27 dicembre 2012

Hanno ammazzato Socrate, brutti bastardi!

(Approfitto delle vacanze per riguardare il film di South Park, stavolta con mia figlia Sofia di dieci anni. Mentre discutiamo sui perché dicano tutte quelle parolacce mi viene in mente di riproporvi qui un libro di qualche tempo fa...)


Se pensate di avere la verità in tasca Stan, Kyle, Kenny, Cartman e soci vi faranno abbassare la cresta. «La percezione che le persone hanno della verità non è altro che una percezione, ed è giusto ridere di loro», scrive Robert Arp, docente alla Southwest Minnesota State University e curatore della raccolta di saggi South Park e la filosofia (ISBN Edizioni, 17 euro).

Immanuel Kant (1724-1804), Friedrich Nietzsche (1844-1900), Socrate (469-399 a.C.) e Ludwig Wittgenstein (1889-1951) visti dagli autori di South Park Trey Parker & Matt Stone

Da sempre la satira invita a riflettere sulle questioni che di rado mettiamo in dubbio.
E idem fa la filosofia, dice il volume, che stronca i pregiudizi dalle prime righe.
South Park «si beffa del credo religioso, porta i giovani a mettere in dubbio l’autorità e i valori accertati, corrompe i nostri figli e la nostra cultura».
Ma attenzione, ad Atene nel 399 a.C. le stesse accuse furono alla base del processo contro Socrate e causa della sua esecuzione.
South Park dice «ciò che non è socialmente o moralmente accettabile – ciò che in termini freudiani deve essere represso». Infatti abbiamo tutti pulsioni, desideri, emozioni ed energia aggressiva che reprimiamo e che andrebbero invece espressi e guidati attraverso il pensiero. La repressione riduce queste spinte? No, le relega all’inconscio dove prima o poi esploderanno. South Park apre un varco. La risata è rilascio di energia repressa e infatti abbiamo bisogno dei comici e di chi fa satira perché sono terapeutici.
Ma come la mettiamo con razzismo, blasfemia e handicap presi per i fondelli? Quando gli autori Trey Parker & Matt Stone bollano l’ex-presidente USA Bush come “Panino alla Merda” offendono il potere. Quando fanno manovrare a Cartman un pupazzo di Jennifer Lopez sculettante dall’insaziabile voglia di burro e tacos, sbeffeggiano gli ispanici, una minoranza.

Quando Ben Afflek, fidanzato della Lopez, finisce col fare sesso col pupazzo, ovvero con la mano di Cartman che ha solo dieci anni, fanno ironia nientemeno che sulla pedofilia.
E quando la statua della Madonna spruzza sangue in faccia al Papa e lui conclude che le perdite dalla vagina non sono un miracolo, sono blasfemi.


Eppur si ride.
Arp e soci allora si chiedono: è sbagliato moralmente ridere degli ispanici? E del Papa? E degli handiccapati? Come si fa a difendere due autori che detengono il record di maggior numero di oscenità pronunciate in un film animato per South Park: il film – Più grosso, più lungo & tutto intero? Semplice. Non serve essere razzisti per ridere di una battuta razzista, né blasfemi per ridere del Papa, di Maometto, Buddha o della statua della Madonna.

Siamo in grado di immedesimarci, di immaginare «cosa voglia dire essere un razzista e la descrizione che darebbe di una donna ispanica».
E riderne.


Ma «ciò che si immagina non ha necessariamente a che fare con ciò che una persona crede, pensa, vuole, approva o persino desidera segretamente».
Anzi, la capacità di immedesimarsi nel razzista rende potenzialmente più disponibili a discutere di razzismo. 

I filosofi del libro osservano che, malgrado South Park possa apparire distruttivo e nichilista, discende «da una lunga tradizione comica che fin dagli ateniesi ha unito filosofia e oscenità. Nell’opera teatrale Le nuvole di Aristofane ci sono tante battute sui peti quante ce ne sono in un episodio di Trombino & Pompadour in South Park».
Le volgarità delle piccole pesti della cittadina del Colorado sono quindi un mezzo per accentrare l’attenzione.
Tanto più sono striscianti omologazione, intolleranza e minaccia a diritti umani nella nostra squilibrata società, tanto più le battute di South Park devono colpire basso. Calci nelle palle insomma, senza guardare in faccia nessuno.
La voce di Chef, il musicista Isaac Hayes, per le offese inflitte alla chiesa di Scientology di cui fa parte ha persino lasciato la serie.


Ma «sia la filosofia che l’umorismo osceno sfidano l’opinione comune» ed è grazie a quella sfida che siamo costretti a ragionare sull’esistenza di punti di vista distanti dai nostri.
Il fine di South Park - e della filosofia - è infatti «fare in modo che le persone pensino in maniera critica riguardo a se stesse, alle loro credenze e alla realtà» e, grazie allo scambio di idee, far si che si possa «rendere il mondo un luogo migliore in cui vivere».



South Park inietta dubbi, ma dà anche qualche risposta.
Come quando Kyle, che è di religione ebraica, non trovando la felicità nella tradizione del Natale assume la cacca Mr. Hankey come figura natalizia universale, immagine di benevolenza e gioia per tutti, e non esclusiva dei cristiani.

Kyle come Socrate esamina i valori acquisiti e, vedendo che non mirano alla felicità di tutti, li rifiuta anche se questo farà incazzare la maggioranza.
E ognuno di noi può trovare valori personali da assumere come ideali per dare più senso alla propria vita.


Alla fine, come Stan, Kyle, Cartman, Kenny e soci, avremmo un più profondo dialogo sociale e qualcosa da dire su cosa abbiamo imparato oggi, cazzarola!

10 dicembre 2012

Un'anima bambola: intervista a Jana Brike


Questa chiacchierata con Jana Brike avviene mentre l'artista sta preparando le sue ultime opere, la serie di dipinti e sculture per la mostra Winter of Love che sono orgoglioso di curare per Mondopop assieme a Serena Melandri presso la Casa della Cultura di Roma, dal prossimo 15 dicembre al 12 gennaio 2013.
A Mondopop abbiamo già lavorato con lei, ma questa è la sua prima esposizione personale di cui ci occupiamo. Ed è anche la sua prima in Italia, malgrado i suoi lavori riscuotano successo in tutto il mondo già da molti anni, soprattutto negli Stati Uniti d'America.


Jana at work for Winter of Love solo show

Queste nuove opere hanno una particolarità nuova per Jana. In quel non-luogo e non-tempo che spesso l'artista raffigura, i ragazzini e le ragazzine dalla pelle sottile e dagli occhi grandi, chiari e allungati, che ci ha abituati a ritrovare spesso nudi in mezzo alla neve, stavolta non appaiono. 
C'è una bambola d'altri tempi che mi fissa da una tela, che sembra però più viva di qualsiasi figura umana.
Jana è nata a Riga in Lettonia nel 1980, quando questa era sotto l'occupazione sovietica che ebbe fine quando lei aveva dieci anni. 


Taste of snow, 2012

E inevitabilmente iniziamo parlando proprio di questo.


I protagonisti umani delle tue opere sembrano congelati nell’età della prima consapevolezza, nel passaggio da bambino a teenager. Hanno all’incirca dieci anni, l’età che avevi quando la Lettonia si è liberata dall’occupazione dell’Unione Sovietica. Quando avevi nove anni ci fu la storica manifestazione Baltic Way, la catena umana di 600km che attraversando Tallin, Vilnius e la tua città Riga, chiedeva l’indipendenza di Estonia, Lituania e Lettonia. Ricordi come ti giungevano le notizie e quali erano i tuoi pensieri in proposito?
«Amo questa tua definizione, “prima consapevolezza”. È un sentimento vero, puro. Crescendo iniziamo ad ordire troppo, mescolando gli stessi pensieri stagnanti, spesso senza chiederci se l’input che li ha generati sia ancora valido. La “prima consapevolezza” equivale a una meravigliosa boccata d’aria fresca.
Non ho mai pensato prima d’ora che l’età dei miei personaggi corrispondesse alla mia durante particolari eventi storici del mio Paese. È un punto di vista interessante.
Un evento come la Baltic Way dove così tante persone esprimevano il loro libero pensiero è stata un’esperienza forte. Però non credo che un simile evento sia da considerarsi straordinario, ma un modo di concepire pacificamente la vita di ogni giorno: ovvero non siamo una massa impotente, facilmente manipolabile dal potere. Ero molto euforica a sentire simili notizie. In un certo senso era il tempo della mia “prima consapevolezza”».


The dance of the virgin, 2012

In che modo ritieni che la storia del tuo Paese abbia influenzato le tue scelte artistiche?
«Mi ha insegnato a mantenere un distacco emotivo dalle mie vicende personali, continuando a creare qui e ora la mia personale visione di bellezza. Se mi facessi carico emotivamente di tutta la sofferenza di questa serie di accadimenti storici, sarebbe un peso tale da non permettermi libertà di movimento: nel migliore dei casi potrei forse strisciare. E dalla storia ho appreso che le sofferenze di oggi, osservate in prospettiva da una maggiore distanza, un giorno saranno considerate solo un’esperienza che va ad aggiungersi quale piccola goccia, al mare della consapevolezza, niente di più. Inoltre, vivere in un regime totalitario mi ha dato una prospettiva particolare sul concetto di creatività. Non posso dimenticare chi non poteva esimersi dall’esprimere il proprio potere creativo, il bisogno di manifestare in ogni circostanza i liberi pensieri che si agitavano nel loro mondo interiore. Cercate “underground sovietico” o “arte non-conformista” se volete saperne di più.
Allo stesso tempo, come sapete, faceva parte della macchina propagandistica essere in contrasto con la cultura occidentale, che per lo più assecondava le tendenze delle masse creando prodotti di facile consumo. Tenendo presente questo, si incoraggiarono espressioni artistiche forti e meravigliose per amore dell’arte: teatro, libri, film, che forse non mi piacevano da bambina ma che hanno esercitato su di me una fortissima e penetrante influenza. 
E già da giovanissima compresi che anch’io volevo esprimermi creativamente».

Credi ci sia una relazione tra la piccola Jana di allora e i protagonisti delle tue opere?
«Certo che c’è. Ma di fatto non mi ritraggo com’ero al tempo. Ero una bambina. Ora in quanto adulta dipingo adulti, di cui solo il loro corpo è ancora bambino. Esprimo questo dilemma del secolo di cui ho percezione mediante immagini di bambini: sono privi di innocenza, contestano tutto e non credono a nulla. Ma possono ancora nutrire fiducia, sono ancora vulnerabili, ancora amano, e forse più profondamente e più onestamente che mai».


Eternal love of little Salome, 2012

Qual è il primo ricordo che hai della tua infanzia?
«Ho chiari ricordi dall’età di due anni o giù di lì, ma non ho una chiara visione di continuità. A volte mi chiedo se il tempo sia veramente così lineare. Di tanto in tanto provo un senso di déjà-vu talmente forte da farmi letteralmente drizzare i capelli, specie se sono fuori dal mio ambiente abituale e con persone che non ho mai incontrato prima. E in alcune occasioni ho compreso che quel senso di déjà-vu scaturiva da un sogno notturno, perché ricordo chiaramente che il concatenarsi degli eventi, del tutto identico fino all’ultimo minuto dettaglio al luogo fisico dove mi trovo ora, andava evolvendosi ulteriormente nel modo incoerente tipico dei sogni. Dato che sono una persona dall’approccio molto cognitivo, non so cosa ne potrei dedurre: forse in precedenza una qualche parte di me è già stata qui e la restante la segue fisicamente per sopravvivere a una memoria preesistente? Non saprei».


Master of dreams, 2012

La favola a cui sei rimasta più legata?
«I racconti che mi leggevano da bambina non erano allineati alla tendenza di massa che somministra una pillola sedativa e commerciale ai bambini sul quanto sia dolce la vita; tipo piccole donne che fanno le brave e si comportano bene e hanno un matrimonio felice e che dopo un po’ di guai riescono a sconfiggere i responsabili delle loro sventure.
La Sirenetta della mia infanzia non era quella del mondo Disney, dove il finale originale diventava un melenso “e vissero felici e contenti”. Ho versato un fiume di lacrime per la mia Sirenetta. Il suo principe non fu ingannato ma si innamorò per davvero e perdutamente di un’altra bellissima ragazza e le altre sirene dovettero barattare i loro capelli per il coltello magico della Strega del Mare, cosicché la Sirenetta potesse scegliere se uccidere il principe e vivere o se darsi la morte. E lei di nascosto baciò sia il principe che il suo vero amore mentre dormivano abbracciati, e fu felice di porre fine alla propria esistenza. E non c’era nessun cattivo a cui addossare colpe.
Le mie fiabe erano dilemmi etici molto complessi, troppo complessi da risolvere, comprendere o accettare anche per un adulto. Amavo queste favole? Non lo so ma erano molto vere. Potrei così sintetizzare: la mia vita è la favola che amo di più di tutte, perché sono io a scriverla».


Jana at work for Winter of Love solo show

Chi sono gli artisti che ritieni abbiano influenzato la tua formazione? Non solo visivi, intendo anche scrittori, musicisti o registi...
«Faccio parte dello spazio visivo postmoderno, accetto questa condizione. Questo spazio implica una quantità di ipertesti complessi e di rimandi e allusioni, e citazioni, e citazioni delle citazioni. Amo i libri di Murakami, come Kafka sulla spiaggia, dove l’autore mostra quanto profondo possa essere questo interscambio. Certo, si può leggere il romanzo semplicemente come un’opera letteraria, ma per comprenderlo ad un grado più profondo e capire come si intreccia in modo organico nello spazio comune del contemporaneo, è necessario avere cognizione della produzione letteraria, musicale, artistica e culturale passata e presente di molti paesi. 
Se devo ricordare i miei primi impulsi artistici, uno dei miei primi contatti con l’arte visiva e forse semanticamente il più forte è stato in tenera età grazie a mia nonna, fervente cattolica. Per evitare che svenissi per la noia durante le sue cerimonie ecclesiastiche, mi diede la sua Bibbia con cui giocare, piena di cartoline colorate ritraenti ogni genere di santo cattolico. Mi convinse che quelle immagini non erano state dipinte, dato che nessun abitante della Terra avrebbe potuto ritrarre “la vera Vergine Maria”, e ovviamente non poteva trattarsi di foto. Così giunsi alla conclusione che quei volti di una bellezza incredibile, ultraterrena, si fossero materializzati in quello stesso momento su quei pezzetti di carta, senza alcuna spiegazione plausibile. Fu uno shock quando qualche anno dopo appresi che si trattava di riproduzioni di dipinti esistenti, di artisti del Rinascimento e del Romanticismo: se possibile tutto mi parve ancora più incredibile. Ma poi decisi che entrambe le versioni non si contraddicevano, e se un essere umano possedeva abilità talmente assurde, doveva aver compiuto una qualche magia o diavoleria. 
Forse è quello che ancor oggi penso di alcuni artisti (sorride).
Ci sono molte opere in grado di commuovermi, di emozionarmi e farmi riflettere. Ad esempio amo il romanzo La Storia Infinita di Michael Ende. Il film era bello, ma il libro è davvero straordinario e brillante. è una bella parabola sul mondo incredibilmente vario dell’immaginazione che si ammala se privo di un’attiva, consapevole, amorevole e creativa interazione con il mondo della forma fisica, iniziando a produrre solo il vuoto e a generare menzogna. Ed è una parabola sul mondo individuale, inteso sia come fisico che immaginario: due entità indissolubilmente legate, dove ognuno diviene una parte importante e integrante di una vasta e multidimensionale Storia Infinita di cui tutti facciamo parte».


The deer King, 2012

La Natura ha una posizione predominante anche nelle tue opere, similmente a molti artisti del nuovo figurativismo mondiale, penso a Mark Ryden ma anche a Marc Quinn e altri. Nella definizione di Natura comprendo l’“umano” ma con tutte le sue imperfezioni e non come canone. Nel tuo caso gli umani sono totalmente integrati nella Natura, compiono atti non assoggettati a forme di pudore o di convivenza civile e anche la morte e il sesso sembrano meccanici. A volte i loro corpi sono tutt’uno con degli elementi vegetali. 
Tu come interpreti questa raffigurazione comune della realtà in molta arte contemporanea?
«Non esiste la vergogna in ogni singolo atto scaturito dalla creatività e dall’amore nel senso più ampio e più profondo della parola. Gli atti commessi seguendo le regole di una particolare società cosiddetta civile sono spesso molto più riprovevoli.
Ho trascorso una gran parte della mia infanzia a correre da sola nei boschi, imparando le piante e le erbe, osservando le farfalle e gli insetti, a guardare le stelle e i tramonti, ascoltando il canto degli uccelli e riconoscendo le impronte degli animali e così via. è stata una parte grande e importante della mia indagine cognitiva sull’essenza del mondo, di quel periodo ho moltissimi ricordi di felicità profonda e reale, e non ho mai voluto che nessuno prendesse parte ai miei giochi. Ancora oggi vado spesso in campagna: addentrarmi nei boschi ed allontanarmi dal sentiero battuto è una delle cose che preferisco in assoluto.
Molti di questi elementi erano presenti nella mia precedente produzione, come la percezione di una presenza minacciosa. Ora questi elementi sono più giocosi, più eterei.
La presenza della natura nel mio lavoro non è un riferimento didattico alla decadenza della società contemporanea, e non c’è nostalgia alcuna per aver abbandonato la natura, dato che non c’è stato abbandono alcuno. La natura è solo un potente prisma che mi permette di percepire il mondo con tutti i miei sensi. 
Gli altri artisti la pensano allo stesso modo? Non saprei proprio, ma credo che ognuno abbia le proprie motivazioni, anche se a volte sembrano coincidere».

Le creature che abitano il mondo dei tuoi quadri hanno una qualche forma di fede, monoteista o meno?
«Fede è una parola complicata ed ambigua. I miei personaggi sicuramente non possiedono una fede intesa come un corpus dogmatico di una specifica religione. Forse ognuna delle mie creature ha fede nei propri poteri creativi per definire il proprio mondo con ogni singola sensazione, pensiero, credo ed azione. Sono le divinità della creazione, con un potere di trasformare quel mondo in uno spettacolo di bellezza o di distruzione, a seconda delle scelte dettate dalla loro spontanea volontà».


Jana at work for Winter of Love solo show

In Winter Of Love le figure umane pare si facciano quasi da parte. Nelle nuove opere lasciano più spazio alla natura e a volti e corpi di bambole dell’Ottocento. Quindi l’Inverno dell’Amore è possibile senza la presenza dell’Uomo... ma che tipologia d’amore possiamo trovare in queste nuove opere?  
«Ad essere sincera ho sempre evitato di usare la parola “amore” nelle mie relazioni sentimentali, ho cominciato a farlo solo di recente. Dico sul serio. Credo di aver osservato un sentimento così definibile sin da giovanissima, e ho visto una quantità di persone simili a bambini viziati, sciocchi e  possessivi, che si aggirano per un negozio di giocattoli. Quanto del sentimento che noi chiamiamo “amore” è frutto della nostra mente, delle nostre emozioni, del nostro corpo fuori controllo e quanto invece veramente vogliamo avvicinare al nucleo di un altro essere umano con rispetto e consapevolezza, per accettarlo e farne tesoro così come è, contribuendo in questo modo a far sì che si realizzi il suo vero potenziale creativo individuale? Allo stesso tempo l’amore è così giocoso nel suo enorme potere creativo. Quando gli esseri umani si amano, si sentono liberi come in gioventù, quando ancora non operiamo un controllo intellettuale sui nostri sentimenti; siffatti individui avranno sorrisi sui loro volti e cammineranno a passo di danza senza che una musica sia percettibile all’udito. L’amore è un sorriso, un gioco, una risata, e questa parte del mio lavoro in qualche modo è meno seriosa rispetto alla precedente produzione.
Perché “inverno” mi chiedi? Vivo in un paese in cui i cambiamenti delle stagioni sono molto tangibili e tutta la natura si manifesta in forma ciclica. E così concepisco la vita. La primavera è l’infanzia di ogni anno, l’estate è l’adolescenza e l’autunno ne è la vecchiaia. L’inverno è una morte illuminata, inizio e folle potenza di un embrione, tutto in uno. Mi piace l’inverno più come simbolo. In inverno c’è un silenzio interiore tale da indurre alla riflessione, tutto riposa assaporando la crescita e la fioritura al suo massimo rigoglio della prossima primavera. Volendo, avrei potuto intitolare la mostra “Inizio dell’Amore”.
Stilare un elenco di propositi per l’anno nuovo è di certo sciocco, ma in qualche modo quando arriva l’inverno non riesco a non desiderare qualcosa per il prossimo anno e per il futuro e scacciare questi desideri di mia volontà: così dal mio punto di vista la stagione invernale è una sorta di inizio dell’amore».


Salome and the deer King, 2012

E chi è quella bambola che torna nelle tue opere, cosa significa per te?
«La cognizione che ho della mia esistenza può in parte fungere da spiegazione.
Come dicevo ho ricevuto un’educazione cattolica da bambina. Com’è naturale davo forma mentale a ogni parola, come fanno tutti i bambini, ma non riuscivo a immaginare la mia “anima” come una cosa “intrappolata” nel mio corpo, perché per me era vasta al punto da essere più grande del mondo stesso. Piuttosto, immaginavo il mio corpo abitare l’“anima” quasi fosse un prezioso giocattolo. Una bellissima bambola con cui giocare nel mondo delle forme fisiche. Concepisco ancora l’anima in questo modo. è anche un riferimento personale al sentirsi una bambola indifesa nelle mani di un destino ineluttabile invece essere in grado di controllare il proprio destino creativo e individuale. 
Ma, naturalmente, si possono dare un sacco di altri significati, non produco certo arte per veicolare una qualche forma di palese didattica morale.
Mi fa sempre un grande piacere quando le persone che hanno avvertito una forte risonanza positiva o negativa per il mio lavoro guardano dentro di sè con onestà e mi scrivono per dirmi cosa quel lavoro ha significato per loro. La vostra percezione è più creativa e, talvolta, più consapevole della mia creazione, se si tratta di una percezione libera e onesta, e non un  contenere ogni sentimento nei cliché mentali. Oh, tengo tantissimo a questo tipo di critica d’arte personale e produttiva».


The great expectation, 2012

In quest’epoca in cui il Capitalismo viene divorato dalla stessa finanza che ha generato, vedere opere in cui l’umano si fa da parte dà l’idea che tu non abbia più fiducia nell’umanità. E’ così? O credi invece in una rinascita?
«Sì, all’apparenza nelle mie opere non mi occupo del contrapporsi dell’individuo alla società. So che la bellezza comincia con il mio mondo interiore ed lì che comincia la mia arte. Ripongo un’incredibile fiducia nell’umanità, ma non mi fido della moralità dei sistemi sociali. Riprendendo quello che dicevi, ho il sospetto che assisterò alla ripresa e al collasso non di un solo sistema. Fanno tutti presto a dire cosa la società dovrebbe fare, essere, pensare o agire in questo o in quel modo, ma sappiamo come storicamente ogni slogan d’effetto come prosperità, libertà, sogno americano, amore cristiano o uguaglianza e collaborazione comunitaria conducano da una gabbia dogmatica a un’altra, essendo ogni slogan demagogicamente adatto a manipolare le masse per conto del potere. Abbiamo davvero bisogno di cercare nuovi slogan per il “bene della società”? Sono contraria. 
Le mie creature sono solo piccole divinità danzanti e giocose della creatività individuale e non fanno parte della società che funziona grazie a regole auto-imposte dal cannibalismo morale, intellettuale economico e politico, dove ognuno deve rosicchiare la gola del prossimo per salire la scala gerarchica. Anche i migliori tra noi si definiscono in relazione a chi si trova al di sopra di loro e naturalmente, soprattutto in relazione a chi è al di sotto di loro. Bene, ciò che importa alle mie piccole creature umane è semplicemente ESSERE. I cicli di rinascita esistono da sempre in natura, se ci prendiamo la briga di aprire gli occhi.
Credo nella Storia Infinita».


Feels like love, 2012


Un magico mistico carnivoro: intervista a Mark Ryden


Potreste pensare che queste immagini siano opera di un maestro del Rinascimento fiammingo, un van Eyck, un Campin, un van der Weyden o giù di lì. 
Ma osservando attentamente queste ragazzine dal corpo minuto e la testa grande dovrete ammettere che sembrano più personaggi da disegno animato che madonne del 1400.
Siamo di fronte al lavoro di uno dei maggiori responsabili del ritorno al figurativo nella pittura contemporanea, Mark Ryden da Los Angeles.


Fountain, 2003

Dipinge da quando era bambino, tanto che non ricorda quale fu il primo quadro venduto. Ricorda bene però che fu la mostra The Meat Show alla Mendenhall Gallery di Los Angeles del 1998 a consacrarlo come uno dei massimi rappresentanti del nuovo stile allora nascente in USA, il Pop Surrealismo.
Ha tra i suoi estimatori e collezionisti Robert De Niro, Leonardo DiCaprio, Danny Elfman, Marilyn Manson e molte altre star dello show business, eppure lui è molto riservato, le poche volte che appare lo fa spesso con lunga barba e abiti fine ‘800 e sempre in compagnia della moglie Marion Peck, anch’essa quotata artista. 
Non parla poi volentieri della presenza di elementi magici e simboli alchemici nei suoi quadri e questo incuriosisce da morire i suoi innumerevoli fan.
Però, per rivelare qualche aspetto del mistero-Ryden gli chiedo di spiegarci cosa c’è dietro la sua ispirazione pur sapendo che detesta spiegare i suoi dipinti, come ogni artista dovrebbe d’altronde.
«Con la mia arte cerco di accedere all’essenza del mondo dei sogni, anche se i miei quadri non sono mai il risultato di un sogno specifico. Quel regno misterioso che si trova tra conscio e inconscio è per me dove le anime si collegano a un’estrema creatività e fantasia, il luogo dove ci si connette con altri mondi».


The Ringmaster, 2001

Ma non può cavarsela così. 
Mark è tra gli iniziatori del Pop Surrealismo quello che ha di più influenzato i giovani pittori di tutto il mondo con la sua tecnica e il suo stile, più di quel Robert Williams considerato il padre indiscusso del movimento, o del più “pupazzoso” Gary Baseman, dell’inquietante Todd Schorr, del vintage-oriented Glenn Barr, del più sintetico Shag e di tutti gli altri. 
Ma lui rifiuta questa responsabilità e ricorda che «quando è esplosa la Lowbrow Art mi sono reso subito conto che c’era un Zeitgeist in corso, uno spirito del tempo molto più grande di me che stava cambiando l’estetica collettiva. Quindi, più che rivendicare qualche tipo di proprietà su qualcosa per finire frustrato a cercare le imitazioni del mio lavoro, io preferisco ignorare l’ego e guardare l’inconscio collettivo al lavoro».
- Daresti però qualche consiglio ai tanti giovani artisti che ti vedono come un esempio? -
«Il miglior consiglio è di incantare se stessi e gli altri rimarranno incantati», suggerisce. E aggiunge «poi di lavorare tanto, più lavori più avrai fortuna».
- E cosa pensi del termine Pop Surrealismo, questa etichetta in cui alcuni artisti si riconoscono in pieno mentre altri la sfuggono come la peste? - «È un movimento artistico con cui sento affinità. È nato in California dove le persone sono più aperte alle cose nuove. Vi è poi una grande varietà di stili all’interno del Pop Surrealismo, ma quello che condividono gli artisti è soprattutto una stanchezza verso il vecchio e stantìo modo di pensare l'arte, il desiderio di ritornare alla figurazione e un’insoddisfazione verso lo sterile elitarismo intellettuale che il modernismo ha creato. Il mondo dell'arte era diventato così pretenzioso durante l'ultima metà del secolo scorso che il pubblico si era disinteressato ad esso. Alla maggior parte delle persone non gli importava più cosa stesse accadendo nell’arte perché non la capiva più. Non avevano più alcun legame con essa. Ora le cose stanno cambiando radicalmente e lo si può vedere con i giovani che vanno alle mostre nei week end». Poi, tornando sul termine “Pop Surrealismo”, aggiunge che «non deve essere più analizzato come nome in sé. È semplicemente un’etichetta. Quando vedi un’opera riconosci se è Pop Surrealismo o no».


The Apology, 2006

- A proposito, tu ci vai alle mostre nei week end? – gli domando.
«Si ma preferisco andare nei musei che visitare mostre di artisti viventi. Trascorro un bel po’ di tempo nel mio studio e non esco molto spesso. Quando prendo una pausa mi piace andare a vedere nei musei i capolavori del passato, mi ispirano di più. Sono semplicemente attratto dai dipinti antichi, mi danno sensazioni e idee che quelli contemporanei non mi danno. Tuttavia mi piace frequentare fiere d’arte come Miami Basel e Frieze a Londra, sono ottime opportunità per vedere tanta arte contemporanea tutta assieme».
- Mark Ryden dunque compra opere d’arte? - incalzo.
«Possiedo alcune opere, ho un pezzo grande di Camille Rose Garcia, un acquerello di Darren Waterston, una fotografia di David Lynch e poco altro di contemporaneo perché preferisco spendere i miei soldi in stampe, incisioni o altri pezzi d’antiquariato. Vivo in una Wunderkammer, il mio studio è una ricca collezione di tutto ciò che mi ispira, mi incanta e mi affascina».
- Tra gli artisti marchiati con l’etichetta Pop Surrealismo tu sei il più quotato, a quanto è stata venduta la tua opera più costosa? -
«Provo a non pensare all’aspetto economico quando dipingo, potrebbe spazzare via la mia creatività in un istante. Comunque mi ritengo molto fortunato a vivere della mia arte».

È diplomatico Mark, dovrò fare io il lavoro sporco e per dare un’idea delle sue quotazioni dirvi che l’opera Incarnation è stata venduta ad Art Basel del 2009 a novecentomila dollari. Ed è forse stata anche ispirazione per l’abito di carne cruda di Franc Fernandez che Lady Gaga indossò agli MTV Award del 2010, ora esposto nel museo di Cleveland. 


Incarnation, 2009

Ma Mark nicchia, non lo riguarda neanche questa di paternità, visto che molti artisti come Jana Sterbak, Zhang Huan e altri lavorano con la carne cruda e possono aver ispirato lo staff di Gaga.
- Ma tu che la dipingi sempre, mangi carne? - gli chiedo.
«Noi siamo spiriti e la carne è ciò che ci tiene qui, in questo mondo fisico», risponde illustrando la sua filosofia. «Consumiamo carne come cibo, ma prima di mangiare molti pregano e ringraziano Dio invece dell'animale che ha dato la sua vita per quel pasto. È divertente, sembra ci sia un completo scollamento tra quella carne e la creatura che vive e respira da cui proviene. Suppongo che sia questa contraddizione che mi spinge a rappresentare più volte la carne nella mia arte. La mangio e sorprende molte persone sapere che non sono un vegetariano. Non credo sia moralmente sbagliato e personalmente ciò che faccio è cercare di sapere da dove proviene quello che mangio, scelgo la provenienza biologica nella speranza che l’animale che mi sto mangiando abbia avuto una vita felice. Non sto cercando di predicare una posizione morale nella mia arte, però trovo che la giustapposizione di immagini apparentemente contraddittorie sia in grado di creare un distacco e un conseguente innalzamento della consapevolezza»


Meat Dancer, 2011

Con questo discorso ci avviciniamo a due elementi predominanti nelle opere di Mark, la natura e l’apparente contraddizione tra il mondo infantile che ritrae e le inquietudini di cui lo riempie.
«I bambini hanno legami molto forti ed autentici col mondo dell'anima. Il dolore, la paura e l'ansia sono parti naturali e necessari dell'anima. Tentare di negare il lato più oscuro dell'anima è un'illusione, troverà sempre un modo di uscire. Io penso che l’errore che la società sta facendo in questo momento è nascondere il lato più difficile della vita ai bambini».
Altro elemento chiave è la natura, che non è mai solo di sfondo. 
Tra i vegetali antropomorfi e i numerosi animali che dipinge nel 2007 ha ritratto il Generale Sherman, una delle più alte sequoie del mondo, per la mostra The Tree Show in cui ha anche dipinto un tagliaboschi-Satana. 


General Sherman, 2007

Mi dice in proposito: «c’è una citazione di William Blake che descrive esattamente come mi sento. “L’albero che in alcuni muove lacrime di gioia è per altri soltanto una cosa verde che s’incontra per la strada. (…) Agli occhi dell’uomo di immaginazione, la natura è l’immaginazione stessa”. Ecco, i popoli antichi sentivano una connessione intima e spirituale con la natura mentre nell’epoca moderna il monoteismo ha cancellato quella connessione. Il monoteismo mette l’uomo al di sopra della natura e la divinità al di sopra dell'uomo, ma con la perdita di un rapporto spirituale con la natura l'uomo è libero di abusare dell'ambiente che lo circonda. Il monoteismo è la causa di tanti dei nostri problemi attuali. Ma se vogliamo prosperare su questo pianeta ci dovremo riconciliare con la natura».
- Quali sono i testi da cui ti senti più ispirato? -
«Uno dei miei libri preferiti è “Il codice dell’anima” di James Hillman. Ho letto di recente “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” di Robert Persig e mi è piaciuto molto e in questo momento sto leggendo “Cosmos e Psiche” di Richard Tarnas che è un libro meraviglioso».


Creatrix Drawing, 2004

Inevitabile finire a parlare di alchimia e gli domando – nei tuoi schizzi si ritrovano spesso studi di simboli alchemici, molti di più di quelli che poi finiscono nelle opere finali. Che relazione senti di avere con la dimensione magica dell’uomo? -
«Gli alchimisti cercavano la mistica nel mondo fisico attorno a loro. Guardavano  alla mitologia e alla spiritualità per comprendere il mondo. Con una combinazione di interessi per la scienza e per la filosofia hanno trascorso la maggior parte del loro tempo da soli mescolando i loro intrugli a studiare la natura e a cercare la magia. Essendo un artista anch’io trascorro il mio tempo in maniera simile e con obiettivi simili. Sto tentando di capire il mondo intorno a me e trascorro la maggior parte del mio tempo da solo nel mio studio cercando di fare onestamente qualcosa di magico con il colore. La creazione di un dipinto e l'invenzione del mondo che lo abita può essere qualcosa di molto magico».


Allegory of the Four Elements, 2006

Prima di congedarci un’ultima domanda me la ispira la sua visione del mondo e chiedo se è davvero questa l’epoca in cui avrebbe voluto vivere. «Stavo proprio pensando di recente di quanto sia felice di essere nato nell’anno in cui sono nato, il 1963, e di aver fatto arte in questo particolare momento. Se fossi nato un po’ prima, sarei stato soffocato dal mondo di un arte contemporanea immersa nella nozione di "modernismo" e un realismo come il mio non sarebbe stato accettabile. Se invece fossi nato dopo sento che mi sarei perso in un mare di arte. C'era qualcosa di prezioso nell'isolamento un po’ ingenuo in cui ero quando ho iniziato. I giovani artisti oggi sono esposti a un’esplosione di arte attraverso Internet e credo ci sia un lato negativo in questo. Deve essere opprimente cercare di trovare il proprio posto e di far sentire la propria voce».

Awakening the Moon, 2010