la composizione e i suoi elementi e scattando foto a Serena - mia compagna di vita, di lavoro e anche modella di questa opera - che queste due antiche strade di Roma sono diventate per me i simboli di due differenti modi di esistere e di porsi verso l'altro: Appia è il pugno, Latina è la carezza.

 
Il murale "Appia - Latina" al Mercato Menofilo di Roma, presso il quartiere Quarto Miglio 

Abbiamo solo due comportamenti di fronte a ciò che ci coinvolge: limitarci a partecipare emotivamente, esaltandoci di fronte a ciò che istintivamente ci piace e opponendoci con rabbia a tutto ciò che disprezziamo o che non condividiamo, oppure decidere di comprendere - di prendere in sé - ovvero inglobare tramite il pensiero tutto ciò che ci interessa e ci coinvolge in una nostra visione più ampia della realtà.
Ci sarebbe una terza opzione: la noncuranza. Ma fregarsene di tutto ciò che accade nel mondo e attorno a noi - se davvero una persona, un evento o un'informazione ci ha colpito - non lo includo certo tra i comportamenti autentici. Quello è un limite auto-imposto di chi di solito vive intrappolato nella propria testa e sarà un argomento che affronterò magari in un'altra opera e in un'altra occasione.

Dunque, quest'immagine - e ciò sta diventando più evidente anche per me che l'ho dipinta - simboleggia la necessità di far incontrare due modi differenti di sentire la realtà. Illustra un tema che va affrontato con urgenza nel periodo storico che stiamo vivendo: non fatevi ingannare dalle apparenze, queste due donne sono in realtà una sola.

Mi spiego meglio.

La via Appia, cioè la prima figura a sinistra, rappresenta la reazione d'istinto, la conquista e la rabbia, la paura che si trasforma in odio. È l’umano che vuole prevaricare l'altro umano e ritiene ciò un inevitabile gesto di sopravvivenza, e prevarica così la Natura stessa. È l’intolleranza e il disprezzo verso l’altro, ovvero verso chiunque riteniamo diverso da 'noi', verso chiunque è fuori dal nostro rassicurante quanto piccino concetto di 'normalità'.
Appia è la paladina di tanti sentimenti negativi che sono emersi con crescente prepotenza in questi ultimi anni in Italia, in Europa, e in tutto il mondo. Appia è l'aggressiva, colei che si pone sempre e comunque contro, in guerra appunto. Appia è infatti un militare, obbedisce perciò al comando del capo senza il permesso, né la necessità, né tantomeno la libertà di metterlo mai in dubbio.
E, d’altronde, la Regina Viarum delle strade è un percorso che fu aperto in base a logiche militari, come tantissime infrastrutture, tecnologie e opere di ingegneria moderne e contemporanee sono state inventate e/o costruite per la guerra e poi adibite ad usi civili (a partire da Internet, ma anche le autostrade, il nucleare, e tanti altri prodotti dell'ingegno umano). È una strada ampia, diritta, che consente spostamenti rapidi per le truppe tra l'antica Roma e le sue conquiste, fino al porto di Brundisium (Brindisi), da dove ci si imbarcava per l'Oriente.
Ed è anche una via che, nei secoli, si è riempita di tombe.

La via Latina della mia opera - cioè la figura sulla destra - è invece il simbolo del sentimento di inclusione e di condivisione, è colei che accarezza la sua nemica perché sa che ha il suo stesso volto e che, malgrado le apparenze, i loro cuori battono all’unisono.
Lei è in grado di vedere che loro due sono uguali, e sa che entrambe sono una piccolissima parte di una totalità, quella che chiamiamo Natura e che è la nostra grande madre generatrice. La via Latina ha i sentimenti che dovrebbe avere ogni individuo adulto che ha guarito le proprie ferite e sciolto i propri traumi e può dunque andare incontro a tutto ciò che gli è estraneo e nuovo con sentimenti di curiosità e comprensione, quelli della persona matura che cerca di capire prima di decidere come agire di conseguenza.
A Roma la via Latina è infatti una via molto più antica della via Appia, risale all'età preistorica, ed è più sinuosa e di difficile percorribilità, ma molto più panoramica e ricca di bellezze naturali ed archeologiche.

Se si percorrono entrambe verso il centro di Roma queste due strade si uniscono dentro le mura della Città Eterna, all'altezza delle Terme di Caracalla. Se si percorrono verso l'esterno, si allontanano dalla città, formando un triangolo, visibile anche come sfondo della mia opera.
Provengono dunque da un unico punto di partenza, Appia è il cuore e Latina l'intelletto.
Quest'opera simboleggia dunque la loro eterna lotta, alla quale si può porre fine solo lasciando emergere in ognuno l'adulto che è in sé, ovvero quella forza di volontà capace di tenerli uniti come due facce di un'unità.

Che è quello che nei fatti, indiscutibilmente, sono.





Lavori in corso per le opere della mostra "Da sketch a MURo", dal 5 ottobre a Roma.

12 agosto 2019

Intervista su Wanted in Rome (agosto 2019)


 La versione originale dell'intervista, in inglese, è QUI sul sito web di WANTED IN ROME.

Come è nata la tua passione per l'arte, in particolare street art, e da quanto tempo stai dipingendo in strada?
Da bambino disegnavo sempre quello che vedevo attorno a me, anche mentre guardavo la tv o leggevo fumetti copiavo tutto. Mi ricordo che fu la mostra “I love Paperino” a Palazzo Braschi nel 1984 a farmi scoprire che fumetto e pittura potevano convivere, grazie alle opere di artisti come Schifano e Ugo Nespolo a fianco a quelle di Andrea Pazienza, Jacovitti e ai paperi di Carl Barks.
A lavorare in strada ho iniziato nel 1992/1993, incollando poster coi miei personaggi disegnati. Poi mi sono dedicato a lungo a fumetti ed editoria, senza smettere mai di riempire sketchbooks e di dipingere grandi tele, e solo nel 2009 sono tornato a fare opere in strada. Dal 2010 ho iniziato a fare murales sempre più spesso perché dipingere tra le persone e negli spazi vissuti da tutti è come una dipendenza. Se l'arte è relazione la Street Art è relazione all'ennesima potenza.

Puoi descrivere il tuo stile e la tua più grande fonte di ispirazione?
Non mi interessa che un mio lavoro sia immediatamente riconoscibile, graficamente parlando, e infatti uso tecniche e segni diversi a seconda del tipo di disegno o di dipinto che devo fare. Credo che, malgrado ciò, il mio modo di disegnare sia facilmente riconducibile a me.
La mia più grande fonte di ispirazione è la realtà che si nasconde dietro alle apparenze. Nelle mie opere cerco di rappresentare il vero, che non è ciò che vediamo ma ciò che quella superficialità visibile nasconde. Per capirci, mi interessa di più catturare la luce dello sguardo di una persona che fargli un ritratto riproducendo le sue fattezze.

Sei il curatore di MURo Museo Urban di Roma e anche GRAArt, puoi dirci qualcosa di questi progetti?
Sono entrambi dichiarazioni d'amore verso la Città Eterna. Roma è come una nonna di tremila anni che ha infinite storie da raccontarci, e dipingere nelle sue strade è un po' come tatuare la sua pelle: non si può prescindere da quelle storie. MURo è un progetto che ho avviato spontaneamente dieci anni fa al Quadraro, chiamando colleghi artisti di tutto il mondo a raccontare attraverso i murales le storie del quartiere, e che poi si è allargato prima a Torpignattara e poi a tutta la città producendo negli anni decine di opere. GRAArt invece è nato già grande, nel 2016, grazie a una commissione di ANAS e ha finora realizzato 17 grandi murales attorno al Grande Raccordo Anulare che si relazionano con la storia dei luoghi di Roma dove sono dipinti e si propongono perciò di divenire dei simboli di quelle zone.

Sei noto a Roma per le tue opere di grande misure come i ritratti (PopStairs) dipinte sulle scale in zone della città come Trastevere e Trionfale - qual è la tua tecnica per realizzarli?
Sono opere dipinte sulle scalinate e dedicate alle donne, e ho iniziato a realizzarle perché credo che questa città abbia bisogno di più monumenti 'al femminile'. Ogni opera richiede almeno una settimana di lavoro e uno staff di 2 o 3 assistenti oltre me, tutti inginocchiati per più di 12 ore al giorno. Quindi la tecnica direi che sta tutta nella preparazione fisica!

Dove sono i tuoi lavori principali, e c'è una zona di Roma dove sono più concentrati?
Sono soprattutto nelle periferie perché lavorando su grandi dimensioni non è facile ottenere permessi per le facciate dei palazzi dei centri storici. Anche se ritengo che ad artisti di chiara fama e lunga carriera si dovrebbero concedere, perché le città sono vive anche grazie alla stratificazione delle opere d'arte prodotte nel corso dei vari secoli. A Roma comunque ho dipinto ovunque, sul sito diavu.com nell'area Outdoor abbiamo messo una mappa dei miei murales proprio per rispondere dove sono con esattezza.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
A ottobre parteciperò alla mostra collettiva alla galleria Rosso20Sette Arte Contemporanea "Da sketch a MURo" che chiuderà i vari eventi del primo MURo Festival e produrrà un catalogo che celebrerà i primi 10 anni del progetto MURo. Poi se ci riuscirò mi piacerebbe coniugare tre miei amori: street art, editoria e musica. Nel frattempo dipingerò tanti altri murales.

30 luglio 2019

Chi è contro la mafia lo preferiamo morto

David Diavù Vecchiato, "Chi è contro la mafia lo preferiamo morto". Grafite e pastelli ad olio, cm 30 x 22, luglio 2019
Voglio narrarvi due fatti accaduti in quest'afosa estate a Roma, uno a Quarto Miglio, l’altro a Ostia. Due eventi di differenti gravità (immagino che il secondo fatto lo avrete letto sui giornali e/o online...), ma entrambi utili a una riflessione sulla confusione etico-morale che si sta vivendo - anzi vivacchiando - in Italia, ok non solo in Italia, ma direi particolarmente in Italia. 

Et voilà, il fatto numero 1:
sapete che nella vita io mi occupo un pochino anche di Arte Pubblica, no? Bene, la scorsa primavera nel quartiere Quarto Miglio a Roma ho curato con il MURo (Museo di Urban Art di Roma) il progetto artistico MURo mARkeT. Abbiamo realizzato nel mercato rionale di via Menofilo - appena riqualificato dal VII Municipio - 5 opere d’arte pubblica dedicate alla Storia di quel territorio che è tra la via Appia e la via Latina. Opere murali di Jim Avignon, Lucamaleonte Beau Stanton e mie. Ha collaborato al progetto anche Mirko Pierri, per la realizzazione del laboratorio di Arte Urbana nel Liceo Artistico G. C. Argan.

Studenti al lavoro nel workshop di Arte Urbana legato al progetto MURo mARkeT curato da Mirko Pierri e Jakke Theyssens

Qualche settimana fa scopro da un articolo e da un video postato dalla Presidente del Municipio VII di Roma Capitale Monica Liozzi che qualcuno ha vandalizzato quel mercato, spaccato serrande, rotto finestre e porte, danneggiato sia i box dei fruttivendoli che quelli ancora da assegnare.
La Liozzi nel video attacca la "baby gang" che ha provocato questi gravi danni, accusando quei giovani (poiché alcuni testimoni hanno affermato che trattasi di giovani) di essere «imbecilli senza spina dorsale» e «una massa di vigliacchi che non valgono nulla», e chiude ammonendo: «o ricominciamo ad avere un senso civico, un senso di comunità forte, dove insieme controlliamo ed educhiamo i nostri figli, oppure non credo che ci sia speranza». 
Sotto il suo video c'è qualche commento espresso in tono civile, poi parte la lista dei soliti prevedibili sfoghi istintivi e rabbiosi, tra chi invoca la galera per questi ragazzi, chi i manganelli e chi attacca il “buonismo” come causa di tutta questa inciviltà e di tanto disprezzo per la legalità e per i beni pubblici. Evvabbeh, passiamo ora al fatto numero 2.

La Presidente del Municipio VII denuncia la vandalizzazione del Mercato Menofilo

E spostiamoci a Ostia, litorale romano:
alla Stazione Metro Lido Nord ancora il 'nostro' Mirko Pierri con la sua associazione a.DNA ha curato il suo più recente progetto di Arte Pubblica, reso possibile grazie a un bando del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca - e alle scuole del territorio che vi hanno aderito coi loro progetti e che lo hanno vinto - e che ha visto crescere nei mesi scorsi la partecipazione di tanti studenti, professori, associazioni e operatori culturali che hanno condiviso il percorso partecipato - aperto alla popolazione - che ha indicato all'artista Lucamaleonte le persone da dipingere sulle pareti.
Mesi di lavoro divisi in varie fasi, finalizzate alla realizzazione di: 1) un murale nel Liceo Classico Anco Marzio con il ritratto al deportato dal nazifascismo Sami Modiano (sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, vive oggi tra Ostia e Rodi, isola in cui è nato), 2) vari ritratti in stencil delle vittime della mafia Peppino Impastato, Giancarlo Siani, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, dipinti dai ragazzi ed esposti un paio di mesi fa proprio alla Stazione di Lido Nord, e 3) un murale finale, dell'artista Lucamaleonte, coi volti di chi la mafia e l'illegalità le combatte ogni giorno oggi a Ostia, attraverso denunce, inchieste, progetti sociali e culturali e altre iniziative tese a tenere unito il senso di comunità e a promuovere la legalità.

Studenti del Liceo Anco Marzio al lavoro nel proprio istituto sull'opera dedicata al deportato Sami Modiano

Alcuni degli studenti coinvolti nel progetto spiegano ai cittadini una tappa del percorso di studio antimafia

Altri studenti coinvolti nel progetto iniziano a lavorare con l'artista Lucamaleonte al murale della stazione metro Lido Nord di Ostia

Il murale di Lucamaleonte a Lido Nord inizia a prendere corpo

Anche in quest’ultima opera ci sono vittime di mafia, certo, ma i cittadini (studenti ma non solo) le hanno volute a fianco a volti comuni di giornalisti, insegnanti, studenti, bambini... insomma di individui che stanno indubbiamente dall'altra parte rispetto alla mafia e alle sue logiche criminali. 
Dalla parte della legalità, appunto.
E qua è nato il problema, con relative polemiche. Questi ultimi ritratti non sono piaciuti a qualcuno, e fin qui tutto normale: è matematicamente impossibile che una cosa piaccia a tutti, figuriamoci se questa è un'opera d'arte dipinta in strada. Ma un consigliere municipale di Casapound ha colto immediatamente l'occasione per protestare, attaccando dei poster sul murale in fase di realizzazione (addirittura un "Parlateci di Bibbiano", vi giuro!) e scagliandosi attraverso i social network contro Municipio X, associazione a.DNA, artista e studenti, accusando tutti di essere del PD (?) e di aver speso 50.000 euro di soldi pubblici per realizzare quel murale.
Premetto che - fossero stati spesi davvero - sarebbero stati il costo legittimo di un'opera d'arte di un artista riconosciuto internazionalmente, e si sarebbe anche dovuto investire parte di quei soldi per mantenerla più a lungo possibile quell'opera d'arte. E io avrei chiuso qua il dibattito, e chi avesse voluto protestare avrebbe potuto usare lo strumento democratico che esiste in questi casi: richiedere una convocazione della Commissione di Controllo, Garanzia e Trasparenza del Municipio, dove si sarebbero trattati pro e contro del murale ed eventualmente decisa la sua rimozione, se ci fossero stati cause ed elementi per farlo.
Ma una simile convocazione ufficiale non si poteva richiedere perché ciò su cui si sarebbe basata la richiesta erano solo miserrime fake news, false informazioni inventate per far indignare il contribuente ignaro ed aizzare gli haters arrabbiati, bufale superficiali e maligne sotto le quali il consigliere di Casapound ha messo la sua firma, senza alcuna remora né pudore. 
Eppure un po' di tensione morale verso la verità dovrebbe essere obbligatoria quando si dibatte pubblicamente di tematiche legate all'amministrazione di un territorio, e noi la dovremmo pretendere - soprattutto da chi fa politica o crede di farla - in quanto siamo noi i contribuenti che tengono in piedi questo Stato, coi nostri sacrifici quotidiani. 
Invece questa maniera immorale di fare propaganda a cui ormai ci siamo assuefatti - che fino a poco tempo fa poteva essere solo anonima e sotterranea e ora è addirittura sbandierata con vanto da alte cariche dello Stato grazie all'autodivulgazione sui social networks - sta dettando sempre di più le regole della comunicazione civile. "Civile" per modo di dire, ovviamente.
Ma allora qual'è la realtà in questa vicenda? 
È realtà che quel muro è proprietà della Regione Lazio, è realtà che è stato dato in concessione ad ATAC, è realtà che quei 50.000 € erano destinati agli istituti scolastici per la realizzazione dell’intera operazione didattico-culturale e sociale e che sono di un bando del MIUR legittimamente vinto dalle scuole, ed è realtà che di questi soldi solo 3.000 euro sono stati investiti per questo murale. Infine, è reale pure che il Municipio X ha concesso soltanto il Patrocinio all'intero progetto e l'occupazione del suolo pubblico per parcheggiare la piattaforma elevatrice durante i lavori al murale, senza aver versato assolutamente alcun contributo.
Dunque la realtà è ben lontana dalle fake news divulgate. 
Comunque, per quanto possano amareggiare, quelle falsità diffuse dall'esponente di Casapound sui social network potremmo contestualizzarle e ritenerle prevedibili: la lotta alla mafia non è mai stata una priorità di chi inneggia alla razza pura e di chi considera molto più urgente combattere i matrimoni tra gay o altri diritti civili, piuttosto che la criminalità organizzata o altri problemi drammaticamente concreti e dannosi che stanno aumentando a dismisura e conducendoci in una deriva senza ritorno. Cosa Nostra è della razza nostra, e lo sa bene tutto il mondo, e a sue spese. E anche il senso di legalità non mi risulta essere l'argomento prioritario di quel movimento che occupa illegalmente un palazzo storico di 6 piani nel centro di Roma da 16 anni, senza alcuna necessità abitativa riscontrata, causando un danno alle casse pubbliche finora quantificato in 4 milioni e 600 mila euro. 
Un palazzo che tra l’altro - ma tu guarda l'ironia della sorte - era proprio del MIUR.
Ciò che è assai meno prevedibile in questa vicenda è che il signor Antonio Di Giovanni, consigliere 5 Stelle al Municipio X, abbia fiancheggiato la posizione di Casapound definendo il murale in corso «il simulacro della Sinistra del territorio», e chiedendo di cancellarlo immediatamente, aggiungendo: «questa Amministrazione sta incentivando la Street Art come forma di rivalutazione del decoro urbano, ma non svolgerà il ruolo di sponda a certi nostalgici di partiti di qualunque tipo, che cercano di appropriarsi di grandi temi che, al contrario, non sono appannaggio di nessuno, se non della collettività».
E invece, ma tu guarda, il signor Di Giovanni ha fatto proprio in modo che l'Amministrazione abbia svolto il ruolo di sponda ai nostalgici del fascismo, e a quel tipo di appropriazione ideologica del territorio.
Da quel momento si è messa in moto la macchina del fango mediatica per demolire quel murale - anzi per sfruttarlo come occasione di propaganda elettorale - che ha travolto tutti, studenti compresi.

Uno dei primi articoli online contro il murale

«Vergogna! Con tutti i problemi di Roma ecco dove finiscono i nostri soldi», «Fondi pubblici su spazio pubblico per celebrare non si sa bene chi e cosa», «Se pensavate di fare il bello ed il cattivo tempo, coperti da un’amministrazione grillina latitante che si fa sentire solo quando è chiamata direttamente in causa, avete capito proprio male. Ora quello che resta del murales è un'insipida insalata di partigiani e illustri sconosciuti da 50.000 euro»... eccetera, eccetera, eccetera...

Ma qual'era l'obiettivo di tanto livore nei confronti di un dipinto, frutto oltretutto di un percorso condiviso tra scuole e associazioni del luogo? 
Apparentemente quello di eliminare qualche persona da quel muro, cioè i volti di soggetti ritenuti pensatori troppo di sinistra, come ad esempio quelli degli artisti storici di Ostia Giorgio Jorio e Mario Rosati - quest'ultimo autore del monumento dedicato a Pier Paolo Pasolini all'idroscalo - o della giornalista Federica Angeli, malvista (oltre che da Casapound) dai clan mafiosi di Ostia che lei ha denunciato con le sue inchieste, che vive sotto scorta da 6 anni a causa delle minacce subite.
Insomma, persone che - viste le premesse - gli studenti e le associazioni di Ostia avevano scelto e suggerito come simboli per il LORO murale contro le mafie. Sicuramente ognuno di quei volti-simbolo è una scelta opinabile, così come lo sono molte decisioni legate all'arte urbana ma, visto che il momento della discussione si era concluso da settimane negli incontri effettuati sia nelle scuole che in un luogo pubblico aperto a tutta la cittadinanza come il Teatro del Lido di Ostia, per contestarle si sarebbe dovuto agire in maniera democratica, ovvero presentando una richiesta di convocazione della Commissione di Vigilanza del Municipio, e non certo agendo così come si è agito.
Ma allora se lo strumento democratico per opporsi a un'opera d'Arte Pubblica esiste, perché comportarsi in questo modo?
Perché la cancellazione dei volti non era l'obiettivo, ma il risultato che i due consiglieri municipali si aspettavano. Un risultato che avrebbe coronato con la vittoria il vero obiettivo. 
E qual'era allora questo obiettivo?
Ragioniamo: su quel muro Casapound attaccava abitualmente manifesti di propaganda politica abusivi, è dunque comprensibile che lo percepisca - benché illecitamente e senza diritto riconosciutogli (finora) - come un po’ suo, e che dunque pretenda di decidere chi può e chi non può usarlo.
Il vero obiettivo perciò - che hanno avvertito sulla propria pelle come una mortificazione gli studenti, i loro docenti, i loro genitori, a.DNA, le associazioni di Ostia e i cittadini che avevano partecipato agli incontri - era dunque quello di mandare un chiaro messaggio intimidatorio a loro e alla cittadinanza tutta: questo muro non è vostro e voi non potete decidere nulla. Questo muro è nostro.
Lasciatevelo dire da chi l'Arte Urbana la fa da molti anni: si tratta del tipico messaggio che chi pretende di esercitare il potere di controllo su un territorio invia a chi si azzarda ad intervenire 'nella sua zona' di testa propria.
E tale obiettivo intimidatorio è stato prima legittimato e poi perfettamente raggiunto quando a questo punto della storia è subentrata l'autorità ufficiale del Municipio X a richiedere all'associazione a.DNA di cancellare quei volti, con la motivazione che non erano gli stessi presenti nel progetto iniziale, quello da loro approvato.
Certo che non lo erano: Borsellino, Falcone, Impastato e Siani li abbiamo già visti negli stencil realizzati dagli studenti, in una fase intermedia del lavoro. Per il murale finale studenti, associazioni e cittadinanza avrebbero scelto volti-esempio della lotta alla mafia locale e quotidiana e questo l'associazione a.DNA lo aveva spiegato chiaramente in quel progetto.
La 'soluzione' del Municipio per porre fine alle polemiche a quel punto è stata quella di proporre la cancellazione dei volti dei personaggi ancora in vita.
Il nuovo messaggio è diventato dunque: la mafia si combatte solo da morti.
Ma egregia Presidente Di Pillo, e gentili amministratori tutti del Municipio X, questa vicenda l’avete gestita con imperdonabile superficialità, proprio come se quegli altri cittadini - cioè gli studenti, i docenti, ecc... - non fossero stati anch’essi cittadini. Avete meditato su chi merita il rispetto e l'attenzione che si dovrebbero ad ogni cittadino? Li merita solo chi se li prende di prepotenza, prevaricando gli altri, intimidendoli - forte anche delle proprie note azioni regresse (vedesi ad esempio questo link o questo link)- o li dovrebbe ricevere ogni cittadino, soprattutto chi è in prevalenza numerica, come stabilito dal principio di maggioranza che regola le decisioni collettive nelle democrazie?


Un servizio di Canale 10 coi volti cancellati dal murale

 
Un post dell'esponente di Casapound

Nel frattempo c'è stata l'apoteosi di articoli sulla stampa nazionale, raccolte firme online, altre strumentalizzazioni di comodo un po' a destra e un po' a centrosinistra, e ognuno ha tirato acqua al proprio mulino.

Qualche giorno fa, sotto i colpi provenienti ormai da più direzioni, la Presidente del Municipio X ha promesso che farà realizzare a spese del Municipio X un nuovo murale coi volti cancellati. Forse per mettere un punto a questa triste storia, esausta anche lei di tutta la strumentalizzazione politica che lei stessa ha scatenato attorno al murale, ha optato per una chiusura surreale a una vicenda ridicola. Chissà.

Ma io vorrei fare ora un ultima riflessione su questo fatto numero 2, se avete ancora la pazienza di seguirmi. Una riflessione a mio avviso abbastanza seria: istigare pubblicamente all'odio contro l’operato di ragazzi di alcuni licei mentre questi stanno seguendo un progetto scolastico in strada - dunque facilmente esposti agli attacchi di qualsiasi squilibrato - deve essere sembrato ai due consiglieri municipali una buona occasione di propaganda elettorale, sia personale che per il proprio schieramento. È invece da ritenersi un comportamento profondamente immorale, e so bene di cosa parlo perché di attacchi mentre dipingevo opere d’Arte Pubblica in strada io ne ho subiti e vi garantisco che è l’ultima cosa che voste capitasse ai vostri figli, quella di trovarsi a temere aggressioni violente mentre sono in strada.
Infatti quello che questa società civile dovrebbe pretendere - non solo dai due consiglieri ma da tutti coloro che hanno alzato i toni, negli articoli come nei post e nei commenti sui social network - è che si domandi umilmente scusa a quei giovani studenti per la situazione di pericolo alla quale quelle irresponsabili esternazioni li hanno esposti. 
Pur di inasprire le polemiche tra noi non siamo più in grado di proteggere i nostri giovani, malgrado proteggerli sia il nostro compito naturale di adulti? 
Allora - visto quanto sappiamo essere molto più immaturi di loro nei comportamenti e atteggiamenti pubblici - è giunto il momento di chiedergli scusa. E chiedere scusa a loro potrebbe essere un minimo tentativo di rifondare prima o poi un dibattito politico e sociale civile e costruttivo in questo Paese, ripartendo proprio dai giovani.
Chiediamogli scusa a questi studenti - oltre che per i toni delle polemiche e per averli esposti a potenziali pericoli, e alla peggiore gogna pubblica - anche per l’umiliazione che loro e altri cittadini hanno dovuto subire da parte dei due consiglieri, degli organi di stampa, degli haters e infine anche del Municipio X, quindi di una delle autorità che ci rappresentano. 
Il progetto globale coinvolge 10 scuole, ovvero 36 classi, 32 docenti e un migliaio di studenti, tra cui quelli che hanno lavorato sull’ideazione di questo murale in particolare, ed è realizzato coi soldi di un bando del MIUR, quindi indirizzati a iniziative che devono coinvolgere gli studenti e renderli protagonisti. Sono soldi nostri che lo Stato ha dedicato a loro, e invece un manipolo di adulti si è preso la briga di voler decidere chi può o non può essere dipinto nella loro opera di Arte Urbana, calpestando così pubblicamente il paziente lavoro di mesi di un nutrito gruppo di persone che era arrivato a quelle scelte.
Si è parlato di censura, ma la censura mira a penalizzare opere contenenti offese al pubblico pudore, alla morale o alla persona, messaggi pubblicitari, scene di violenza, messaggi politici espliciti, che esprimono magari intolleranza o offensivi nei confronti di religioni, etnie e minoranze varie. Questa è peggio di una censura, è un esercizio di controllo del territorio: è arrogarsi l'autorità di decidere chi può e chi non può agire su un'area della città e quali idee o simboli può o non può esprimere. 
E quando i temi che si vanno a toccare o i soggetti che si trattano infastidiscono qualche potere forte, piuttosto che rischiare di fargli uno sgarbo celebrandone i nemici, è sempre molto più facile omaggiare i morti. 
Ringraziandoli così pubblicamente di essere morti, e onorando così implicitamente chi li ha uccisi.

Ora vi chiederete perché io vi abbia raccontato in apertura la prima vicenda - quella del mercato vandalizzato al Quarto Miglio.
L’ho fatto perché ritengo che quella «massa di vigliacchi senza spina dorsale» abbia fatto un gran bene a sfondare tutto. 
Pensateci un attimo: hanno coerentemente seguito l’esempio che gli stiamo dando ogni giorno noi adulti da troppi anni ormai, con le nostre liti dai toni sempre più violenti e volgari, con il nostro odio e la nostra intolleranza crescenti, con la nostra mancanza di etica, che ci spinge addirittura - come in questo caso - ad esporli al pubblico disprezzo e a gravi rischi, pur di soddisfare i nostri più biechi fini propagandistici e il nostro tornaconto individuale.  
Questo fatto di Ostia è una dimostrazione palese di come i cosiddetti 'nemici' che ieri erano i "terroni" e oggi i neri, gli extracomunitari, i gay o i "diversi" in genere, domani possono diventare i nostri stessi figli, senza che nemmeno ce ne rendiamo conto.
Se il percorso che 1000 giovani studenti hanno intrapreso assieme verso il rispetto della legalità e se la scelta dei simboli che hanno individuato per raccontare questo loro importante percorso ai propri concittadini attraverso l’arte viene calpestato platealmente con sprezzo per questioni ideologiche e di controllo del territorio - senza nemmeno un vero confronto pubblico se non una squallida gogna mediatica - cosa possono fare questi giovani se non risponderci sfondando tutto ciò che noi costruiamo e che riteniamo tanto importante? 

Il futuro lo stiamo costruendo molto male, dando sempre più voce e ragione a chi vuole farci combattere una brutta guerra contro la fratellanza tra persone, contro i diritti civili duramente conquistati in decenni di sacrifici e contro la dignità umana, contro l'amore e l'amicizia e contro la libertà di ognuno di noi.
Se è solo questo baratro ciò che sappiamo costruire allora aspettiamoci il peggio. 
Perché quelle "baby gang" cresceranno, mentre noi adulti prepotenti e cattivi invecchieremo. E lo faremo sotto i loro sguardi.

(Brano suggerito come colonna sonora nella lettura del pezzo: "Diventa demente", Skiantos: https://www.youtube.com/watch?v=K3yz2KTfL6Y":

1 giugno 2019

Intervista su Artribune (maggio 2019)


Una manifestazione dedicata ai progetti di Arte Urbana e di Street Art realizzati a Roma e in Italia dall’Associazione Culturale MURo negli ultimi dieci anni, un’occasione per riflettere su come la Street Art, dal punto di vista teorico e pratico, sia cambiata ed evoluta in questo lasso di tempo. È questo in sintesi l’obiettivo del MURo Festival, in programma nella Capitale fino al prossimo ottobre con eventi e appuntamenti che coinvolgono diverse istituzioni della città. Per capire il senso del festival, bisogna fare però un passo indietro fino al 2010, anno in cui lo street artist David Diavù Vecchiato fonda il Museo di Urban Art di Roma (MURo). Si tratta si un museo diffuso di Urban Art, un progetto che mette in relazione gli artisti con il territorio e gli spazi su cui poi andranno a intervenire con le loro opere, nel rispetto dei luoghi e creando relazioni con gli abitanti. Tutti temi affrontati durante i diversi appuntamenti del festival attualmente in corso, e di cui abbiamo parlato con David Diavù Vecchiato in questa intervista.

10 anni fa fondavi il Museo di Urban Art di Roma, con l’obiettivo di mettere in relazione gli street artist con il territorio in cui realizzano le loro opere. Dal Museo di Urban Art, come nasce e si sviluppa poi l’esigenza di creare il MURo Festival?Dopo 10 anni dedicati alla produzione di tante opere e altrettanti progetti di arte urbana tra le strade di Roma e di tutta Italia, ritengo sia naturale sentire l’esigenza di fermarsi un attimo per confrontarsi su temi che periodicamente ritrovi sempre sul tuo percorso – e sempre irrisolti -, malgrado vorresti vederli superati e dimenticati. Per dirla tutta, non è certo per celebrare MURo o l’omonima associazione e il suo staff instancabile che stiamo realizzando questo festival, ma per dialogare con tante altre realtà e mettere a loro disposizione la nostra esperienza decennale in questo campo. Veder procedere ancora oggi a tentoni chi desidera occuparsi della cosiddetta “Street Art” e lo fa usando un approccio dilettantesco è deprimente.

In che senso l’approccio alla Street Art è “dilettantesco”?
Ci sono amministrazioni pubbliche di città importanti che affidano a organizzatori di eventi di intrattenimento il compito di contattare degli artisti per lavorare gratuitamente sulle pareti dei loro quartieri. Ci sono artisti che dipingono in tutto il mondo eppure non sanno minimamente cosa sia la tutela legale di un’opera “di ingegno”. E ci sono tanti sedicenti “curatori” che ti invitano in quanto artista, ti indicano un muro dicendoti “vai e dipingi quello che ti pare” e ti lasciano solo senza alcuna informazione sull’area in cui stai lavorando e senza supporto tecnico.


Alla luce di queste riflessioni, in che modo il MURo Festival può offrire occasione di dibattito?
Questi appuntamenti sono l’occasione per mostrare alcuni nostri lavori del passato, spiegando come sono stati realizzati, ma anche per porre domande a istituzioni come ANAS, Municipi, Ambasciate, Soprintendenza Capitolina e altri sulle loro posizioni nei confronti di quest’arte che è sempre meno illegale e spontanea e sta diventando sempre più la nuova Arte Pubblica. Il mondo dell’arte sta soffrendo di immobilità, diciamocelo chiaramente, però aumentano le commissioni di opere di “Street Art”. L’arte fino a ieri più vilipesa e denunciata è oggi la più richiesta dalle istituzioni dunque. Sembrerebbe una contraddizione, e in effetti lo è finché la si continua a chiamare in quel modo. È fin troppo evidente che ormai non si tratta più di “Street Art”. Dunque è arrivato il momento di farci i conti.


Quali sono gli obiettivi del Festival? Quali sono i personaggi, le istituzioni e i luoghi coinvolti?
Abbiamo iniziato l’11 maggio al museo Macro di via Reggio Emilia, spiegando il progetto GRAArt (www.graart.it) e raccontandone genesi ed intenzioni. Abbiamo proiettato i 10 documentari inediti che mostrano come dietro al murale di ogni artista invitato a dipingere attorno al Grande raccordo Anulare ci sia dietro uno studio sui miti e sulla storia del territorio in cui l’artista ha operato. Nella tavola rotonda In nome della Street Art si è discusso di come si stia passando dal fare Street Art al produrre una nuova forma di Arte Pubblica e si è parlato quindi dell’eventualità di conservazione delle opere in strada, mostrando diverse testimonianze in merito, dall’operato di tutela “sul luogo” dell’associazione internazionale di restauratori e chimici Yococu fino agli strappi di murales di Luca Ciancabilla & co. che scatenarono le reazioni di Blu a Bologna nel 2016, quando l’artista coprì col grigio le proprie opere in città.


Un incontro è stato dedicato anche al tema del diritto d’autore…
Sì, il 18 maggio durante l’incontro Le mani, i pennelli e gli spray sulle città abbiamo affrontato con due avvocati il tema del diritto d’autore e di lecito ed illecito nella Street Art (e nelle opere d’Arte in strada in genere). Il giorno successivo invece è stata la volta della Street Art vista dai grandi media, e il direttore di Sky Arte è stato tra gli ospiti dell’evento. Durante le due date è stata inoltre presentata una rassegna di tutti i documentari tv MURO, che io stesso ho curato per Sky, e degli Street Art Tour virtuali tra i murales di alcuni nostri progetti.


Quali sono i momenti topici del programma del Festival?
Oltre agli incontri di cui abbiamo parlato finora – occasioni di dibattito piuttosto rare nel nostro ambiente – ci saranno anche momenti più leggeri. Ad esempio venerdì 31 maggio alle 18 presentiamo il nostro ultimo progetto di Urban Art a Roma, che punta a trasformare il Mercato Menofilo di Quarto Miglio in una galleria di opere en plein air di artisti come Beau Stanton, Jim Avignon, Lucamaleonte e Nicola Verlato, dedicate a tematiche storiche di quell’area della via Appia. Ci vedremo proprio là al mercato assieme alla musicista Stefania Placidi, che le storie più divertenti dell’Appia ce le canterà.


In un incontro affronterete anche temi politici attuali…
L’ultima tavola rotonda del MURo Festival al Macro è Oltre il MURo, e si terrà domenica 9 giugno alle 16. In quell’occasione noi artisti faremo domande a chi si occupa concretamente di una tematica di cui riteniamo urgentissimo parlare: la libertà di espatrio, quindi le migrazioni in mare e il ritorno all’autoritarismo a cui stiamo assistendo in tutto il mondo e che a noi non piace per niente. Questo è un incontro che ho voluto personalmente e che modero assieme al musicista Pierpaolo Capovilla, nella piena convinzione che chi fa arte ha un ruolo politico e sociale a cui non deve sfuggire. Infine ci sarà la mostra del festival che inaugura il 5 ottobre alla Rosso20Sette Arte Contemporanea, e che vedrà la presentazione del primo catalogo dedicato al lavoro del MURo di questi 10 anni.

– Desirée Maida

QUI sul sito di Artribune la versione originale dell'intervista.

Video integrale della tavola rotonda "In nome della Street Art" tenutasi sabato 11 maggio 2019 al MURo Festival al MACRO

31 maggio 2019

Intervista su Secondo Piano Scala B (maggio 2019)


Ci puoi raccontare le ultime esperienze di cui ti sei occupato? Quali sono i progetti che segui attualmente?
In questi giorni ho terminato dei murales nel territorio del Municipio VII di Roma che fanno parte del MURo Festival, un progetto che prevede murales di artisti italiani e internazionali, 2 rassegne di documentari, 4 tavole rotonde e una mostra, in un calendario che va da aprile a novembre 2019. MURo (Museo di Urban Art di Roma) è il progetto di Arte Urbana che ho avviato nel quartiere Quadraro dieci anni fa e che si è poi ampliato in tutta Roma, dal quale è nata l’Associazione omonima che fa arte in tutta Italia e l’omonima serie di documentari TV sulla Street Art che ho curato per Sky Arte. Dopo tanti anni di produzioni artistiche a contatto con la strada – ovvero in relazione con la quotidianità delle persone – ci siamo decisi di affrontare pubblicamente alcune tematiche che ruotano attorno al fare arte negli spazi pubblici e condivisi, e abbiamo deciso di farlo coinvolgendo membri di istituzioni italiane e internazionali e vari studiosi tra storici dell’arte, restauratori, avvocati, ecc.


Facendo un passo indietro nel tempo, qual è stata l’urgenza che ti ha “mosso” in particolare verso la street art, rappresentando per buona parte il mondo del Cinema? Cosa ti deve colpire quando scegli il soggetto, quando crei un personaggio cinematografico o racconti una storia?
Verso la Street Art mi ha spinto l’esigenza di essere artista in modo differente dalla figura stereotipata degli artisti del Novecento. Non volevo insomma fare la mia arte da una specie di Olimpo distante dalla quotidianità delle persone comuni – comuni come lo sono anch’io – in cui l’artista-genio crea solo per frequentatori di gallerie e musei in grado di capire ed interpretare le sue produzioni. Più del mercato dell’Arte Contemporanea di prestigiose fiere e gallerie a me interessa che la mia arte sia alla portata di tutti, anche a costo di adattare la mia ricerca stilistica per andare incontro a una più semplice comprensibilità, perché credo fortemente nel potere politico dell’arte. E l’arte in strada può essere potente se un’opera diviene un simbolo. Per farti un esempio, ho iniziato a dipingere attori e registi in strada nel 2014, proprio quando un comitato di quartiere, a Torpignattara, ha chiesto a me e MURo di realizzare opere di Street Art in grado di stimolare la riapertura di un edificio enorme chiuso da decenni, lo storico Cinema Impero. Scelsi di dipingere Pasolini, Anna Magnani, Mario Monicelli e i fratelli Citti in un territorio che è stato il set urbano di molti loro film, e su un cinema oggi chiuso che molti di quei film li ha proiettati. Abbiamo così richiamato in strada giornalisti, amministratori locali e ci fu una diretta tv della Rai, e tutto ciò accese i riflettori su quel luogo aiutando a stimolarne la riapertura. Ora è un’importante scuola di Teatro, e presto riaprirà anche la sala cinema.


Cosa ti affascina maggiormente della street art? Perché è un linguaggio che cattura l’attenzione di persone e personalità molto diverse tra loro?
La Street Art è effimera, nel senso che negli anni scompare dal muro su cui è dipinta e non ne resta traccia. È impermanente, proprio come noi. Eppure viene continuamente fotografata e diffusa in tutto il mondo in modo capillare tramite web e social network. Questa apparente contraddizione mi affascina. Ma mi affascinano anche le reazioni delle persone di fronte alle opere, dalla sorpresa alle critiche, dalla curiosità alle lodi, fino alle contestazioni, c’è sempre molta vita attorno alla realizzazione dei murales. È un’arte che crea un dibattito pubblico che difficilmente altre pratiche ed espressioni artistiche riescono a provocare.


Hai lavorato e lavori con molti giovani universitari. Qual è il loro approccio verso l’arte, a tuo avviso?
Generalizzando direi che subiscono più il fascino della Street Art che dell’arte in genere, perché un artista che è sospeso a decine di metri su un palazzo a dipingerne la facciata o che agisce anonimamente di notte lasciando tracce di sé nelle strade della città , è un esempio di libertà che attrae la curiosità dei più giovani. Ma questo a volte è solo un elemento di attrazione e, in realtà, sono molto interessati anche alle diverse tecniche usate nell’arte urbana e ai diversi motivi per cui la faccio. Da parte mia cerco di lavorare il più possibile in progetti e contesti in cui sono coinvolti studenti di ogni età, perché credo che la formazione e la crescita stessa di un individuo non possano prescindere dall’acquisizione di un proprio senso estetico e dalla conoscenza dell’arte.


Parlando del film “Secondo Piano Scala B”, su quale media ti piacerebbe vederlo (cinema, TV, web) e perché?
Il medium è il messaggio” dice la celebre massima di McLuhan, dunque se si ampliano i media di fruizione di un prodotto si rende più trasversale anche il messaggio di cui è portatore? Chissà, nel dubbio dovremmo poter vedere ormai i film su ogni mezzo tecnologico possibile, anche se io personalmente ti confesso che non amo gli schermi piccoli (smartphone, tablet…) perché mi piace essere avvolto dalle immagini più che tenerle in una mano. E forse anche per questa ragione dipingo grandi opere in strada. Dallo schermo del cinema a quello di un drive in, fino alla proiezione sulla facciata di un palazzo, ecco, questi sono i mezzi sui quali preferirei vederlo.


Ultima domanda: in cosa è stra-ordinaria la tua vita? Quale aneddoto o episodio o evento vissuto ti ha fatto pensare di aver raggiunto un traguardo?
In campo professionale penso di aver raggiunto diversi traguardi, ad esempio importanti committenti o collaborazioni prestigiose e soddisfacenti, ma siccome credo che l’arte sia fondamentalmente relazione, uno dei momenti più intensi del mio lavoro è stato quando nel 2013 ho conosciuto Sisto Quaranta, un uomo che fu deportato dai nazisti assieme ad altri 946 giovani e adulti del Quadraro il 17 aprile del 1944 e miracolosamente tornato vivo. Un paio di anni fa ho dipinto un murale con Sisto, a pochi mesi dalla sua morte. Per il resto non sono mai veramente soddisfatto nel lavoro, mi piace cercare di fare qualcosa di diverso in ogni nuova opera e progetto – soprattutto perché mi annoia ripetermi – quindi ad ogni opera cerco di spostare la mia ricerca un passo più in là, a costo di deludere chi si affeziona a una visione che ha di me e del mio lavoro, e vorrebbe appiccicarmela addosso come un’etichetta per vedere prodotto da me sempre quel tipo di immaginario. Ciò che rende davvero stra-ordinaria la mia vita però non è il lavoro, sono le persone che ho attorno e che amo.


QUI sul sito di Secondo Piano Scala B l'intervista originale.

9 maggio 2019

Fare arte è fare politica, sempre e comunque.

Fare arte è fare politica, sempre e comunque. 
E se quell’arte è in strada il potenziale politico dell’opera diventa folgorante. 

Con il progetto di arte pubblica GRAArt siamo andati a recuperare il senso di storie e miti identitari della nostra tradizione restituendoli in chiave artistica contemporanea ai rispettivi territori. 

Abbiamo dimostrato così che la nostra vera identità è legata all'intera umanità che ci ha preceduto e ha viaggiato nei millenni da un Continente all'altro mescolando usi e costumi di popoli diversi, e non solo a quelle zolle di terra in cui viviamo, che spolpiamo fino all'esaurimento e che definiamo "nostre".

Ecco un estratto dal documentario "Questo insensato desiderio di luce" che racconta com'è nato il mio murale "Enea, Anchise, e..." a Roma e che mostra come il mito di un'antica e lontana discendenza fosse ritenuto dai romani più dignitoso ed importante di una realtà storica vincolata al territorio di origine.


2 maggio 2019

Make Italy great again

“STOP ILLEGAL IMMIGRATION MAKE ITALY GREAT AGAIN”.
Qualcuno l’ha scritto ieri notte sul mio mural “Enea, Anchise e...”, dipinto un paio di anni fa a Roma, in zona Torrino Mezzocamino, in cui ho reinterpretato il mito di Enea, eletto dai romani come padre fondatore, antenato di Romolo e Remo. Ho dipinto quel mural proprio là perché il quartiere guarda nella direzione dell’antica Lavinium, dove il mito racconta sia approdato Enea in fuga da Troia in fiamme, l’ho dipinto per il progetto GRAArt, da me ideato per M.U.Ro - Museo Urban di Roma con la consulenza storica della scrittrice Ilaria Beltramme.

L'opera "Enea, Anchise e..." nel quartiere Mezzocammino a Roma, qui vandalizzata

Il vandalo ha cancellato gli occhi al padre di Enea, Anchise - l’uomo vecchio a terra che rappresenta il passato - e gli occhi della bambina, che rappresenta il futuro. 

Cosa fare ora? In casi come questo c’è chi si arrabbia e si sfoga su Facebook, chi si rassegna a perdere opere dipinte in strada poiché ovvie prede di chiunque, e poi c’è chi si organizza per ripristinare il murale perché come cittadino sa che è un bene prezioso di sua proprietà e per questo ci tiene a conservarlo. Potremmo restare a guardare cosa accadrà, se quella scritta non ci ponesse una questione che va ben oltre il dibattito sulla conservazione di Street Art, murales & co. 


Quella scritta oltre ad essere uno sputo sul quartiere e su ciò che io ho cercato di fare di bello per chi ci vive, è anche uno schiaffo al significato dell’opera stessa, dunque una risposta a me che mi sono permesso di avvicinare idealmente il profugo Enea a un immigrato arrivato in Italia anche lui dal mare ma con un barcone della speranza.  Bene, e allora chiunque tu sia che hai chiuso gli occhi a mio padre e a mia figlia (loro sono i modelli del dipinto...) sappi che non è così che li chiudi a me o che impedisci ad altri uomini liberi come me di guardare il mondo senza paure né pregiudizi. 

Vatti a studiare il mito di Enea, così da comprendere che con questo gesto non offendi me o la mia opera, ma stai offendendo la storia di Roma e dei romani, proprio come hanno fatto per decenni quel politicante a cui evidentemente ti ispiri e il suo partito, finché non si è trattato di venire a mangiarsela anche loro Roma. Allora hanno cambiato nemico tirando fuori le favole dell’immigrazione illegale e della grande Italia. Non vi fate trascinare in queste paure, l’immigrazione non può essere illegale perché sia la Costituzione Italiana che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani sanciscono la libertà di espatrio, e poi se la grande Italia a cui si riferiscono questi deliri è quella del fascismo e delle sue spaventose camicie nere, sappi mio caro vandalo che anche tu hai quel diritto di espatriare in un regime dittatoriale se questa democrazia che la Costituzione ancora ci garantisce ti da’ tanto fastidio. 
Questa stessa democrazia che ti permette di scrivere sui muri e sulle opere d’arte senza mandarti al patibolo effettivamente concede tanti diritti che vengono usati spesso inutilmente...

Al MURo Festival l’11, il 18 e il 19 maggio al MACRO - Museo d'Arte Contemporanea Roma parleremo anche di tutto questo, se venite sabato 11 maggio vedrete il documentario che racconta la nascita e i significati proprio di questo mural, mentre domenica 9 giugno il Festival si espande con una data Off-Topic dove l’argomento non sarà Street Arte e Arte Pubblica stavolta ma proprio le migrazioni e il diritto di espatrio. Quel giorno saremo noi artisti a fare le domande a chi se ne intende di questi temi, per capirci tutti qualcosa in più. 


Grazie caro vandalo dunque, per averci ispirato questo incontro del 9 giugno.
Per un artista tutto può essere fonte d’ispirazione.

30 settembre 2018

Intervista su Artribune (settembre 2018)


Parola all’artista romano che ha fatto della Street Art un terreno di indagine dalle molteplici potenzialità. Mescolando arte urbana, musica e curatela.
David Diavù Vecchiato (Roma, 1970) è un artista, curatore e musicista tra i più noti e attivi street artist italiani ed è sulla scena editoriale e creativa dagli inizi degli Anni Novanta. Oltre ad aver pubblicato numerosi fumetti, copertine e illustrazioni (su La Repubblica, La Repubblica XL, Frigidaire, Blue, Il Cuore, Alias, Linus, Rockstar, Rumore), la sua prima partecipazione a una esposizione collettiva è del 1996 all’Happening Internazionale Underground di Roma e Milano, che gli ha dedicato la prima personale nel 2002.
Numerose le mostre in Europa, Asia e negli Stati Uniti. Ha realizzato una personale per La Triennale di Milano/OFF e, tra le collettive, ha esposto al Museion di Bolzano, al Madre di Napoli e in altri musei italiani e internazionali.
La sua più recente collaborazione con un museo italiano risale all’ideazione e alla realizzazione dell’opera Æquus Parthenopensis sulla scalinata del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Alterna l‘attività visual e curatoriale alla musica. È consulente di collezionisti privati e direttore artistico del progetto Mondopop, che promuove artisti di tutto il mondo vendendo opere e producendo mostre, performance, installazioni ed eventi live. Cura il Festival itinerante di Urban Art, Lowbrow e Pop Surrealism “Urban Superstar Show”.
Dal 2010 è curatore del progetto di Street Art MURo Museo Urban di Roma, museo a cielo aperto da lui ideato e dal 2015 collabora con Sky Arte.
Dal 2016 è ideatore e curatore del progetto GRAArt per conto di ANAS, progetto di Urban Art realizzato a Roma e patrocinato dal MiBAC.
Insegna Fenomenologia delle Arti Contemporanee all’Istituto Europeo di Design di Roma.


Partiamo dai tuoi ultimi lavori: ad esempio ti abbiamo visto impegnato a Napoli in Piazza Pignasecca con Urban Neapolis per presentare il murale Cucù…tetè e in collaborazione con l’Università Roma Tre ‒ DAMS per la realizzazione di dieci murales. Cosa ci puoi raccontare di queste esperienze?
All’Università Roma Tre ho dipinto dieci murales ‒ dedicati ad altrettanti film scelti da me e concordati col Dipartimento ‒ che sono in realtà un’unica opera “totale” e immersiva, visto che tutto il cortile, Aula Parco compresa, sembra ora un grande quadro nel quale si può fisicamente entrare. È la sensazione di trovarsi in un’altra dimensione che il cinema ha dato ai suoi esordi e che mi piace pensare di aver ricreato coi miei grandi dipinti su muro in un luogo dove il cinema si studia.


E a Napoli?
A Napoli in qualche modo è l’operazione opposta: camminando tra i vicoli della Pignasecca vedi spuntare all’improvviso la testa dipinta di un bambino gigante, come provenisse da uno spazio sovradimensionato e stesse gattonando tra i palazzi del centro. Quel bimbo si chiama Mattia Fagnoni ed è stato portato via ai suoi genitori all’età di 7 anni da una malattia rara nel 2015. Proprio con loro ho avviato il progetto Urban Neapolis nel 2016 curando due murales dell’artista polacco M-City e un documentario per Sky Arte e ora, dopo la mia, pensiamo di proseguire con altre opere in città per sensibilizzare le persone al tema delle malattie rare col fine di aiutare economicamente le famiglie colpite da simili drammi.


Qual è la tua definizione di Street Art?
Arte, io la definisco così. L’etichetta “street” le è stata affibbiata perché è in strada, ma è semplicemente arte. Questa pratica di produrre immagini liberamente realizzate nella dimensione pubblica scatena una serie di dinamiche interessanti e quelle sono la vera novità, l’arte di per sé no. Per capirci, un’opera che compri e metti in casa tua ‒ al di là dell’acquisto come investimento ‒ può essere un simbolo per te, può avere un preciso significato affettivo o politico, suscitare in te emozioni e riflessioni, e comunque tutto ciò avviene in una sfera privata. Realizzata in strada la stessa opera diventa arte per tutti e ci costringe a confrontarci con essa, sia esteticamente che intellettualmente. Ci poniamo delle domande che non ci saremmo mai posti: se ci piace o no quell’opera, se la sentiamo come un dono o come un’immagine “imposta”, se ci incuriosisce e ne comprendiamo il senso, se c’è un messaggio dell’artista e in tal caso se lo condividiamo o no, eccetera. L’arte è uno strumento espressivo potente, per questo in molti scelgono di non avere niente a che fare con l’arte nella propria vita. Ecco, la Street Art glielo impedisce, e fa benissimo.


Quali tecniche utilizzi oggi e quali sono le tue preferite?
Per le opere in strada quasi sempre faccio schizzi preparatori per inquadrare le figure nello spazio e definire le proporzioni. Questi mi chiariscono quali foto di riferimento cercare o scattare, poi con la tavoletta grafica al pc passo al bozzetto definitivo e poi, se si tratta di un dipinto, lavoro a pennelli sul muro. In alcune condizioni dal bozzetto preferisco realizzare gli stencil, quindi taglio le “maschere” su cartone e le uso per dipingere a spray sul muro. Nelle opere in studio, oltre a quelle citate sopra, uso le tecniche più disparate, dalla grafite alla china, dai pastelli a olio agli acquerelli, o al collage. Non ce n’è una preferita, è l’opera a scegliere la tecnica con cui vuole essere realizzata.


Come è cambiato il tuo messaggio rispetto agli inizi?
Non so se ci sia mai stato un messaggio. Sensazioni, emozioni e un senso in ogni opera che ho fatto, questo sì. Un significato se vuoi, ma più emotivo che razionale. I messaggi dentro l’opera in questa maniera diventano tanti e a ogni osservatore arrivano in modo diverso. Se intendi poi come sono cambiato io, beh sono un’altra persona rispetto agli inizi, quindi è cambiato il mio approccio al produrre opere che ora è forse più profondo di quando preferivo disegnare immagini dall’impatto più “trasgressivo”. Quello che resta forte e uguale è il legame tra la mia ricerca espressiva e il segno, la linea tracciata: vedo il disegno e la pittura quasi come forme di scrittura. Non sono la composizione verosimile o la prospettiva a guidarmi, quanto il senso e le linee in un’opera. Sono un drogato della linea, potrei tracciare segni per ore e ore, ma non dipingo opere astratte perché il senso è l’altra dominante nel mio lavoro e non voglio che l’immagine perda un proprio senso “comprensibile” per diventare soltanto segno. Soprattutto nell’arte in strada, il senso è ciò che può rendere i murales dei simboli forti, mentre il segno astratto viene per lo più preso per decorazione.


Come ti definisci rispetto alla Street Art? 
Uno sperimentatore di progetti e di linguaggi… o un outsider forse, perché faccio arte in strada, ma se per “street artist” si intende un busker dell’arte visiva allora non lo sono. Dipingo opere, certo, ma ho anche ideato e curato progetti di arte pubblica come MURo Museo di Urban Art di Roma, GRAArt e lo stesso Urban Neapolis. E questo non mi connota solo come curatore. D’altronde ho scritto e disegnato fumetti ma, pur avendo pubblicato su periodici importanti ogni mese per anni, non ho mai pensato di dedicarmi esclusivamente alla carriera di fumettista; ho scritto ed eseguito musiche e canzoni per vari progetti, ma ciò non fa di me un musicista o un cantante. E ho curato i 17 documentari della serie Muro sulla Street Art per Sky Arte, ma la tv non è il mio lavoro. Sono un artista e in quanto tale faccio una libera ricerca con qualsiasi linguaggio ritengo mi sia necessario.


Quanto le città in cui operi hanno influenzato e influenzano il tuo lavoro?
Le città sono come personaggi, con una loro anima e un loro carattere. Sono piene di storie, di segreti, di contraddizioni, e io sono tanto curioso, quindi in ogni luogo che visito cerco di cogliere con empatia e rispetto gli aspetti che mi permettono di conoscerlo e comprenderlo meglio. Questo influenza eccome il mio lavoro. Un progetto o un’opera che realizzo a Napoli è prima di tutto un progetto o un’opera per Napoli, poi un Diavù.


In che direzione va la Street Art? Cosa ti piace e cosa, invece, potrebbe essere ancora fatto?
Ti dirò prima cosa non mi piace della direzione in cui vedo andare certa Street Art. Non mi piace quando amministratori pubblici o committenti privati vogliono scegliere loro sia soggetti che significati delle opere che vanno realizzate, poiché essere artista o curatore richiede anni di lavoro e non è nelle loro competenze e perciò si finisce col trasformare delle potenziali evocative opere d’arte in decorativi motivi da carta da parati o in banali didascalici santini. Si perde così l’occasione di suscitare emozioni e sensazioni profonde e magari un dibattito pubblico, pur di non indisporre il cittadino, che non va invece trattato come fosse audience. Loro esprimano le loro esigenze, ma poi lascino che degli artisti e dei curatori capaci facciano il proprio lavoro. Mi piace invece che questa sia un’arte effimera e temporanea per quanto ci si sbatta a realizzarla al meglio e a lasciare un proprio segno, perché questa caducità la fa somigliare alla bava di una lumaca, o alla vita se preferisci, quindi anch’essa fa riflettere. Mi piacciono però pure quei restauratori che si impegnano nel conservare le opere a lungo anche con l’idea di restaurarle, perché le comunità potrebbero decidere di salvarne qualcuna per i posteri.


In che modo pensi che la Street Art possa aprire nuove opportunità, in ambito artistico?
Prendiamo un esempio vicino: l’Italia. Dopo la Seconda Guerra Mondiale sono stati edificati tantissimi brutti edifici, interi quartieri dormitorio, infrastrutture titaniche, in grigio cemento o con grandi pareti piatte, senza finestre né decori. Esteticamente sono tanti mostri che devastano i nostri panorami urbani che fino ad allora, grazie alla presenza dei piani regolatori, non avevano subito una tale quantità di orrori da palazzinari speculatori e privi di senso estetico, lasciati a briglia sciolta da politici e amministratori pubblici. Oggi questi sono tutti potenziali spazi per l’arte, che può donare una nuova vita, e questo chi è attento alle dinamiche delle città lo sa. Ma la Street Art non la si può relegare a reinterpretare le brutture delle periferie e basta. Ecco, dobbiamo augurarci che gli stessi costruttori e architetti comincino a prevedere spazi per l’arte nei nuovi edifici che progetteranno per il domani, o che delle leggi dello Stato li obblighino a farlo. Sarebbe un augurato ritorno alla collaborazione tra architetti e artisti visivi, una virtuosa dinamica che in passato ha dato origine ai monumenti e alle strutture antiche che oggi tanto apprezziamo. Architetti, azzardate di più e collaborate con gli artisti.


Che ne pensi delle collaborazioni con altri artisti?
Da parte mia tutto il meglio possibile. Sono più di venticinque anni che in tanti miei progetti includo altri artisti. Collaborare è un continuo confronto, crea stimoli, invita alla crescita e spesso è anche divertente. Certo non è semplice, perché l’artista ha una personalità complessa e la diffidenza o la competizione sono sempre dietro l’angolo, ma anche quelle possono essere utili per migliorarsi. E poi le cose troppo semplici mi annoiano.


A chi è più difficile spiegare ciò che fai e ciò che sei?
A chi conosce solo uno dei miei tanti progetti e mi immagina ancora fermo là, mentre a me interessa muovermi rapido in linguaggi e stili diversi. Ma a ben pensarci, così facendo sono io a rendere arduo il compito di etichettarmi, evidentemente perché non mi interessa. Che siano dunque le opere a “spiegarsi”.


I tuoi prossimi progetti?
Ho appena terminato i dipinti per due copertine di dischi che stanno per uscire, una dell’italiano Francesco Di Bella, ex-cantante dei 24 Grana, e una del musicista polistrumentista del Mali Baba Sissoko, per cui avevo realizzato un’altra cover qualche anno fa. Sto per dipingere due murales a Perugia all’uscita della E45, quasi un benvenuto a chi arriva in auto, e sto iniziando una serie di nuovi lavori su tela, dopo una lunga pausa dallo studio per privilegiare la strada. A Roma mi piacerebbe proseguire nella curatela di GRAArt, che fa dialogare Street Art, storia e arte classica su cui abbiamo girato dieci mini-documentari che ora capiremo come distribuire. Poi ho in testa tanti altri progetti ovviamente, tra cui proseguire Urban Neapolis a Napoli, ma per farli diventare concreti servono produzioni, quindi vedremo se scenderanno sulla Terra o no.


Alessia Tommasini

QUI sul sito di Artribune la versione originale dell'intervista.